Essere donna in Afghanistan

l’apartheid di genere come crimine

Nunzia Augeri


Nell’agosto del 2021, in Afghanistan dopo il ritiro delle truppe statunitensi, i Talebani sono tornati al potere. Il termine “taliban” in lingua pashtun e persiana significa “studenti”, e si riferisce agli studenti delle scuole coraniche tradizionali, che danno un’interpretazione dell’islam come rifiuto di ogni influenza occidentale e recupero della tradizione sociale, giuridica, economica strettamente coranica. Leader supremo ed emiro del paese è Hibatullah Akhundzada, assistito da un Consiglio supremo di 12 membri che possono esercitare un potere di veto sul governo, che è a sua volta diretto dal primo ministro Mohammad Hassan Akhund. Nei cinque anni trascorsi una serie di provvedimenti del “Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio” ha reso la vita delle donne praticamente impossibile: la tempesta di divieti ha investito come un ciclone distruttivo la loro vita quotidiana, condizionandone ogni gesto, ogni azione.

La lista dei diritti negati è lunghissima: anzitutto le donne non possono in alcun modo partecipare alla vita pubblica e politica; prima del regime talebano le donne erano presenti nel Parlamento, nella Camera bassa nella misura del 27%, nella Camera alta erano il 22% e il 30% nell’amministrazione pubblica. Erano inoltre presenti nel governo e nel sistema giudiziario. Dall’avvento dei Talebani, le donne non possono ricoprire cariche pubbliche e nemmeno manifestare in difesa dei loro diritti. L’istruzione scolastica si ferma al sesto anno: vietati gli studi medi superiori e ovviamente anche l’università. Non più quindi insegnanti di ogni grado, avvocate, magistrate, ingegnere. Il divieto è stato aggravato con un provvedimento del dicembre 2024 che ha chiuso alle donne le facoltà di medicina, ginecologia e ostetricia, infermieristica, odontoiatria, dove prima erano tollerate: in campo medico operavano circa 35.000 donne. Oggi una donna malata o incinta può adire un ospedale solo se accompagnata da un uomo della famiglia, ma comunque un medico uomo, se la visita, non può toccarla né farle togliere gli abiti: perciò la mancanza di personale femminile negli ospedali esclude le afghane da ogni possibilità di cura, lasciando l’assistenza al parto solo alle parenti e vicine di casa. Alle donne è negato perfino l’accesso alle farmacie; e negato più che mai il controllo sulla riproduzione: a medici e farmacisti è assolutamente vietato prescrivere o vendere farmaci per il controllo delle nascite. La situazione sanitaria del paese è fra le peggiori del mondo, e non si sa se i dirigenti talebani si rendono conto del danno che impongono al loro stesso popolo, alla loro discendenza.

Altri divieti rigorosi riguardano l’abbigliamento: ogni donna deve indossare non solo l’hijab, ma dal maggio 2022 in pubblico le donne devono coprirsi anche il volto indossando il burka; in caso di violazione viene punito il tutore maschile (mahram) della donna. Per quanto grottesco possa sembrare, è loro vietato calzare scarpe bianche, giacché bianco è il colore della bandiera del Paese. I negozi di parrucchiera, che davano lavoro a decine di migliaia di donne nel paese, sono stati chiusi. Dai negozi di abbigliamento sono spariti i manichini femminili. Ogni immagine di donna è stata rimossa dagli spazi pubblici, da cartelloni pubblicitari, mercati, scuole e cliniche private; la statua di una donna che si trovava nel cortile dell’Università di Kabul è stata prima deturpata, poi rimossa. Ovviamente, alle donne è vietato apparire o lavorare in televisione.

Alle donne è stato fatto rigoroso divieto di svolgere ogni genere di lavoro, in particolare in organizzazioni non governative internazionali e nazionali: anche l’italiana Emergency si è trovata in difficoltà dovendo improvvisamente rinunciare alla collaborazione di personale medico femminile. Alle donne non è permesso neppure di lavorare da casa, per esempio via internet. Non possono viaggiare se non accompagnate da un mahram, non possono guidare autoveicoli e le scuole guida hanno il divieto di accettare allieve donne; se viaggiano in auto non possono sedere sul sedile anteriore. Dal marzo 2022 è stato vietato alle donne di frequentare i parchi, neppure per accompagnare i bambini a giocare; messe al bando anche da bagni pubblici e club sportivi: i Talebani hanno decretato che “gli sport femminili sono attività inappropriate e non necessarie, perché i volti e i corpi dei giocatori non possono essere coperti, e questo non è permesso dalla sharia”. Vietato a uomini e donne il gioco degli scacchi, perché per la sharia è un gioco d’azzardo, e vietata per tutti e tutte anche la musica, sia su canali televisivi e radiofonici, sia nei matrimoni e in altre cerimonie; messa al bando ogni attività artistica, il cinema, il teatro. I Talebani si occupano anche di architettura: nei nuovi edifici dove potrebbero vivere delle donne è fatto divieto di aprire finestre che si affaccino sulle strade: “vedere le donne che lavorano in cucina, nei cortili o vicino ai pozzi mentre raccolgono l’acqua potrebbe indurre ad atti impuri” recita il decreto. Infine, alle donne è vietato cantare, parlare o pregare ad alta voce in pubblico, rendendo illegale la voce femminile perfino in ambito religioso.

Si tratta di una situazione di vero e proprio apartheid di genere, cioè la segregazione sistematica e istituzionalizzata delle donne e la privazione dei loro diritti proprio in quanto genere considerato inferiore. Le conseguenze sono drammatiche: le vedove rimaste sole con figli – che sono circa due milioni - non potendo lavorare, si trovano in una condizione disperata, data l’assenza di ogni provvedimento assistenziale. All’interno delle famiglie tradizionali allargate si assiste a un aumento delle violenze domestiche, che una recentissima norma della dittatura teocratica ha legalizzato, permettendo agli uomini di percuotere le mogli a fini di correzione o controllo. Sono normalizzati i matrimoni forzati e quelli infantili, che trovano le radici nella società tradizionale afghana: vi sono casi di bambine fatte sposare a dieci anni, a volte per ripagare i debiti della famiglia. Non è un caso che il numero di suicidi fra le ragazze e le donne risulti eccezionalmente alto, pur nella difficoltà di reperire dati statistici precisi. Una volta sposate, nell’impossibilità di esercitare un controllo delle nascite e prive di assistenza medica adeguata, le giovani donne affrontano indifese i rischi dei numerosi parti: la mortalità in Afghanistan risulta di 638 donne su 100.000 nati vivi, cioè 24 donne al giorno, 4.200 all’anno; in paragone, in Italia è di 8 morti su 100.000 nati vivi.

L’istruzione delle ragazze, pur se per legge limitata alla scuola primaria fino al sesto anno, è molto malvista, anche se si svolge entro le mura domestiche: una fatwa lanciata dallo sceicco Abdul Ali Deobandi recita: “Far imparare alle donne la scrittura causa corruzione. Con questa abilità la donna inizia a inviare lettere alle persone, come viene fatto con i telefoni cellulari usati nelle case, attraverso i quali le donne stabiliscono relazioni inappropriate che aumentano il vizio e l’immoralità sulla terra. Così alle donne e proibito imparare a leggere e scrivere anche a casa, questa capacità non è accettabile per le nostre donne”. In un quadro nazionale dove per tutti i giovani l’istruzione religiosa delle madrase sostituisce in gran parte le altre materie scolastiche, specialmente quelle scientifiche, l’unica possibilità per le ragazze è di frequentare appunto la madrasa, dove l’insegnamento si concentra sull’apprendimento mnemonico del Corano in lingua araba, che la maggior parte degli afghani ignora; ma almeno le ragazze hanno così la possibilità di uscire di casa e ritrovarsi con le coetanee. Nelle campagne poi non è escluso che anche le madrase diventino oggetto di attacchi terroristici: nel giugno 2023, 80 ragazze di una scuola elementare della provincia di Sar-e-Pul sono state avvelenate. Ma anche a Kabul, la capitale, nel 2022 un attacco contro una scuola femminile ha causato la morte di 54 ragazze e il ferimento di 114, quasi tutte appartenenti alla minoranza etnica hazara.

Invischiate in una fitta rete di divieti, le donne trovano certamente la possibilità di sgusciare attraverso le maglie: soprattutto nelle città le più coraggiose riescono a organizzare corsi clandestini per le ragazze, a continuare in casa il lavoro di parrucchiera, le donne medico e le ostetriche continuano a esercitare nelle vicinanze; nelle campagne è più facile fare musica per esempio in occasione di un matrimonio, o evitare il burqa mentre si lavora fuori casa. Ma costruire un’opposizione organizzata è spaventosamente difficile, per via della repressione severamente esercitata ovunque e della paura che essa suscita. Eppure si conosce l’esistenza di alcuni gruppi, fra cui una Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan (Rawa) che tenta un minimo di azione. L’Associazione, fondata nel 1977, è da sempre clandestina e porta avanti progetti di educazione, assistenza sanitaria, sostegno alimentare, oltremodo necessario in un paese in cui, su 45 milioni di abitanti, circa 15 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare e 3,5 milioni di bambini sono affetti da malnutrizione acuta. Ma il punto chiave del suo lavoro resta l’istruzione. “Per noi l’istruzione e la consapevolezza politica sono fondamentali, dobbiamo dare strumenti alle persone. Dare a qualunque donna, anche se analfabeta, la possibilità di capire che cosa le sta succedendo. Anche agli uomini. Dobbiamo salvare i giovani dall’educazione fondamentalista delle madrase. Gli fanno il lavaggio del cervello. Non possiamo ritrovarci domani in un paese fatto solo di talebani. Sarebbe una catastrofe”, afferma Shakiba, una militante di Rawa, intervistata dalle attiviste del Cisda, Comitato italiano sostegno donne afghane. “Le donne sono imprigionate nella case e nella propria mente, non possono andare nemmeno in un parco a respirare un po’ d’aria. Ma per noi attiviste di Rawa la vita è ancor più complicata. Non possiamo stare chiuse fra le mura domestiche, impegnate solo a sopravvivere nel nulla, dobbiamo continuare a portare avanti i nostri progetti. Siamo tornate all’età della pietra e dobbiamo ricominciare da zero. Ma siamo sempre a rischio”.

Di fatto la repressione poliziesca è particolarmente occhiuta e si avvale delle tecniche di sorveglianza più moderne: i talebani usano il sistema HIIDE (Handheld Interagency Identity Detection Equipment), una tecnologia occidentale in questo caso benvenuta e apprezzata, che permette di confrontare i principali dati biometrici (impronte digitali, scansione dell’iride e riconoscimento facciale) con una banca dati centrale. A Kabul inoltre sono installate 90.000 telecamere di videosorveglianza, dotate di funzione di riconoscimento facciale, che possono controllare individui a chilometri di distanza. Per chiunque – uomo o donna – non si adegui alle rigide regole della dittatura teocratica, ci sono prigioni con trattamento disumano, e spesso la condanna a morte.

Poche voci si sono levare a denunciare la situazione delle donne afghane. Il Parlamento europeo, in data 14 marzo 2024 ha votato una risoluzione per cui “l’applicazione da parte dei Talebani della legge della sharia e l’esclusione di donne e ragazze dalla vita pubblica equivalgono a persecuzioni di genere e apartheid”. Vanno sostenute “le richieste della società civile afghana di ritenere le autorità di fatto responsabili delle loro azioni, di svolgere un’indagine da parte della Corte penale internazionale, di istituire un meccanismo investigativo indipendente delle Nazioni Unite, e di espandere le misure restrittive dell’UE”. Nel settembre del 2025 nove Stati membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU (Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Grecia, Guyana, Panama, Sierra Leone, Repubblica di Corea, Slovenia) hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui “esortano i Talebani a revocare tutte le politiche e le pratiche che limitano i diritti umani e la libertà fondamentali delle donne e delle ragazze, in base alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e le risoluzioni 2593 e 2681 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. E sempre in sede ONU, la Sesta Commissione sta studiando il processo di revisione del trattato sui crimini contro l’umanità, per includervi l’apartheid di genere, oltre a quello razziale. La conclusione dei lavori è prevista per l’anno 2028 o 2029.

Belle parole, molto corrette, ma disperse nel vento. Di fatto, pur non essendo il governo talebano riconosciuto dalla maggior parte dei Paesi, ne è in corso un riconoscimento “strisciante” da parte della comunità internazionale: il processo è iniziato con la Conferenza di Doha del 2024, organizzata dall’ONU per normalizzare i rapporti internazionali con il governo dell’Afghanistan e riaprire le relazioni economiche e politiche. Per la prima volta il governo talebano è stato invitato a partecipare alla pari con i 25 Paesi partecipanti alla Conferenza, con una accettazione di fatto di tale governo come legittimo rappresentante del popolo afghano; ma la cosa grave è che per avere tale presenza l’ONU ha accettato la condizione posta dai Talebani di escludere il problema delle donne afghane e dei loro diritti dai temi trattati nella Conferenza.

La Conferenza si è conclusa senza impegni precisi, ma con la disponibilità dei negoziatori a proseguire la discussione sui temi economici. Di fatto, l’ONU si è sganciata dalle trattative, che sono state delegate all’Unama (Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan), che ha elaborato il cosiddetto “Piano Mosaico”: praticamente il Piano separa i problemi pratici, come la cooperazione economica e lo sviluppo del settore privato, dai problemi “complessi”, come i diritti umani e i diritti delle donne, e ha scelto la via degli incontri bilaterali, che non diano nell’occhio, un processo strisciante che permetta di fare affari con i Talebani senza subire fastidiose critiche. Da parte loro i Talebani hanno avanzato richieste molto precise: la revoca delle sanzioni ONU, il recupero dei beni congelati negli Stati Uniti, l’assunzione del seggio all’ONU, ancora in mano al governo della precedente repubblica: un vero e proprio riconoscimento di legittimità. Nel giugno 2025 ci sono stati gli incontri dei gruppi di lavoro previsti dal Piano Mosaico fra sette rappresentanti dei Talebani e 26 Stati membri ed esperti delle Nazioni Unite, per discutere di lotta alla droga e di sviluppo del settore privato: le discussioni si sono svolte a porte chiuse e nessuna dichiarazione è stata rilasciata.

Le organizzazioni di donne e per i diritti umani hanno decisamente criticato il Piano Mosaico, e con pochi eroici gruppi di donne afghane in esilio stanno cercando di smuovere l’opinione pubblica per rendere nota la situazione e far sorgere un movimento internazionale di protesta. Il Piano Mosaico di fatto sta portando alla legittimazione del governo talebano, non prevede alcun ruolo per le donne e la società civile, e rendendo i diritti umani oggetto di contrattazione, ne pregiudica l’universalità e l’inviolabilità. Ma che cosa sono mai i diritti umani di fronte al fatto che l’Afghanistan è ricchissimo di risorse naturali, di litio e terre rare in primo luogo, di uno dei più grandi giacimenti di rame, e poi di ferro, bauxite, piombo, oro, carbone, gas naturale e petrolio? Le donne possono bene venir imprigionate in casa, restare ignoranti e schiacciate, morire di fame, di parto, di malattie e di violenze; le terre rare e gli affari sono più importanti.

 

 


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