|
Liberiamo la pace
di
Giuliana Sgrena

Milano, 8 marzo 2003
Un anno fa, ero da poco tornata dall'Iraq dopo la drammatica vicenda che
mi aveva coinvolto - il sequestro e la sparatoria che ha ucciso Nicola
Calipari - e stavo scoprendo quello che era successo durante il mio
rapimento. Sapevo che non sarei stata abbandonata, pensavo che ci
sarebbero state delle mobilitazioni, era quasi come se intuissi - con una
sorta di telepatia - quello che si stava muovendo, ma non avrei mai
immaginato che 500.000 persone sarebbero scese in piazza per chiedere la
mia liberazione. Sicuramente quella mobilitazione ha contribuito - insieme
alla trattativa - al mio ritorno a casa. «Liberate Giuliana, liberate
l'Iraq», la parola d'ordine della manifestazione che ho visto scorrere in
tanti video e ripresa da centinaia di foto. Io sono stata liberata, ma
l'Iraq è ancora occupato e sta precipitando in una situazione sempre più
drammatica, più sanguinosa dove la guerra civile paventata da Stati uniti
e alleati in caso di ritiro delle truppe straniere, già in corso da due
anni, è esplosa in tutta la sua violenza.
I morti iracheni non si contano più, del
resto chi li ha mai contati? Morti, feriti, rapimenti, 2.000 donne rapite,
stupri e delitti d'onore. Non si può contare sull'informazione che
sull'Iraq non c'è più: le parti in conflitto non vogliono testimoni. Jill
Carrol e altri due giornalisti sono ancora nelle mani dei rapitori.
«Liberate l'Iraq» subito. Non si può più aspettare. Non possiamo restare
indifferenti di fronte al continuo imbarbarimento portato in Iraq dalla
guerra, che ho verificato sulla mia pelle. Ma non per questo posso,
possiamo rinunciare a riconoscere il diritto degli iracheni a riacquistare
la loro sovranità. L'unico modo per farlo è il ritiro immediato delle
truppe, tutte, cominciando dall'Italia. Come pacifisti dobbiamo partire da
quello che possiamo fare subito, da qui, da noi, per contribuire alla
pacificazione di un paese come l'Iraq. Riportare il tema della guerra al
centro di una campagna elettorale che lo ignora. Proprio nel momento in
cui il conflitto rischia di allargarsi all'Iran. Il presidente iraniano
può permettersi le sue «provocazioni» perché i partiti religiosi iracheni
legati a Tehran controllano il sud dell'Iraq.
Delle 500.000 persone che sono scese in piazza il 19 febbraio dello scorso
anno sicuramente alcune erano mosse da motivi umanitari, volevano salvarmi
la vita. Ma sono sicura che la maggior parte di loro oltre a salvare la
mia vita volevano anche tornare in piazza contro la guerra, per l'Iraq. Io
sono stata l'occasione per tornare a essere protagonisti dopo la
«sconfitta» subita con lo scatenamento della guerra nonostante le
manifestazioni senza precedenti del febbraio 2003, che avevano fatto
definire il movimento pacifista la «2° potenza mondiale».
Il 18 marzo è l'occasione per tornare in
piazza tutti insieme per salvare un popolo che sta consumando la propria
agonia nell'indifferenza di chi ipocritamente sostiene di voler
democratizzare l'Iraq. La democrazia non si esporta e se si vuole aiutare
il paese distrutto dalla guerra occorre ricostruirlo, certo non con carri
armati e fucili.
Opporsi all'occupazione è un dovere nostro e un diritto degli iracheni. Un
tema, quello della resistenza, che ha diviso anche il mondo pacifista e lo
ha in parte paralizzato. Io, che sono stata vittima di un gruppo della
resistenza non per questo posso negare loro il diritto a resistere,
persino a una resistenza armata anche se io non la condivido, perché nella
realtà irachena non solo non ha nessuna possibilità di successo ma usa la
violenza anche per imporre le proprie scelte sulla popolazione.
La violenza, anche quando è accettata come necessità - ma non violenza non
vuol dire porgere l'altra guancia - non può essere comunque mitizzata.
Questo è un nodo che il pacifismo deve sciogliere senza per forza
dividersi. Non è indispensabile identificarsi con la resistenza irachena,
visto che è una nebulosa composita di cui non si conoscono progetti e
programmi per il futuro dell'Iraq.
Ma, nonostante alcune degenerazioni, la resistenza non può essere confusa
- come fa volutamente qualcuno - con il terrorismo, che non vuole la
liberazione dell'Iraq ma che usa quel territorio per combattere il proprio
jihad contro gli infedeli (occidentali o iracheni, gli sciiti considerati
traditori). Le vittime dei gruppi terroristici, che alimentano la cultura
della morte usando quasi esclusivamente kamikaze, sono nella stragrande
maggioranza iracheni.
Dobbiamo porre fine alla violazione delle convenzioni internazionali -
vanificate dalla guerra preventiva -, alle torture che gli occupanti hanno
insegnato agli occupati e che ora sono praticate anche dal governo
iracheno.
Con gli iracheni, nel febbraio 2003 ho condiviso le speranze di poter
evitare la guerra, l'attesa dell'ultimatum, i bombardamenti e quando sono
arrivati gli americani non è stata una festa. «Sono contento che è finito
il regime di Saddam ma non di come è finito», dicevano molti iracheni. E
avevano ragione.
questo
articolo è apparso su
il
manifesto
del 16 marzo 2006
|