DARK STAR
The Economist 7 Gennaio 2017

LA STELLA OSCURA
traduzione di Elena Cianci

Vera Rubin, l’astronoma americana, che provò l’esistenza della materia oscura, è morta il 25 dicembre 2016 all’età di 88 anni.

Quando nel 1965 Vera Rubin arrivò per una sessione di lavoro di quattro giorni all’Osservatorio di Palomar, detto anche “il monastero”, dove si trova il più grande telescopio del mondo, si accorse che non c’erano bagni per le signore. Fino ad allora, nessuna astronoma aveva fatto ricerca presso quella struttura. Come avrebbe potuto una donna rincasare tardi la notte?

Questo era stato anche il criterio in vigore presso la scuola superiore che Vera aveva frequentato. Quando informò il suo ossequiato professore di scienze che aveva vinto una borsa di studio per Vassar egli rispose: ”Ti andrà tutto bene finchè ti terrai lontana dalla scienza”. Fu l’unica studentessa a laurearsi in astronomia quell’anno.

Quando nel 1947 chiese informazioni sui corsi di specializzazione universitaria a Princeton, il preside di facoltà le disse che non valeva la pena chiedere perché alle facoltà di fisica e astronomia le donne non erano ammesse. George Gamow, che divenne poi il suo relatore per il dottorato, le disse che non poteva frequentare le sue lezioni al Laboratorio di Fisica Applicata Johns Hopkins “perché alle mogli non era consentito accedervi”.

E Vera era effettivamente una moglie. Si era sposata a 19 anni con Robert Rubin un fisico che ella seguì a Cornell sacrificando il suo posto ad Harvard. Vera affermava che il marito era stato il suo più grande alleato. Più tardi quando Vera frequentò le classi serali alla Georgetown University, Robert la accompagnava, la aspettava pazientemente consumando i suoi pasti in automobile e la riaccompagnava a casa, mentre i genitori di lei curavano i loro bimbi.

Per Vera crescere quattro bambini fu un’esperienza travolgente. Quando fu costretta ad interrompere la sua carriera accademica - il periodo peggiore della sua vita – ricorda che gli occhi le si riempivano di lacrime ogni qualvolta riceveva l’ Astrophysical Journal. Ma lavorando part-time poteva essere a casa quando i bimbi rientravano da scuola.

Sosteneva che, nonostante non avesse mai controllato le loro camere, i suoi figli erano cresciuti bene e laureati in materie scientifiche o matematica.

Il suo relatore a Cornell disse che la tesi del suo master poteva essere presentata all’American Astronomical Society . Poiché Vera avrebbe di lì a poco dato alla luce uno dei suoi figli, egli le suggerì di presentarla senz’altro, ma a suo nome. Vera rifiutò.

Fu per questa ragione che i suoi genitori la raggiunsero in auto da Washington. Prelevarono la loro figlia 22enne, e pendendosi cura del neonato, intrapresero tutti insieme un estenuante viaggio nella neve da nord dello stato di New York a Filadelfia.

Dopo aver parlato per 10 minuti sulla rotazione delle galassie ad un auditorio pieno di sconosciuti, incassando critiche paternalistiche e un pizzico di lode, Vera lasciò l’auditorio. Le dispute sono sgradevoli, ma le sconfitte ancor di più.

Il suo motto divenne ”Protestate per tutte le assemblee di soli uomini, per tutte le facoltà per soli uomini, per tutti i programmi di studio per soli uomini”. A Palomar creò un bagno per signore incollando un modellino di gonna fatto a mano sulla porta del bagno degli uomini (tornò un anno dopo: era stata rimosso).

Vera non immaginava che avrebbe incontrato tali ostacoli nella vita. Quand’era bimba il padre aveva incoraggiato la sua abitudine di mettersi alla finestra, di osservare gli sciami di meteore e imparare a memoria la loro geometria per riconoscerle in seguito. L’aveva persino aiutata a costruire, da un tubo di cartone, il suo primo telescopio; mentre lei si era già costruita, da sola, un caleidoscopio. Vera non aveva mai conosciuto un astronomo e mai avrebbe pensato che lo sarebbe diventata.

Le sue prime ricerche furono ampiamente ignorate. Nei suoi lavori i colleghi la ostacolavano. Stanca delle vessazioni, dichiarò testualmente “ cerco qualcosa di appassionante ma non al punto tale da interferire nelle mie ricerche prima che io mi arrenda senza risultati”. Lo trovò.

Nel 1930, Fritz Zwicky, uno stravagante astrofisico svizzero, sosteneva che le stelle che brillano nel cielo, rappresentano solo una parte dell’intero cosmo. Doveva esserci una “materia oscura” invisibile ma indirettamente rivelata dagli effetti della sua stessa gravità. Questa congettura giacque nel cassetto fino a quando la signora Rubin e il suo collega Kent Ford esaminarono l’enigmatica rotazione galattica. Vera provò che le galassie a spirale, come Andromeda, giravano così velocemente che le loro stelle esterne avrebbero dovuto disperdersi nello spazio intergalattico. Ma non era così. Dunque, o Einstein aveva torto sulla gravità o la forza gravitazionale di una vasta quantità di – materia oscura – teneva insieme le stelle.

Sebbene i colleghi avessero accolto la novità senza entusiasmo, la scoperta ridisegnò la cosmologia. Fino ad allora, gli astronomi pensavano di studiare l’intero universo e non solo una sua piccola frazione visibile. Nuove teorie si svilupparono intorno a cosa questa materia potesse essere – ma le sue tracce sfuggivano a qualsiasi rilevazione.

Nella ricerca ci si preoccupa per l’ASSENZA. La signora Rubin no. Usando una metafora scolastica, riteneva che l’astronomia “aveva superato la scuola materna ma non la terza elementare. E che sia l’occhio che il cervello dovessero scoprire ancora molti dei profondi misteri dell’universo, con tutta la gioia che le scoperte comportano.

Una luce splendente

Vera Rubin fece altre scoperte scientifiche; nel 1992 scoprì la galassia NGC 4550 di cui l’orbita di una metà delle sue stelle andava in una direzione, mentre l’altra metà andava nella direzione opposta. Vinse molte medaglie: la Gold Medal of Britain’s Royal Astronomical Society (l’ultima era stata assegnata ad una donna nel 1828) e l’America’s National Medal of Science. Princeton, che l’aveva rifiutata, è stata tra le molte Università a riconoscerle una laurea ad honorem. Celebri i suoi discorsi alle cerimonie di laurea.

Sosteneva che gli applausi le erano graditi ma i numeri erano per lei più importanti: il più grande riconoscimento era sapere che negli anni a venire gli astronomi sarebbero partiti dai dati forniti dalle sue scoperte.

Per anni fu tra i candidati al premio Nobel per la fisica – fino ad allora assegnato solo a due donne. La chiamata da Stoccolma non arrivò mai: come la materia oscura, dicono i suoi rammaricati estimatori, Vera era estremamente importante ma facilmente ignorata.



 


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