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Il collettivo Cercando la Luna
«Ci chiediamo: cos'è violenza per me?»
di Eleonora Cirant

Diana Hakobian
Nell'aula A dell'Università Statale di Milano Alessandra, Beatrice,
Giulia, Ornéla e Valeria preparano lo striscione che sabato porteranno
alla manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne.
«Protagoniste
delle nostre vite»
è la scritta grande, color violetto su stoffa rosa salmone, sovrastata
dalla frase <quando tutte le donne...».
Firmato: collettivo femminista Cercando la luna.
Si riuniscono da
marzo 2007, quando alcune donne del presidio No Dal Molin di Vicenza
lanciano l'appello “donne contro la guerra”. Alcune studentesse lo
raccolgono e organizzano un incontro sul tema. Si inizia subito a
discutere di violenza. Le donne muoiono di guerra, ma anche e soprattutto
di famiglia, dicono.
Da quel primo incontro si forma un gruppo stabile, una decina le più
coinvolte e circa venti "orbitanti", tra i 19 e i 23 anni.
«Era
il mio sogno»,
dice la scatenatissima Beatrice, che spiega
«il
protagonismo delle donne è il nostro tema centrale. Non ci servono
protettori, che anzi di solito incarnano proprio il machismo. Dobbiamo
prendere noi l'iniziativa e imparare a difenderci».
Vogliono coinvolgere altre studentesse, e ci riescono, avviando una serie
di dibattiti in università, il contesto in cui vogliono incidere. La prima
volta è sulla bellezza, la seconda sulle relazioni tra donne, la terza è
già novembre e la manifestazione di Roma offre lo spunto per tornare a
parlare di violenza.
«Schierarsi
contro la violenza vuol dire anche imparare a riconoscerla>, dicono.
«Ci
siamo chieste: che cosa è violenza per me? - racconta Ornéla, - ad esempio
a casa mia non ho subìto violenze fisiche, ma io dovevo sparecchiare la
tavola e mio fratello no. Anche negare le risorse è violenza. Il sistema
in cui viviamo non offre risorse alle donne».
«Le
vetrine e le pubblicità»,
aggiunge Beatrice,
«sono
violenza. Che cosa significa una donna che inzuppa il sedere in una coppa
di vino, o sta appesa su una banana mentre dice “leccami”?».
Le voci delle ragazze si incalzano, si rincorrono nell'ascolto delle altre
ma anche nell'urgenza di dirsi, come se le parole spingessero per uscire,
per esistere.
«Violenza
è anche una cosa più sottile - non fatevi ingannare dall'apparenza
delicata di Giulia - come quando sei in un gruppo e dici la tua opinione.
Se metti in discussione l'interlocutore ti ostracizzano, ti girano le
spalle, chiudono il cerchio.
Gli uomini anche quando ti considerano intelligente ti vedono come uno
specchio in cui riflettere se stessi. Ad esempio, organizzo con altri un
circolo culturale nel mio paese. Mi accusano di essere presuntuosa solo se
dico quello che penso. Noto che gli uomini sono molto più supponenti, ma
va bene perché sono leader. In gruppo invece le donne tendono sempre ad
essere concilianti, a non disturbare. Se un uomo fa il ganzo è ok, ma se
lo fa una donna...».
Valeria gira lo sguardo attento, annuendo rinforza le parole delle
compagne. «Non
è facile parlare con i ragazzi - dice - per loro è difficile capire che
anche gli uomini devono fare i conti con il proprio genere, quanto la
cultura patriarcale sia introiettata. Per questo vogliamo un ambito di
discussione tra donne. Non siamo separatiste, ma ci prendiamo il nostro
spazio»
E il corteo di sabato?
«E'
giusto che renda visibile il protagonismo delle donne, poi certo se gli
uomini vengono mica li cacciamo via».
<Quando ho detto ai miei amici che sto facendo il collettivo femminista mi
hanno subito etichettato come separatista, - la voce di Alessandra vibra
di energia compressa mentre le sue parole si mescolano al riso - così vi
isolate, dicono. Uno mi ha chiesto di partecipare. Ci vediamo tra donne,
gli ho detto, fai anche tu un tuo gruppo di uomini, che poi ci
incontriamo. Non vuole assolutamente».
Il discorso scivola
sugli stereotipi che incrostano la parola 'femminismo', togliendole potere
comunicativo.
«Femminismo
è associato al porsi contro, anziché all'includere - dice Giulia - scatta
subito la fantasia del ribaltamento: ecco ora voi donne ci volete dominare»,
osserva Beatrice.
«Forse
è più facile inventare una nuova parola piuttosto che spiegare quella
vecchia»,
dice Ornéla con la sua cadenza argentina mentre ricalca le scritte sullo
striscione.
Come lo si voglia chiamare, il percorso che hanno intrapreso sta
modificando la loro vita.
«E'
sconvolgente per me sentire che ora in università ho dei legami forti. Non
sono sola. La forza che nasce nel gruppo si riversa anche nelle altre
relazioni».
«A
volte una vede le cose, ma sentire che anche altre persone le vedono, ne
certifica l'esistenza. Vedere è già cambiare».
cercandolaluna@gmail.com
pubblicato in
Liberazione, 23 novembre 2007
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