Agnese Seranis, “Il filo di un discorso”

Sara Sesti


Questo, tra i libri di Agnese Seranis (1942-2008) fisica, femminista e scrittrice, è il mio preferito. Pubblicato ne 1997 e divenuto introvabile, parla delle cosiddette “scienze dure”, quelle dove le donne sono particolarmente assenti e parla soprattutto  della Fisica, che l'aitrice considera la Scienza con la S maiuscola perchè si occupa dell'universo e le sue scoperte cambiano tutte le altre discipline.  Il testo non è un saggio, ma è una narrazione che si muove in equilibrio tra diversi piani, ognuno dei quali meriterebbe un’approfondimento. Io mi limiterò a qualche questione su cui il femminismo in quegli anni ha molto dibattuto.

La protagonista è Alice, una ricercatrice di fisica che ingaggia un dialogo serrato da un lato con la madre e con le sue antenate e dall’altro con la generazione successiva: la figlia e le sue amiche.  Tutte e tre le donne si chiamano Alice, a sottolineare la continuità generazionale. Madre e figlia vivono un momento di grande conflitto, non si parlano. Alice-madre ha lasciato dopo anni il lavoro in laboratorio e è tornata a fare la casalinga, alla ricerca di una ricomposizione tra il sapere scientifico e la cultura depositata nella tradizione orale femminile. Alice-figlia invece, rifiuta  il ruolo tradizionale di moglie e di madre perché li ritiene incompatibili col desiderio di dedicarsi totalmente ai suoi studi di fisica.  Alice-madre cerca un dialogo con lei e per questo intraprende un viaggio reale a Parigi sulle orme di Marie Curie e un’altro, immaginario, tra i Grandi e le Grandi della Scienza, alla ricerca di risposte a tante sue domande teoriche.

La prima domanda è se si possa parlare di un “genere della scienza”, se esista un approccio diverso delle donne al sapere scientifico. 
In un dialogo con la figlia, Alice-madre afferma: “Noi donne siamo come delle immigrate nei territori della scienza, veniamo dalle cucine, dalle camere da letto e siamo abituate a sognare ad occhi aperti. Quando cucino, pulisco la verdura ...cosa credi che faccia? Penso? Non proprio...vedo. Vedo delle immagini che si concatenano una all’altra...E mi dico che in noi donne, nel nostro DNA si è fissato una specie di talento visionario di cui ancora non siamo totalmente consapevoli e che non siamo capaci di sfruttare.” 

A prima vista, il fatto di indicare nel “talento visionario” il modo di fare scienza delle donne, mi è apparso rischioso, perchè potrebbe far pensare a un rifiuto della scienza, come hanno fatto i movimenti femministi statunitensi e del mondo anglosassone, quando hanno affermato che la scienza è contraria alla natura delle donne, che urta la loro sensibilità e le ferisce, che le donne sono dalla parte della natura e che una cultura di dominio non è per loro. 

Alice, invece non si ferma a queste asserzioni, pur condividendole in parte. Ama la scienza e associa al talento visionario il metodo di Einstein, quando affermava che le sue idee più originali erano scaturite da illuminazioni, da intuizioni improvvise, non traducibili in passaggi logici. Reclama allora una partecipazione più determinata delle donne alla ricerca, ponendo fortemente altre domande sulla loro soggezione rispetto per la scienza. Si chiede: Perché nessuna scienziata è mai riuscita ad incidere sull’aspetto teorico delle discipline, per esempio formulando leggi generali? 

A questo proposito chiama in causa due “grandi”: Rosalind Franklin e Marie Curie, con cui spesso, nei suoi libri, si è identificata. Agnese, infatti è stata una bambina poverissima, aveva dovuto abbandonare la sua casa da piccola per studiare in collegio grazie a una borsa di studio e aveva dovuto lavorare duramente, come la Curie, per laurearsi in fisica.


Marie Curie con le figlie

 


Marie Curie ha vinto due Nobel, il primo in Fisica per la scoperta della radioattività, il secondo in Chimica per aver misurato il radio definendolo come elemento chimico. A lei Alice rinfaccia di aver passato troppo tempo in laboratorio, a misurare e purificare, contaminandosi e facendo contaminare i suoi assistenti, a scapito di quelle attività di studio, di immaginazione e di riflessione che avevano portato il collega Ratherford a formulare a tavolino la legge del decadimento radioattivo e a darle il proprio nome. La rimprovera perché a causa del suo “vizio dell’esperimento” non è riuscita a dare il suo nome ad alcuna legge fisica, ma soltanto ad un’unità di misura (il Curie). Marie Curie si difende affermando: “Io avevo bisogno del contatto fisico con la materia che studiavo. Ogni giorno avevo bisogno di percepire una specie di alleanza che si rinnovava, una relazione profonda tra me e la materia stessa... Solo così poteva giustificarsi la mia scelta di essere una scienziata.” 


Rosalind Franklin


Rosalind Franklin,
che ha trovato le prove sperimentali della struttura del DNA, viene accusata da Alice di “mancanza di coraggio” per non aver osato ipotizzarne il modello a elica che Crick e Watson hanno realizzato in base ai dati delle fotografie che quest’ultimo ha rubato nel laboratorio di Rosalind. Alice le chiede: “Eri così vicina… Perché non hai ipotizzato niente?”, e Rosalind Franklin risponde: “Avevo paura. Se avessi sbagliato mi sarei giocata per sempre la mia credibilità di scienziata.” Allora Alice avanza un’altra domanda cruciale: Ma quand’è che noi scienziate oseremo rischiare?”  Soffre per i loro fallimenti come fossero i propri e ne cerca la ragione. La trova riflettendo sulla biografia di un grande scienziato.

Quando Einstein ha messo in discussione i fondamenti della meccanica classica, aveva  solo ventisei anni, era un ragazzo: da dove traeva origine la sua sicurezza? Era sicuramente il frutto della sua preparazione e del suo genio, ma dice Agnese, proveniva anche da quel filo di sapere che dall’antichità, tiene uniti tutti gli scienziati e li sostiene. Questo filo che li lega e li legittima, dando loro sicurezza, è quel“ filo di un discorso”  che manca nella storia delle donne.

 


Scienziati del '900



Glielo spiega bene Bohr, un altro Grande della scienza. “Bohr …ride e dice.  Da dove viene la nostra sicurezza? Hai letto cosa c’è scritto sul timpano del nostro tempio? Era scritto più di duemila anni fa sulla facciata dell’ Accademia di Platone (Nessuno entri che non sappia di Geometria. ndr) . E in quell’Accademia c’eravamo solo noi filosofi, gli scienziati di allora. C’è un filo del sapere il cui capo è seppellito nella storia dell’umanità, tenuto forse nelle mani di chi propose la ruota… il fuoco…. Quel filo non è mai spezzato, ci tiene uniti, anche se, apparentemente, ci fronteggiamo da nemici. Tutti noi siamo certi di appartenere ad un medesimo orizzonte, di appartenere ad uno stesso destino, anche attraverso il tempo. E’ per questo che ci è così facile credere nella parola dell’uno e dell’altro; per questo ci è cosi facile saldare il nostro pensiero a quello di chi ci ha preceduto. Anche nel momento in cui confutiamo quel pensiero in realtà lo riconosciamo come un passaggio, forse necessario, di un percorso che appartiene a tutti noi”.

Ecco allora una domanda retorica. “Come possono le donne avere fiducia in sé stesse, se non c’è traccia di un passato, nella storia della scienza, che le assicuri sulle proprie potenzialità e se anche le grandi hanno fatto di tutto per negare alle donne dei trascorsi?”
 Barbara Mc Clintock, diceva di sé di essere “un’eccentricità”... come se si considerasse un errore, una mostruosità della natura.  E’ un vero peccato, perché Alice ritiene che sia stata  la sola scienziata ad essersi concessa totalmente alla visionarietà della propria mente e considera il suo modo di lavorare come il più vicino alla sensibilità delle donne, in quanto parte da un nuovo punto prospettico. “La sua, è stata un scienza diversa. Analizzava un segmento, ma pensava sempre al tutto e il dentro e il fuori dovevano corrispondersi, mentre la scienza maschile segmenta, modellizza, è nemica della complessità”.  Evelyn Fox- Keller ha definito il metodo della Mc Clintock “sintonia con l’organismo” perché quando la scienziata faceva le sue osservazioni al microscopio, sembrava che le barriere tra lei e l’oggetto che studiava non esistessero più, come se
si trovasse all’interno delle cellule che analizzava e potesse guardarsi intorno. La sintonia con l’organismo é un metodo che si oppone al classico paradigma dell’oggettività scientifica eppure ha condotto la McClintock a scoperte rivoluzionarie in campo genetico,  premiate con il Nobel per la Medicina nel 1983.

 


Barbara Mc Clintock


 Mentre Barbara McCintock si considera un’eccezione,  Marie Curie si compiace di aver dimostrato che una donna può avere gli stessi talenti di un uomo. Alice la incalza: “Veramente un bell’esempio di androginia: un corpo di donna con un cervello maschile. Il tuo corpo era femminile e davvero non ti sei sottratta alle sue funzioni: fare dei figli... Ma il tuo cervello..ah, al tuo cervello non hai riconosciuto un genere, non hai gridato che il suo genere era femminile... Ti compiacevi di quanto andava dicendo tuo suocero: Marie ha un’intelligenza affatto maschile, diceva. Perché non vogliono riconoscere l’intelligenza al genere femminile? Perché? Non te lo sei mai chiesta?”

Alla fine del suo viaggio, quando Alice entra nel “Tempio” degli scienziati, colloquia alla pari con i Grandi della scienza e li accusa di aver creato una scienza i cui modi sembrano non tenere conto dell’essere umano, ma portarlo verso una catastrofe inevitabile. Allora  sono due mondi - quello maschile e quello femminile - che si confrontano, senza trovare un punto di saldatura. Sono due sensibilità diverse che scaturiscono da un diverso rapporto con la vita e che fanno urlare alla protagonista: “Io non posso uccidere con la testa ciò a cui il mio utero ha dato la vita.”

Nelle ultime pagine, è la lettura del diario della figlia a dissolvere il sentimento di solitudine da cui Alice è pervasa in tutto il libro. Scopre infatti che le sue inquietudini sono condivise dalle giovani ricercatrici, anche se modulate diversamente. Nel rifiuto dei ruoli femminili tradizionali da parte delle ragazze, e nella loro dedizione alla carriera, scopre una consapevolezza profonda del proprio corpo sessuato e delle sue valenze culturali. Anche la bellezza è usata dalle giovani donne come veicolo di un punto di vista nuovo nel mondo degli scienziati: “La bellezza li costringe ad aver sempre presente che, anche loro, non sono solo testa, intelligenza, razionalità. Sono corpo... emozioni”.


Fabiola Gianotti



E’ certa, allora, che è iniziato un movimento verso un nuovo orizzonte e che sarà inarrestabile. Rispetto alle scienziate che oggi sono protagoniste della ricerca come Fabiola Gianotti, Ilaria Capua, Elena Cattaneo, Samantha Cristoforetti e tante bravissime giovani precarie nei laboratori , mi dico che forse non è più importante chiedersi se c’è un modo femminile di pensare la scienza. Credo non sia molto importante: ognuna ha il suo stile. Quello che fa la differenza è la consapevolezza di essere una donna.

 

21 febbraio 2015 - rivisto 11 maggio 2020