Movimento Lgbtq, c’è bisogno
di discussione e riflessione

di Anita Sonego*


Da troppo tempo i quotidiani riportano notizie che parlano di “sconfitte” del movimento Lgbtq (che preferisco chiamare “
Arcobaleno”).

Dalla mancata presenza dei Pacs nel programma dell’Unione alla bagarre in Commissione Affari Sociali della Camera per la presenza dei rappresentanti della Lega italiana delle famiglie di fatto.

Premetto che ho partecipato a tutti i Pride che hanno avuto come richiesta preminente l’istituzione dei Patti Civili di Solidarietà e vorrei che quanto scriverò venisse letto partendo da questo dato di fatto.

Credo sia giunto il momento per tutto il movimento (anzi, tutti i movimenti) di fare una riflessione sulla qualità delle proprie rivendicazioni. Sul perché dell’empasse che queste hanno trovato ed anche su quali siano realmente i bisogni prioritari del mondo Arcobaleno in Italia.

Penso sia opportuno aprire una discussione in proposito su questo giornale.

Tenterò di riflettere sulla qualità delle nostre richieste ed in particolare su quella che considera le relazioni d’amore, di convivenza e di mutuo sostegno con o senza figli, delle famiglie.

Da dove nasce questa rivendicazione che, per una come me che ha vissuto gli anni Settanta, sembra conservatrice, omologante… di destra?

Insomma, da Engels in giù, passando per Marcuse, Laing, Cooper fino a “Family life” di Loach, la famiglia è stata considerata un’istituzione per lo meno da superare. Che cosa fa ritenere, invece, che, giunti al Ventunesimo secolo, sia un’istituzione da rivendicare?

Mi sembra davvero deprimente che le nuove forme di relazioni che vedo attorno a me: donne che convivono e fanno figli con o senza inseminazione artificiale, gay che in varie modalità hanno figli e figlie, tentativi di vivere in nuclei allargati possano, anzi, vogliano definirsi “famiglie”.

A meno di non considerare una famiglia alla stregua “della ragione sociale di una società di assicurazione”.

Mi è stato spesso risposto che a noi le terminologie non interessano” e “le parole possono cambiare di significato”.

Non ne sono affatto sicura e penso che nuove relazioni esigano nuovi nomi.

Se, come diceva Liana Borghi ad un convegno di un anno fa a Milano «i concetti e i termini racchiudono una serie di caratteristiche definite e legittimate dalle strutture di potere della cultura che li esprime, li usa per spiegare, giudicare, etichettare», il termine”famiglia” è carico di significati che non ci prevedono, che ci hanno oppresso; è una narrazione di potere diseguale, in particolare del potere del “pater familia” (è forse per questo che molti gay non sentono la dissonanza di questa parola).

La distanza tra le nuove realtà ed i vecchi concetti dimostra contemporaneamente la difficoltà e la necessità di nuove narrazioni per le nostre esperienze.

Che cosa significa, per dei “soggetti eccentrici”, assumersi una denominazione che sta alla base della società eteropatriarcale? A meno di pensare che l’eccentricità sia un disvalore e che il margine non sia lo spazio di massima libertà in un mondo globalizzato ed omologante.

La resistenza che molti gruppi lesbici italiani hanno nei confronti della richiesta dei Pacs credo abbia alla base queste riflessioni.

Le compagne di Pianeta Viola scrivevano, in preparazione del Pride 2005 di Milano: «Dove sono finite le solidarietà creative ed incrociate che avevano permesso il miracolo del World Pride 2000? Quale miope autoreferenzialità può portare a chiudere il nostro orizzonte su una richiesta minima alle forze politiche che sa tanto di scambio elettorale e che vorrebbe appaltare ai partiti e ai loro apparati l’irriducibilità delle nostre vite?... Perché rinunciare in partenza alla rivendicazione di diritti per tutti coloro che vivono ai margini e che possono fare della propria vita un manifesto contro l’ipocrisia dei”regimi di verità” che annullano la dignità delle persone? Facciamo leva sulla precarietà delle nostre vite per creare ponti con le realtà più diverse, per affermare la centralità della persona. Di tutte le persone, ed il diritto ad un’esistenza dignitosa nel rispetto dei propri bisogni. Il diritto alla speranza e alla felicità.

E’ aperto il dibattito.

 

*Gruppo Soggettività lesbica, Milano

 

questo articolo è apparso su Liberazione del 14 novembre  2006