I  NODI  DELLA  QUESTIONE  LAICITA’  IN  ITALIA

di Maria Carla Baroni

 

Non si può fare il punto, oggi, sulla laicità, o meglio sulla carenza di laicità, dello Stato in Italia senza una carrellata, seppure molto molto sintetica e per flash, sulla storia patria  per quanto riguarda i rapporti tra Stato e Chiesa.
 

La cultura nazionale, i principi a base della sovranità e lo Stato della Chiesa.

         L’Italia, rispetto alle altre nazioni europee, è stata caratterizzata da una grande precocità economica e culturale: dopo il Mille fu la prima nazione in Europa a raggiungere livelli di tipo mercantile e protocapitalistico e l’accumulazione del capitale iniziò con i grandi mercanti/banchieri della Firenze quattrocentesca. Nel XIII secolo si affermò la lingua “volgare”; nacque la letteratura italiana  nella Sicilia di Federico II e in Toscana; nello stesso secolo  sorse sia  un diritto comune ispirato al diritto romano, sia  un pensiero politico; le arti figurative assimilarono le tradizioni greco-romana e araba, ruppero con la tradizione bizantina e rielaborarono quella gotica, dando origine a uno splendore espressivo originale che culminò con il Rinascimento e, in varie forme, non venne mai meno in ogni parte della penisola, nonostante  invasioni, guerre, rivolgimenti politici.

         La nazione italiana era nata e le mancava soltanto quell’unità politica che Federico II, costruttore in Europa del primo Stato assoluto di tipo moderno, non riuscì a realizzare. Per molti secoli a venire la nazione italiana si sviluppò, in una penisola divisa dallo Stato della Chiesa, che ne occupava la porzione centrale, come una cultura nazionale priva di uno Stato nazionale.  

         A fronte di questa precocità ed eccellenza delle sue origini nazionali l’Italia fu infatti l’ultima grande nazione europea, insieme alla Germania, a diventare uno Stato unitario compiuto (1870). Ma mentre l’Impero tedesco, proclamato nel 1871 sostanzialmente come trasformazione del regno di Prussia, fu preceduto da una grande potenza, la Prussia appunto, il Regno d’Italia fu preceduto da una lunga storia di invasioni e dominazioni straniere, divisioni, guerre al nord tra Stati piccoli e piccolissimi, e arretratezza nelle terre del sud, le cui conseguenze pesano tuttora.

          Causa e arbitro di questa  situazione fu lo Stato della Chiesa, unico caso di potere temporale in Occidente, che, proprio dopo il Mille, con Gregorio VII, inaugurò, per rafforzare il suo potere, una strategia mirante  a suddividere l’Italia e a impedirne ogni forma di unificazione.

         La Chiesa  aveva infatti assunto un potere e un ruolo politico crescenti già nell’alto Medioevo, quando i due principi della sovranità, religioso e laico, erano ancora confusi e unitariamente operanti nell’Impero Romano d’Oriente. E proprio per difendersi dall’invadenza di Bisanzio, Gelasio I, fin dal V secolo, aveva nettamente distinto la sacra autorità dei pontefici dalla potestà regale. La politica, d’altra parte, non poteva più identificarsi con la pura forza e necessitava di una legittimazione morale che la Chiesa era pronta a offrire: da qui nacque il Sacro Romano Impero, instaurandosi un patto di scambio tra la Chiesa che, mediante l’incoronazione papale dell’imperatore, fondava e riconosceva il potere imperiale come derivante da Dio, e l’Impero, che si impegnava a difendere la Chiesa in terra. Senonchè con il passare del tempo i papi, depositari di un potere di legittimazione etico-politica,  rivendicarono un controllo morale sullo stesso operato degli imperatori e costoro, ritenendosi investiti direttamente da Dio di un potere  terreno assoluto, finirono per considerare vescovi e clero come propri sudditi, indebolendone  prerogative e  poteri.

         In Francia e in Inghilterra il crescente potere dei re, che si sviluppava su basi territoriali, approfondì la separazione tra i due principi della sovranità e il territorio divenne via via il riferimento laico della sovranità regia, portando alla formazione dei primi Stati nazionali.  La nostra penisola, sede della Chiesa e “giardino dell’Impero”, divenne così il principale terreno di competizione e di scontro tra Chiesa e Impero.

          Anche in Italia si sviluppò una elaborazione  precoce del principio di sovranità territoriale, secondo cui è sovrano il soggetto pubblico che non riconosce nessun superiore. Da noi ciò avvenne, però, non in base al rafforzamento e alla autonomizzazione del potere laico (regio) su basi territoriali tanto  ampie da sviluppare poi Stati nazionali; avvenne per merito della cultura giuridica (il diritto comune di ispirazione romana composto dalla redazione scritta di consuetudini locali e statuti comunali, e cioè di norme a base comunque territoriale, anche se ristretta) confluita con la cultura politica dello Stato assoluto di Federico II.

         Da noi il processo di laicizzazione e modernizzazione della politica, con il rifiuto di una origine e legittimazione esterna  del potere politico (la derivazione divina), proseguì poi sul piano  teorico per merito della grande triade costituita da Dante Alighieri, Marsilio da Padova e Bartolo da Sassoferrato (XIV secolo).  Soprattutto Dante, con categorie e linguaggio medioevali, ma con una lucidità assolutamente moderna, teorizzò la separazione tra politica e religione ovvero l’autonomia e la pari dignità tra potere spirituale e potere temporale, i “due lumi”, egualmente degni, autonomi e indipendenti.

 

Il secolo XIX e lo Stato nazionale.

         Facendo un balzo di cinque secoli, non è possibile non ricordare la “libera Chiesa in libero Stato” di Cavour e il rifiuto di Pio IX a riconoscere, dopo la breccia di Porta Pia, Roma capitale d’Italia. E che dire, a tal proposito, dell’Italia che ricorda il 20 settembre solo nella toponomastica di alcune sue città? Se l’Italia fosse uno Stato laico non mancherebbe di celebrare, con una festa nazionale, l’unità politica  finalmente e compiutamente raggiunta…Fatto sta che, da allora, Roma è sede e simbolo – caso unico al mondo – di uno Stato nazionale a sovranità territorialmente definita e di una Chiesa che, fin dal nome, si proclama universale, salvo poi continuare a occuparsi prevalentemente, e con accanimento, delle vicende politiche interne di quello Stato di cui, per molti secoli, aveva impedito la realizzazione.

         Chiudiamo il XIX secolo ricordando, per il suo alto valore simbolico, l’inaugurazione del monumento, voluto dalla massoneria, a Giordano Bruno in Campo dei Fiori (1889), nello stesso luogo in cui il filosofo era stato arso vivo il 17 febbraio del 1600; inaugurazione accompagnata da una grande manifestazione che riscosse il benevolo assenso di Francesco Crispi.

         Non è possibile seguire in questa sede tutte le complesse e alterne vicende della “questione romana” e, più complessivamente, dei rapporti tra Stato italiano e Chiesa cattolica nel contesto dei mutamenti economici, sociali e politici in ambito nazionale e internazionale, per cui mi limito a  isolare e a presentare alcuni atti fondamentali.

 

Il Concordato (1929) e la Costituzione (1948).

         Il primo atto fondamentale fu costituito dai Patti Lateranensi, negoziati e poi, l’11 febbraio 1929, firmati per l’Italia da Benito Mussolini, secondo il quale la tradizione latina e imperiale di Roma era  rappresentata dal cattolicesimo e l’Italia avrebbe dovuto fornire al Vaticano gli aiuti materiali per scuole, chiese, ospedali o altro, poiché l’aumento dei 400 milioni di uomini che (allora) in tutte le parti del mondo guardavano a Roma era interesse e orgoglio degli italiani.

          I Patti comprendevano il Trattato dell’Italia con la Santa Sede, il Concordato e una convenzione finanziaria. A differenza della legge delle guarentigie del 1871, in base alla quale il papa non disponeva di un territorio, ma di due palazzi (Vaticano e Laterano) e di una residenza estiva a Castel Gandolfo, il trattato del ‘29 riconobbe l’esistenza di uno Stato della Città del Vaticano con un proprio territorio e impegnò lo Stato italiano a garantire il libero esercizio della sua sovranità. Il Concordato definì lo statuto dei beni ecclesiastici e del clero, normò istituti che incidevano – e incidono tuttora - sul diritto civile italiano (ad es. il matrimonio concordatario) ed estese alle scuole medie l’insegnamento religioso che dall’inizio degli anni ’20 era stato introdotto alle elementari.

          Desidero sottolineare in primo luogo il fatto che fu il fascismo – e non altri – a istituire lo Stato della Città del Vaticano, a ripristinare – nella forma consentita dai tempi e dalla Storia – quello Stato pontificio che era stato causa prima dei mali che per nove secoli avevano travagliato l’Italia.   

         In secondo luogo, come bene mise in evidenza Antonio Gramsci, il Concordato non fu un comune trattato internazionale contratto tra due Stati in modo paritario, ma rappresenta una interferenza di sovranità in un solo territorio statale, quello italiano, e sui cittadini di uno solo degli Stati contraenti, i cittadini italiani, sui quali la sovranità di uno Stato estero rivendica poteri di giurisdizione. Il concordato è il riconoscimento esplicito di una doppia sovranità in uno stesso territorio statale e rappresenta  la capitolazione dello Stato italiano, che di fatto accetta la tutela di una sovranità esterna in cambio del consenso di una parte dei governati che riconosce di non poter ottenere con mezzi propri. Si tratta, in sostanza, di una derivazione della sovranità supernazionale che formalmente era stata riconosciuta al papa nel Medioevo fino alla formazione delle monarchie assolute a base nazionale. Così come l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali riproduce, sia pure in forma attenuata e controllata, il monopolio dell’educazione dei giovani  che la casta sacerdotale aveva esercitato nel Medioevo e  la storia moderna aveva attaccato e distrutto.

         Il secondo atto fondamentale su cui soffermarci è la Costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948,  che, all’inizio dell’art. 7, sancì: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Ma “tutti sapevano che la Santa Sede voleva la conferma dei Patti Lateranensi…” e “all’assemblea costituente il PCI fu molto più conciliante di quanto il papa non avesse previsto” ha scritto Sergio Romano in un suo libro del 2005.  E mentre il Partito liberale e il Partito socialista puntarono sulla laicità dello Stato,  Palmiro Togliatti e Giuseppe Dossetti  si accordarono per inserire nell’art. 7 la formulazione secondo cui “I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi”.

          E così il Concordato, che Gramsci aveva valutato come “capitolazione dello Stato” e che iniziava con un esplicito richiamo all’art. 1 dello Statuto Albertino, secondo cui “La religione cattolica apostolica romana è la sola religione dello Stato”, entrò nel testo fondante della Repubblica, anche se le  modificazioni dei Patti “accettate dalle due parti non richiedono procedimento di revisione costituzionale” (art. 7 Cost.). Evidentemente il realismo politico di allora portò a non “accorgersi” (o a non curarsi) di quanto il monopolio così riconosciuto stridesse con l’affermazione del successivo art. 8, in base al quale “Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”.  

 

Prime forme di laicizzazione della società e dello Stato.

         Nei due decenni successivi l’Italia  cambiò decisamente: industrializzazione diffusa, migrazioni interne, inurbamento, lavoro delle donne nell’industria e nei servizi, boom economico, scuola media unica, ’68 studentesco, ’69 operaio, movimento delle donne; e se ne videro gli effetti con la grande stagione di rinnovamento degli anni ’70, che toccò ampi settori: dai diritti (Statuto dei lavoratori, tutela delle lavoratrici madri, riforma del diritto di famiglia), alla salute (riforma sanitaria universalistica, riforma psichiatrica), alla casa e all’urbanistica (edilizia residenziale pubblica, piano decennale casa e piani di recupero, equo canone) al decentramento di molte funzioni dallo Stato alle Regioni.

         In tale decennio si produssero anche le prime forme di laicizzazione con l’approvazione della legge sul divorzio (1969) e con la sconfitta della Chiesa e del suo partito al successivo referendum (1974); e poi con l’approvazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza (1978) e con la sua conferma in forma immutata ai due referendum (di opposto segno) del 1981.

          I vari mutamenti intervenuti nella società e nei rapporti di forza portarono anche, dopo diciassette anni di progetti e negoziati, alla revisione del Concordato (1984), arrivata in porto grazie anche alle personalità e alle volontà di un papa non  italiano (Giovanni Paolo II) e di un laico con intenti modernizzatori (Bettino Craxi).

         Tale revisione fu, sul piano dei principi, un  passo avanti: venne abrogato il principio della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano; fu ammesso che l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole sarebbe stato facoltativo; ci si adeguò alla mutata normativa civile  in materia di matrimonio stabilendo che la competenza dei tribunali ecclesiastici  su tale istituto non sarebbe più stata esclusiva  e si sostituì il mantenimento diretto del clero da parte dello Stato con l’attribuzione dell’8 per mille del  reddito di ogni contribuente ad attività sociali, con la possibilità di scegliere – come destinatario - tra lo Stato e la Chiesa cattolica; possibilità di scelta successivamente estesa via via alle altre confessioni religiose, escluso – finora – l’Islam.

         Ma il Concordato dell’84, sia pure un po’ migliorato rispetto a quello del ‘29,  rimane pur sempre un trattato non paritario che riserva alla Chiesa cattolica uno status largamente privilegiato e pubblicamente riconosciuto rispetto alle altre confessioni religiose e, oltre a tutto, riconferma la cessione di sovranità e di risorse dallo Stato italiano a una istituzione privata o a uno Stato estero, comunque la si voglia mettere; e senza contropartite per la generalità della popolazione. Contiene inoltre un’affermazione a dir  poco opinabile: il suo art. 1, dopo aver citato l’art. 7 della Costituzione secondo cui Stato e Chiesa sono indipendenti e sovrani, aggiunge che “si impegnano alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese”.   

         Rimangono, dopo l’84, nodi insoluti dal punto di vista di uno Stato laico: ad es. l’ora di religione nella scuola pubblica (anche se la sua frequenza è facoltativa), che continua a succhiare risorse pubbliche e a costituire un privilegio contrastante con  l’art. 8 della Costituzione; la presenza obbligatoria del crocifisso nelle aule scolastiche; e il trattamento giuridico privilegiato degli insegnanti di religione. A ciò si sono poi aggiunti, anni dopo, finanziamenti statali alle scuole private, anche confessionali, abbondantemente  riconfermati dalla legge finanziaria 2007, il tutto in netto contrasto con l’art. 33 della Costituzione, secondo cui “Enti e privati hanno il diritto di  istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

         Lo scenario italiano è, infatti, doppiamente paradossale. Per decenni l’Italia, unica fra tutte le democrazie dell’Occidente, ha avuto un partito di maggioranza relativa che, sistematicamente, andava a ricevere direttive da una autorità religiosa e, dopo la dissoluzione non edificante della DC, quando  si poteva sperare che la subalternità  dei governi italiani al Vaticano  ne venisse ridimensionata, ci si è trovati con i  politici cattolici (cattolici nei loro comportamenti politici pubblici), sia di lunga data sia di recente conversione,  presenti e “pesanti” in quasi tutti i partiti del Paese e sempre più in sintonia con l’acquiescenza e con il moderatismo in cui si stava immergendo la sinistra storica; in sostanza, con più partiti a contendersi l’appoggio del Vaticano in termini di voti e, quindi, con un maggiore potere delle gerarchie cattoliche nelle vicende italiane.

 

Le cosiddette radici cristiane dell’Europa.

         Giovanni Paolo II tentò pure – ma non gli riuscì - di trattare anche l’Unione Europea come il Vaticano era abituato a trattare l’Italia, chiedendo insistentemente che la Costituzione europea includesse un riferimento alle radici cristiane dell’Europa, “dimenticando”, come “dimenticarono” i politici italiani che gli diedero corda, due ordini di fattori.

          Se si intendono le radici in ordine cronologico non si può non ricordare  che alle origini della cultura europea ci fu una molteplicità  di influssi: la cultura neolitica della Grande Dea – signora della terra, delle acque e dei viventi, della nascita, della morte e della rinascita -; la cultura greca; la cultura romana, in cui si innestò direttamente quella giudaico-cristiana a partire dal centro dell’impero; e, contemporaneamente, in altre parti del continente europeo, la cultura dei Celti e quella dei Goti, poi quasi completamente sradicate dalla duplice conquista romana e cristiana.

         Se si intendono le radici in senso filosofico non si può negare che i diritti civili e il rispetto per la vita (oggi  giustamente richiesti dall’Unione Europea per l’ingresso di nuovi Paesi membri) rientrino nel più generale concetto cristiano di amore per il prossimo, anche se sono cosa distinta; ma la tolleranza, i diritti civili e politici, il rifiuto della pena di morte - nella concretezza della storia europea - vennero propugnati  dagli illuministi (Erasmo da Rotterdam, Voltaire, Beccaria e altri) e si affermarono dopo secoli di stragi (dei Catari, degli ebrei spagnoli e portoghesi, delle curatrici eredi e continuatrici di un’antica sapienza  legata alla natura), persecuzioni, torture, uccisioni (anche di pensatori bollati come eretici) perpetrate direttamente dal papato  e da Stati cattolici e di guerre di religione  (e di potere, ovviamente) tra fazioni e Stati che facevano riferimento alle varie chiese cristiane. E non dimentichiamo che la pena di morte era applicata, anche nel XIX secolo, pure nello Stato pontificio e proprio a difesa del potere temporale di quella che altro non era se non una monarchia assoluta.

         Dagli elementi fin qui tratteggiati emerge con chiarezza il nodo storico che dall’XI secolo ha pesato prima sulla formazione e poi sul livello di laicità dello Stato italiano: l’esistenza e la politica dello Stato pontificio prima e dello Stato della Città del Vaticano, con i poteri e i privilegi che gli sono riconosciuti, poi.
 

La laicità dello Stato e le sfide che essa deve affrontare.

Per proseguire l’analisi sulla situazione attuale e sul che fare occorre però precisare bene che cosa si intende per laicità.

Secondo Giovanni Boniolo  è “l’atteggiamento intellettuale caratterizzato in modo sufficiente dal lasciare (e auspicabilmente dall’avere) libertà di coscienza, intesa quale libertà di conoscenza, libertà di credenza, libertà di critica e autocritica”.

A metà del Novecento il principio della laicità dello Stato a democrazia rappresentativa sembrava  acquisito e indiscusso, pur con le diverse  caratterizzazioni presenti negli Stati Uniti d’America e nei vari Paesi europei, nei quali ultimi si erano storicamente formate le nozioni di laicità e di tolleranza.

Sennonché, lungo la seconda metà del secolo scorso in Europa (con tempi e dimensioni diverse nei differenti Paesi) si verificarono complessi fenomeni che Claudia Mancina ha ben sintetizzato lungo tre filoni (da me integrati):

1) la trasformazione delle singole società nazionali in società multietniche e multiculturali, con il formarsi di problemi di convivenza e di normazione giuridica a causa dei diversi modi di pensare, sentire e operare delle popolazioni immigrate, dovuti in gran parte alle diverse credenze religiose; 
2) la crisi di identità e la precarizzazione  del lavoro dipendente dovute a
lla globalizzazione, che ingenerano, nella popolazione da maggior tempo stanziata in un determinato Paese, paura e conseguenti chiusure identitarie nel tentativo di difendere l’esistente e di arginare il nuovo: posizioni assunte, in Italia, dalla Lega Nord e da vari esponenti della Chiesa cattolica, e che ottengono il solo risultato di esasperare i conflitti e di cercare di far regredire la società intera allo stadio precedente l’affermazione storica della laicità e della tolleranza;
3)  i progressi de
lla medicina e delle tecnologie collegate e l’emergere della bioetica, ovvero di un insieme di questioni che, pur riguardando aspetti privati dell’esistenza  di ognuno/a come la vita e la morte, il corpo e la procreazione, esorbitano dal campo delle scelte esclusivamente personali a causa del massiccio intervento tecnologico  che, in determinate circostanze, li consente e li investe. E quando si parla di corpo e di procreazione si parla del corpo delle donne, con quel suo potere di generare che non sarà mai maschile e che le società e le istituzioni patriarcali cercano di tenere   strenuamente sotto controllo…

In questo più complesso contesto la sfida posta dai mutamenti economici,  sociali e scientifici (verificati fino a ora e che continueranno a verificarsi in futuro) a uno Stato che voglia essere compiutamente democratico, può essere vinta in due modi:

-  attuando la parità fra i due generi nelle assemblee elettive e negli organismi di governo a tutti i livelli (ennesima occasione che non andrebbe persa è la riforma delle legge elettorale attualmente in discussione) e

- facendo ricorso ai principi liberali ormai classici, integrati però dalla diffusione di condizioni materiali e culturali tali da rendere concreti ed effettivi principi e diritti : 1) la libertà individuale, riconoscendo e garantendo a tutti e a tutte – nel diritto come nei fatti – la possibilità di praticare e manifestare la propria libertà di conoscenza, credenza e critica e di poter effettuare le proprie scelte personali in sintonia con la propria libertà di pensare e sentire;  2) l’uguaglianza dei cittadini e delle cittadine di fronte alla legge, intendendo con ciò non solo l’uguaglianza astratta, ma riferendoci al dettato costituzionale (art. 3) secondo cui “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

 

La questione della libertà individuale.

         In uno Stato laico le leggi non obbligano nessuno e nessuna a divorziare, a convivere senza sposarsi,  ad abortire, a ricorrere alle tecniche di procreazione assistita, a sottoscrivere il testamento biologico e a chiedere l’eutanasia attiva: le leggi  - individuando tutele e procedure - mettono   queste modalità di comportamento a disposizione di  coloro che intendono servirsene perché le ritengono adatte alle proprie situazioni esistenziali e in sintonia con il proprio modo di pensare e di sentire. In uno Stato laico tutti e tutte sono liberi/e, qualunque credenza abbiano e anche nessuna, con buona pace dei partiti che compongono la sedicente Casa delle Libertà e sostengono le posizioni restrittive  del Vaticano.

         In uno Stato che legifera in sintonia con una credenza religiosa, invece, sono liberi e tutelati nei loro diritti solo coloro che aderiscono a tale credenza.

         Il Vaticano si oppose strenuamente, a suo tempo, alla legge sul divorzio e fece di tutto per farne trionfare il referendum abrogativo, ma, bene o male, ha poi digerito questa prima conquista laica della società italiana e non la ripropone più, anche se ora, in merito alle unioni civili e ai diritti dei conviventi, ha rispolverato gli stessi toni da crociata. Ma le questioni su cui maggiormente  insiste sono quelle legate all’inizio e alla fine della vita: da qualche anno a questa parte ha ricominciato ad attaccare, dopo quasi trent’anni dalla legge,  l’interruzione volontaria di gravidanza e l’autodeterminazione delle donne.

         A differenza di una autorità religiosa, uno Stato laico, proprio per i momenti più difficili, e molto spesso  dolorosi, della vita individuale, non può che riconoscere come asse portante del suo intervento legislativo il rispetto degli uomini e delle donne in carne ossa e mente, delle loro percezioni, sensibilità, responsabilità, libertà di pensiero, capacità e volontà di scelta, in merito all’inizio vita come alla sua fase terminale e in occasione di gravi traumi e  malattie insorgenti dopo la maggiore età.

          Le persone che considerano la vita, in qualunque condizione, il dono di un  Dio trascendente, lasceranno che il loro male segua il suo corso, anche sostenuto il più a lungo possibile dalle tecnologie mediche; altri/e devono poter  rifiutare trattamenti anche in grado di salvar loro la vita se vietati dalla loro religione o tali da procurare menomazioni considerate inaccettabili; altri/e ancora, non seguaci di alcuna fede, devono poter decidere se affidarsi a qualunque possibilità di allungamento della vita offerta dalla medicina o se porre limiti, o anche respingere fin dall’inizio, trattamenti che non offrono speranze di guarigione e prolungherebbero sofferenze sentite come insopportabili.

         E’ facilmente risolvibile in base al principio della libertà individuale anche un altro aspetto su cui verte un dibattito e che riguarda gli ornamenti e i capi di vestiario considerati simboli di appartenenza religiosa: le catenine cattoliche con crocefissi e medagliette, così come la kippah degli ebrei e l’hijab delle islamiche (velo che copre i capelli), sono espressione del diritto individuale a manifestare la propria personalità e non arrecano nessun danno o offesa o mortificazione né a chi li porta né ad altri/e, per cui non v’è motivo alcuno per contestarli o vietarli. Diverso, ovviamente, è il caso del niqab,velo che copre il volto lasciando scoperti solo gli occhi, o, peggio ancora, del burqa: inaccettabili in quanto annullano l’individualità e la dignità delle donne che li indossano.

 

La questione dell’uguaglianza effettiva di fronte alla legge.

         Come avveniva in Italia prima dell’approvazione della legge sull’aborto e come avviene tuttora con la legge 40/2004, che pone moltissime limitazioni all’uso delle tecniche di procreazione assistita, può parere che il principio dell’uguaglianza valga per tutte e  tutti, in quanto i divieti posti per legge  riguardano tutte e tutti; ma in concreto le donne e le coppie abbienti si rivolgono a strutture sanitarie estere e quelle che non lo sono si vedono costrette o a rinunciare a legittimi desideri o a rischiare (come avveniva nel caso dell’aborto) salute e vita. Non solo è un’ipocrisia vietare in Italia quanto può essere  ottenuto, semplicemente pagando, oltreconfine; è una discriminazione odiosa e un attacco crudele contro le persone  economicamente più deboli in una questione fondamentale della vita come è quella di essere genitori.

         Un altro aspetto che contrasta con l’obiettivo costituzionale dell’effettiva uguaglianza di fronte alla legge e con la funzione redistributiva dello Stato moderno è il finanziamento pubblico delle scuole confessionali, che, come è noto, sono completamente (e abbondantemente) a pagamento e quindi frequentate dai figli dei ceti abbienti. Finanziare tali scuole significa dare a chi ha già (e in abbondanza) e sottrarre risorse alla scuola pubblica rivolta  alla generalità della popolazione: è una politica tipicamente di destra, quale che sia il governo che la persegue, soprattutto tenendo conto dei tagli apportati dalla legge finanziaria 2007 a un settore vitale per l’intero Paese, della situazione penosa dell’edilizia scolastica in varie realtà italiane, delle basse retribuzioni degli insegnanti rispetto all’importanza della loro funzione e della necessità di risorse aggiuntive per concretizzare l’obbiettivo di innalzare l’obbligo scolastico a sedici anni, pur contenuto nella finanziaria. 

 

La questione dei valori, la tutela della vita, la famiglia.

          Le più alte gerarchie cattoliche parlano e scrivono come se  possedessero il monopolio della morale nella società italiana  e come se i valori da loro propugnati discendessero ab origine dalla parola divina, mentre le posizioni da loro sostenute sono frutto di decisioni assunte in precisi contesti storici, oltre a tutto assai lontani nel tempo dalla stessa predicazione iniziale di Gesù: ad es. il matrimonio fu sancito come indissolubile dal Concilio di Trento (1545-63) nell’ambito del “serrare le fila” autoritario ritenuto indispensabile in risposta alla Riforma luterana; e la condanna  dell’aborto anche in caso di pericolo mortale per la madre fu sancita dal Sant’Uffizio a partire dal 1884 come risposta all’affermarsi dell’ostetricia medica ottocentesca e all’emergere di conoscenze clinico-statistiche in grado di fornire alla medicina la possibilità di affrontare patologie legate al parto prima del loro insorgere; tutto ciò avvenne nonostante la possibilità teologica e pratica del battesimo intrauterino, che  forniva un argomento in più ai  numerosi teologi che ritenevano  moralmente lecito interrompere la gravidanza (cioè rinunciare a una vita solo potenziale) per salvare la vita della donna, ovvero una vita compiutamente in atto e spesso, anche, con responsabilità familiari e sociali.

          Insomma, l’atteggiamento del Sant’Uffizio ottocentesco di fronte al progredire della medicina fu lo stesso posto in essere  dal Sant’Uffizio di due secoli e mezzo prima (1633) nei confronti di Galileo Galilei e dell’astronomia: ribadire con imposizioni antistoriche un’egemonia culturale e un potere terreno che ormai erano sfuggiti di mano…

         La Chiesa cattolica pretende di presentarsi e di essere l’unica depositaria della tutela della vita di fronte alla cultura laica che sostiene l’autodeterminazione di donne e uomini in alcune circostanze relative all’inizio e alla fine della vita stessa. Diventa allora essenziale chiedersi: che cosa si intende per “vita”?

         La Chiesa cattolica in quanto istituzione intende come vitale qualunque organismo che possieda vitalità biologica, mentre la cultura laica considera  che vi sia vita, in riferimento agli esseri umani, quando sussiste capacità di relazione; l’embrione non possiede tale capacità, né la possiede una persona in coma irreversibile ridotta allo stadio vegetativo, e in questi casi non dovrebbero esserci dubbi definitori o interpretativi di sorta.

         Più complessi sono altri casi, ma in generale si può dire che la cultura laica preferisce che sia tutelata non tanto la quantità di vita umana (come numero di individui che potenzialmente potrebbero nascere o come durata di ogni singola vita in qualunque condizione), quanto la sua qualità: e poiché non è possibile definire oggettivamente e universalmente che cosa sia la qualità della vita umana, non si può che fare riferimento alla libertà e alla responsabilità individuale nel considerare quando, quanto e come dare la vita e quando e quanto considerare la vita degna di essere vissuta o quanto meno accettabile o almeno sopportabile.

          A quest’ultimo proposito entra in gioco anche il concetto di dignità della vita umana e di come ognuno/a percepisce  e valuta tale dignità, il che contrasta con l’allungare sofferenze fisiche e psichiche e disfacimento corporeo divenuti intollerabili, e nell’allungarle – si badi bene - artificialmente e tecnologicamente: non in modo “naturale” (seguendo la volontà di un Dio per alcuni/e), ma ricorrendo a strumenti umani e a seguito di decisioni umane.

         Ricordo anche la celebre frase secondo cui è importante “aggiungere non anni alla vita, ma vita agli anni”. L’aumento dell’età media, pur essendo, ed essendo considerato, un indice di progresso, non è un bene di per sé e per tutti e tutte: dipende da come si arriva a essere anziani/e e vecchi/e e chi afferma di voler tutelare la vita umana deve battersi, per essere coerente, per migliorare l’ambiente e le condizioni di lavoro e per innalzare il livello materiale e culturale per tutti e tutte, oltre a offrire, alle persone dell’attuale terza e quarta età appartenenti ai ceti economicamente deboli, qualcosa di meglio di pensioni minime umilianti, abbandono, solitudine e istituzioni di ricovero ghettizzanti.    

         Le gerarchi ecclesiastiche tuonano anche a difesa della famiglia, riconoscendo come famiglia solo quella eterosessuale fondata sul matrimonio indissolubile e finalizzata alla procreazione: famiglia che viene fatta passare per “naturale” e, quindi, come unico ambito consentito per  la convivenza, la sessualità, la procreazione e la socializzazione infantile. La famiglia è dunque considerata al di fuori dei contesti storici, mutevoli nel tempo e nello spazio, e dei rapporti sociali concreti e tutte le forme di sessualità e di convivenza che si discostano da tale forma cosiddetta “naturale” vengono considerate marginali o, peggio, immature o deboli o addirittura deviate.

         Come la Chiesa cattolica si pone contro la scienza si pone anche contro la storia, negando la variabilità storica degli istituti familiari e privilegiando, con il suggello di una presunta naturalità, la forma ideologicamente e quantitativamente dominante dell’essere famiglia nella società attuale.

         Non è certo inutile ricordare che la famiglia “naturale” è quella patriarcale basata sulla subordinazione della donna e sul suo ruolo - meglio se unico - di riproduttrice della specie e di garante della trasmissione legittima del patrimonio familiare tramite figli maschi legittimamente concepiti; modalità ampiamente messe in discussione, nei fatti, dall’emancipazione femminile del dopoguerra e, dal punto di vista politico-culturale,  dal movimento delle donne.

         La Chiesa cattolica, così come non accetta l’autodeterminazione delle donne (e l’abbiamo visto di nuovo nella sua iniziativa particolarmente virulenta  a proposito della procreazione assistita) non riesce ad accettare neppure i comportamenti  sessuali a fini non riproduttivi, come le varie forme  di controllo delle nascite  e i rapporti amorosi  tra persone dello stesso sesso, ancora una volta con una posizione antistorica: la morale sessuale contenuta nella Bibbia, poi fatta propria dal Cristianesimo e tuttora propugnata con accanimento dalla Chiesa cattolica, era nata in società in cui la mortalità, infantile e non, era altissima e in cui era fondamentale garantire la sopravvivenza della specie utilizzando l’autorità e la comprensibilità della prescrizione religiosa.

         Occorre anche rendersi conto di che cosa avviene, in concreto, in numerose famiglie, comunque le si voglia considerare dal punto di vista ideologico o culturale: la famiglia è la sede delle maggior parte delle violenze fisiche, sessuali e psicologiche contro le donne messa in atto nella nostra società, fino allo stupro e all’omicidio, così come contro le bambine e i bambini. Con che coraggio le alte gerarchie cattoliche sostengono che a distruggere l’idilliaca “famiglia naturale” come valore in sé sarebbe il riconoscimento di alcuni diritti minimi a persone che vogliono vivere insieme e amarsi senza sottoscrivere il contratto denominato matrimonio, preferendo invece un atto che riconosca i diritti delle persone conviventi?

         Avere a cuore non la famiglia astratta, ideologica e idealizzata, ma le innumerevoli famiglie concrete, comunque composte, significa migliorare le condizioni di vita e di lavoro, attuare politiche educative basate sul rispetto dell’altro/a fin dalle scuole dell’infanzia, migliorare e diffondere la rete di protezione data da un elevato livello di servizi sociali e sanitari preventivi e curativi; in sostanza allargare quanto più possibile la sfera dei diritti individuali sul piano giuridico e renderli effettivi sul piano politico-operativo.

        

Due nodi inerenti laicità e Costituzione.

         La Costituzione  viene usata contro la cultura laica e contro il riconoscimento giuridico dei diritti delle coppie conviventi per effetto dell’art. 29 secondo cui “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, mentre la cultura laica e la sinistra si basano sull’art. 33 per lottare contro il finanziamento pubblico delle scuole private, in buona parte confessionali.

          Occorre un atteggiamento laico anche nei confronti della Costituzione, testo fondamentale ma pur sempre testo giuridico frutto di un contesto storico-politico e quindi modificabile e migliorabile quando e dove i mutamenti sociali lo rendano opportuno.

         Storicizzando dunque la Costituzione, notiamo che essa accolse, negli anni ‘40 del secolo scorso, la concezione cattolica della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, così come accolse i Patti Lateranensi. E se questa inclusione resta indubbiamente grave sul piano dei principi, può essere in parte giustificata dal fatto che - allora - la famiglia fondata sul matrimonio costituiva la forma pressoché unica di istituto familiare concretamente esistente.

         Oggi, che non è più così, con una pluralità di forme familiari a comporre il tessuto sociale del Paese e con le coppie di fatto e i figli nati fuori dal matrimonio in continua crescita, l’atto fondante di uno Stato laico dovrebbe prendere atto della nuova situazione e sostituire alcune sue formulazioni con altre più aderenti alla cultura paritaria introdotta dal movimento delle donne e dal movimento  omosessuale e poi diffusasi nella grande maggioranza della popolazione.

         Si potrebbe riprendere, ad es., il disegno di legge costituzionale presentato nel 1989  da Ersilia Salvato e da altre senatrici del PCI, che così riformulava l’art. 29: “ La Repubblica riconosce i diritti della famiglia. Il matrimonio è ordinato sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi”, omettendo dunque sia l’aggiunta “come società naturale fondata sul matrimonio” contenuta nel primo comma, sia la limitazione dei diritti individuali - ormai assolutamente anacronistica - formulata nel secondo comma, che faceva salvi i “limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Si tratterebbe di una modifica costituzionale assolutamente tranquilla, di allineamento alla normativa ordinaria, che potrebbe passare con un consenso ampio e trasversale, come sta avvenendo in questi giorni in Parlamento per il disegno di legge costituzionale che abolisce la pena di morte anche nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.    

         Mantiene invece tutta la sua validità il principio costituzionale secondo cui lo Stato e le risorse dell’intera collettività non devono finanziare scuole private e di parte, sia questa una chiesa, un partito, un’organizzazione economica o altro. Le risorse derivanti dalle imposte pagate - in proporzione al proprio reddito - da tutti e da tutte, “uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali” devono servire solo per migliorare sempre più una scuola e una università pubblica “aperta a tutti”, in modo che “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi” abbiano concretamente il”diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”(art.34), e in modo che la scuola pubblica, resa compiutamente laica, migliorata come estensione dell’obbligo e come livello qualitativo, possa diventare davvero “organo centrale della democrazia”, come disse Piero Calamandrei in un suo famoso discorso del 1950.

  

Il ruolo della Chiesa cattolica nella società italiana.

         In questi ultimi anni e ancor più in questi ultimi mesi non sono mancate prese di posizione di vescovi, cardinali, comunità ecclesiali, intellettuali cattolici a sostegno di una maggiore sensibilità e comprensione della Chiesa nei confronti dei mutamenti sociali e soprattutto delle difficoltà e delle situazioni dolorose in cui vengono a trovarsi gli esseri umani concreti e, per altro verso, a sostegno della legittimità per lo Stato di legiferare nel rispetto del pluralismo delle idee e delle coscienze, tenendo conto della libertà e della responsabilità individuali: a sostegno, cioè, della laicità dello Stato.

         Indicativi sono stati anche numerosi sondaggi secondo cui la grande maggioranza della popolazione italiana si è dichiarata favorevole a tutelare giuridicamente le coppie di fatto anche omosessuali,  al testamento biologico e a legalizzare l’eutanasia: le percentuali di favorevoli sono tali da includere anche una parte rilevante di cattolici e cattoliche e molti sondaggi rivolti specificamente alle persone che si dichiarano cattoliche danno risultati favorevoli in percentuali poco inferiori a quelle rilevate nella generalità della popolazione. In particolare un sondaggio di gennaio ha mostrato che il 57% dei cattolici è favorevole al riconoscimento giuridico delle coppie di fatto eterosessuali e che ben il 41% lo è anche di quelle omosessuali. Così come ricordo un sondaggio di qualche tempo fa secondo cui moltissime coppie cattoliche aggirano, recandosi all’estero,  le assurde limitazione della legge nostrana sulla procreazione assistita.

         Questi fenomeni, anche se sono stati praticamente ignorati dalla TV e hanno avuto sulla stampa assai meno risalto delle dichiarazioni delle alte gerarchie, sono indicativi di un progressivo allontanamento di queste ultime dal popolo dei e delle credenti, e quindi di debolezza, di perdita di  consenso e di autorevolezza. Debolezza cui si cerca di rispondere arroccandosi in difesa di principi astratti, fatti passare per valori universali e per comportamenti naturali quando altro non sono che posizioni storicamente determinatesi: posizioni che il Vaticano non si limita a voler diffondere nel dibattito culturale, etico e filosofico – il che è assolutamente legittimo e non negato da alcuno – ma che pretende di imporre agli eletti e alle elette dal popolo e al governo in carica nello svolgimento della loro attività istituzionale. Per di più usando  toni che – come è stato più volte sostenuto, anche da intellettuali cattolici – richiamano il non expedit di Pio IX (1874), con cui si vietava ai cattolici di prender parte alla vita politica del Regno d’Italia appena riunificato, e che rappresentano, in una nuova versione, l’imperio temporale che per secoli fu proprio dello Stato pontificio; Giuseppe Alberigo si è spinto a dichiarare che “in un certo senso il nostro Paese rappresenta l’ultimo residuo dello Stato pontificio”.  

         La Chiesa cattolica, come ogni altra chiesa e ogni altra organizzazione o soggetto privato, ha pieno diritto di  partecipare al dibattito pubblico del Paese su ogni argomento su cui ritenga opportuno pronunciarsi; non ha invece – in uno Stato che voglia essere democratico – il diritto di sostenere partiti politici o politiche specifiche e di imporre posizioni o quanto meno condizionare l’attività legislativa in senso conforme alla sua etica di parte.

         Ed è stupefacente che tanti politici italiani, anche tra le più alte cariche dello Stato, sostengano che con il Vaticano - uno Stato estero - si debba perseguire il dialogo e trovare l’accordo su questioni su cui il Parlamento della Repubblica italiana dovrebbe essere sovrano!

 

Impegni politici attuali e futuri.

         Nonostante la stringatezza numerica dell’Unione  al Senato, non è riducendo la propria capacità e volontà di intervento che il governo di centrosinistra potrà consolidare e poi allargare di nuovo il consenso intorno a sé e battere in profondità il berlusconismo, la grettezza e la miopia dell’ognun per sé, e ricominciare a far avanzare il nostro Paese sulla via della civiltà.

         Il lavoro parlamentare sui diritti dei conviventi e sul testamento biologico non può far altro che continuare, con l’apporto di tutta l’Unione, in una prospettiva di laicità e di adeguamento civile alla legislazione largamente prevalente in Europa sulle stesse materie, e con l’apporto dei e delle parlamentari laici/che a qualunque posizione politica appartengano e a qualunque concezione filosofica o religiosa aderiscano a livello individuale.

         Il compito della sinistra va, però, ben oltre e consiste nel porre obiettivi più avanzati, che  (per quanto riguarda i temi posti all’attenzione in questo convegno), possono essere così indicati:

1)     ottenere una completa indipendenza e sovranità nazionale nei confronti del Vaticano, senza mettere in discussione l’esistenza dello Stato della Città del Vaticano (il Trattato del ’29), ma  cominciando a porre la questione dell’abolizione del Concordato, per porre fine ai privilegi e ai riconoscimenti pubblici contrastanti con la effettiva libertà di religione e alla giurisdizione di uno Stato estero sui cittadini e sulle cittadine italiane;

2)     porre fine, a partire dalla legge finanziaria 2008, agli anticostituzionali finanziamenti pubblici a scuole e università private (in buona parte cattoliche) e sostituire l’insegnamento della religione cattolica con l’insegnamento della storia delle religioni;

3)     l’abolizione della legge 40/2004 e la sua sostituzione con una legge “leggera” come richiesto   dal movimento delle donne – sul tipo di quella presentata da Maura Cossutta nella scorsa legislatura – , che si limiti a richiedere garanzie di adeguatezza tecnico-sanitaria per i centri pubblici e privati  di cura dell’infertilità e della sterilità e a porre i relativi trattamenti a carico del sistema sanitario nazionale;

4)     l’apertura di un serio dibattito medico-scientifico e giuridico sull’eutanasia attiva, come diritto individuale alla dignità della vita anche in fase terminale, per definire come regolamentarla nel nostro Paese, tenendo conto anche delle esperienze europee.

 

         Occorre dunque che la cultura laica in generale e la sinistra in particolare – anche su questi temi - abbiano uno scatto d’orgoglio, rialzino la testa e ricomincino a pieno titolo a contribuire all’effettivo progresso culturale, politico e democratico del Paese, non solo  attraverso i pregevoli libri pubblicati in questi ultimissimi anni e con una molto maggiore presenza sulla stampa, alla televisione e alla radio, ma attraverso l’azione quotidiana dei soggetti politici e sociali che hanno a cuore un più avanzato livello di civiltà nel nostro Paese.