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Adele Delponte, una ragazza come
tante, che ebbe l’avventura di trovarsi a vivere la sua giovinezza durante
una guerra, quella combattuta in Italia dal 1943 al 1945.
E si trovò a partecipare alla resistenza, con naturalezza,
probabilmente con la stessa arguzia e serenità che esprime ora, che di anni
ne ha quasi 80 e continua a percorrere con curiosità e determinazione le
strade di Milano, aperta alle novità e agli incontri.
Così è arrivata alla
festa per il 15° compleanno della Libera Università delle Donne, ha voluto
conoscerci meglio e ci ha raccontato un po’ della sua vita.

“Bisogna cominciare dal mio bisnonno francese che venne in
Italia per combattere con Garibaldi e qui si fermò, lasciando ai nipoti,
tra cui mio padre, lo spirito di ribellione e l’anticonformismo come regole
di vita.”
Gli occhi di Adele si illuminano quando parla del padre, ferroviere autodidatta,
licenziato a causa della sua fama di “comunista” nel 1924, quando - all’indomani
dell’assassinio di Matteotti - il governo presieduto da Mussolini risponde
allo sdegno popolare attuando una decisa svolta autoritaria.
Il ricordo della madre, al contrario, le disegna un’ombra sul viso:
“La famiglia di mia madre invece è tutta all’opposto: apparteneva alla
borghesia, piccolissima borghesia, ma erano di tutt’altra mentalità. Mio
zio ha perfino partecipato con D’Annunzio all’impresa di Fiume. Mio nonno
era capo-dipartimento nelle ferrovie; per questo i miei genitori si sono
conosciuti.

Mia madre aveva studiato e poi era entrata come impiegata in un’agenzia
di viaggi, ma aveva una sensibilità particolare, probabilmente perché
era rimasta orfana da bambina e non riuscì mai ad accettare la nuova moglie
di suo padre, che invece per me fu una nonna deliziosa. La mamma cadeva
spesso in forme depressive.”
Lo
sguardo si appanna e si perde nel ricordo ancora pungente. Ma si riprende
subito: racconta dei suoi studi e poi del suo lavoro, giovanissima, come
impiegata in una delle prime agenzie di pubblicità.
Era il 1939: la guerra
era già scoppiata ma da Milano era lontana e ancora vi si potevano vivere i
propri 15 anni con serenità e guardare il mondo con occhi curiosi. Tuttavia
il fronte pian piano si avvicinava.

“Mio padre diceva che
tutto era iniziato con Stalingrado: da lì hanno cominciato a cambiare le
cose, poi sono venuti gli scioperi della primavera, lo sbarco in Sicilia e
il 25 luglio. Come eravamo contenti! La gente ha cominciato trovarsi, a
parlare più apertamente. Così ho scoperto che le mie più care amiche avevano
anche loro dei genitori antifascisti. Ma poi è venuto l’8 settembre.
Vicino a Niguarda, dove
abitavo, c’erano delle casermette dell’esercito. I soldati hanno lasciato le
caserme e vagavano disperatamente per il quartiere in cerca di qualcuno che
li liberasse della divisa. La gente, tutta la gente, ha iniziato a
recuperare quello che aveva e in breve tempo, nonostante la penuria
generale, sono saltati fuori abiti, scarpe, anche biciclette e carrette
perché quei ragazzi potessero tornare a casa.
I soldati ci diedero le armi:
le avevano portate via dalle caserme e ce le consegnarono, ma non si sapeva
dove nasconderle. I tedeschi le cercavano. Mio padre le nascose nel cortile
di casa nostra: molti lo sapevano, ma nessuno fece denuncia, persino il
maresciallo dei carabinieri tacque.
Presto vennero a prenderle quelli che
andavano in montagna. Sì perché molti ragazzi andarono via. Io e le mie
amiche entrammo nei Gruppi di difesa della donna. Si
formarono subito: certo non è che ci si iscrivesse, ma si faceva quello che
c’era da fare.”

“Per evitare i bombardamenti, frequenti nella zona nord della
città vicina alla ferrovia e agli stabilimenti di Sesto S. Giovanni
sfollammo a Giussano.
Io tenevo i collegamenti tra Milano e il nostro nuovo
paese, che era abbastanza vicino alle zone in cui operavano i partigiani.
(Si
tratta di un tragitto di circa 24 km.)
Portavo volantini, che
prendevo in una tipografia in zona Garibaldi, oppure cibo, vestiario e li
portavo a destinazione in bicicletta.
Una volta incappai in un posto di blocco. A Seregno:
c’erano questi fascisti in mezzo alla strada che fermavano tutti. Allora io
ho dato una spallata a quello che mi era vicino e poi mi sono buttata in un
portone. Subito si è formato un muro di uomini che hanno coperto l’ingresso,
mi hanno portato via la bicicletta e l’hanno fatta sparire. Mi hanno fatto
attraversare la ferrovia, che era lì dietro, e dall’altra parte ho trovato
un uomo anziano che mi ha dato la sua bicicletta e mi ha spiegato che strade
dovevo fare per evitare la provinciale.
Mi fanno ridere quando
dicono che la resistenza fu una cosa di pochi, una guerra tra due fazioni
opposte. Non fu così. Tutti erano con noi e soprattutto contro la guerra.
Come adesso.”
E a riprova della sua interpretazione, che è storica ma anche
personale, della resistenza come fatto di popolo, ricorda un altro episodio
che visse in prima persona.
“Capitava spesso che i
convogli ferroviari fermi al deposito di Greco, pronti per partire verso la
Germania carichi di macchinari e di tutto quello che l’esercito tedesco
riusciva a portar via, rimanessero bloccati: i binari venivano fatti saltare
da quelli dei GAP.
Gli ufficiali tedeschi si
convinsero che ci doveva essere per lo meno la complicità dei ferrovieri in
tutto questo e decisero di arrestare una coppia di anziani coniugi: un
capostazione e sua moglie, che gestiva il bar della stazione.
Ma il cuoco
tedesco del comando li avvertì e loro riuscirono a scappare. Si rifugiarono
da contadini dei dintorni, che però non potevano nasconderli, allora fecero
il nome di mio padre. I contadini si mobilitarono: uno venne ad avvertirci,
un altro prese il suo carro e lì portò da noi nascosti sotto della paglia,
di notte, sfidando il coprifuoco. Era proprio il giorno dell’epifania del
’45. Noi li tenemmo nascosti fino alla fine della guerra: di giorno stavano
nascosti in cantina e la notte salivano a dormire, altrimenti non avrebbero
potuto resistere al freddo, che quell’inverno fu particolarmente intenso.
Ora, quei contadini non erano militanti eppure rischiarono la pelle per
salvarli.”
Cerchiamo di incalzarla
sulla specificità del suo impegno come donna in quelle vicende e allora ci
racconta un fatto poco noto accaduto nei giorni della liberazione.
“Sì, ci fu quel comizio
della Carnevale in piazzale Loreto. Qualche giorno dopo il 25, era il 27
aprile, mi sembra, continuavano a arrivare in città i partigiani e noi
eravamo andate a vederli passavano da piazzale Loreto per andare in Duomo.
Eravamo un bel gruppo di donne e lì su un camion Maria Piera Carnevale ci
fece un comizio volante.
Mi emozionò moltissimo sentir parlare una donna. Ci
diceva che, visto che avevamo partecipato alla lotta come gli uomini, ci
eravamo conquistate non solo la pace e la libertà ma anche la dignità di
cittadine e che avremmo dovuto continuare a lottare per essere veramente
libere, protagoniste della nostra vita e del nostro futuro.” Ma questo
momento di entusiasmo ebbe un epilogo violento. “Sulla piazza c’era
l’hotel Terminus dove si trovava un comando fascista. Dalle finestre
all’improvviso partono degli spari contro di noi. Fortunatamente c’era il
tram bianco fermo in mezzo al piazzale e ci siamo
rifugiate lì mentre i partigiani rispondevano al fuoco.”
Finita la guerra non
finisce l’impegno di Adele che dapprima va a lavorare nel sindacato, la Fiom,
e poi decide di riprendere gli studi per dedicarsi all’insegnamento.

In questa scelta è forse
è influenzata anche dal fervore culturale dei primi anni del dopoguerra.
“C’erano molti
intellettuali con noi allora, che venivano a incontri con la gente comune
nei cortili delle case popolari, nelle sale delle cooperative. Venivano
volentieri anche perché allora un buon pranzo delle cooperative era cosa
ambita, con gli stipendi da fame che prendevano i giornalisti.
Così ho
conosciuto Vittorini, Strehler, Rodari, Venturi, Treccani, Pontecorvo. Anzi
di lui ricordo che voleva entrassimo, io e la mia amica Stellina Vaia, nel
Fronte della Gioventù ma noi ci sentivamo troppo vecchie
per farlo: ormai avevamo più di vent’anni”
Il sorriso indugia nei
suoi occhi al ricordo di quei momenti di vitalità e di ricchezza.
Trasferì poi il suo
impegno nella scuola: partecipò al Movimento di Cooperazione Educativa
e collaborò al Giornale dei Genitori.

Nell'insegnamento, che
portò avanti fino agli anni 80, era impegnata a educare i bambini alla pace.
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