Premessa
di Adriana Perrotta Rabissi
"Care amiche della redazione, ho visto che la rubrica lavoro è interessante, soprattutto per il contributo del gruppo di studio di Nannicini, Camussi..., dai loro interventi viene fuori l'importanza del "lavoro di cura" nel determinare il rapporto di noi donne, di qualunque età, con il lavoro per il mercato. Ma al di là di qualche attenzione a questa dimensione, non abbiamo ancora sviluppato un discorso autonomo, e non come sfondo del lavoro fuori casa, sul lavoro di cura; mi sembra che i tempi siano maturi, tanto più in considerazione del fatto che la destrutturazione di quel poco di Welfare che abbiamo in Italia, il precarizzarsi dei lavori, l'impoverimento costante delle persone appartenenti alle fasce sociali medio-basse, l'invecchiamento della popolazione... e chi più ne ha più ne metta, renderà sempre più attuale il tema.
Ho chiesto a Grazia Colombo, che si occupa da anni del tema, un articolo per il nostro sito, credo che se l'intervento interesserà sarà anche disposta a collaborare con noi; l'articolo è in effetti un po' lungo, ma mi sembra molto chiaro nell'individuazione dei termini dei problemi, anche e soprattutto per l'aspetto relazionale tra chi cura e chi è curato. La mia intenzione sarebbe quella di aprire un vero e proprio dibattito, con interventi di donne, resoconti di esperienze (dal punto di vista della soggettività di chi cura e di chi è curato/a).
Vi mando in allegato l'articolo di Grazia Colombo con proposta di aprire un forum sul tema.
"


PER UNA DEFINIZIONE DEL LAVORO DI CURA


di Grazia Colombo


Donatella Bassanesi

L'interesse nella società verso i temi della 'cura' sembra crescere: le previsioni demografiche ci suggeriscono che sempre più elevato sarà il numero dei soggetti adulti con l'attesa di 'essere curati' e, conseguentemente, si presuppone che ci dovrà essere un numero crescente di persone in grado di 'curare'.
Ma cosa significa realmente 'lavoro di cura'? E' un lavoro che esiste già o che bisogna inventare? E' una caratteristica, una competenza che qualche operatore possiede e qualcun'altro no? Come si insegna e come si impara questo particolare contenuto di lavoro? A quali risorse umane e strumentali si fa riferimento nella sua progettazione? Quali elementi oggettivi e valoriali sostengono nella fatica quotidiana di un lavoro che abbia in sè un elevato contenuto di cura? Quali sono i possibili indicatori, individuali e di gruppo, per valutare i risultati di un tipo di lavoro come quello di cura?
Sono domande molto attuali che si incontrano frequentando gli operatori dei servizi 'alla persona' anche se ad esse si arriva solitamente dopo aver un po' scavato dietro lo schermo riparatore di dimensioni come quella tecnologica, scientifica e professionale in senso stretto, secondo i contesti.
Le educatrici dei nidi, gli infermieri, i medici, gli educatori di comunità, per citare alcune professioni, non definiscono volentieri la loro attività nei termini di un lavoro di cura, come se ciò fosse evocativo di una sorta di svalorizzazione delle loro specifiche competenze professionali.
Ad esempio, nell'ambito dell'ostetricia e della neonatologia - branche della medicina che si occupano di eventi sostanzialmente fisiologici, come il partorire un figlio per una donna e il venire al mondo e l'adattarsi a questo nuovo stato per il bambino - la tendenza è quella di ridefinire in senso terapeutico ogni procedura messa in atto da medici, infermieri e ostetriche: l'allattamento come prescrizione quantitativa e temporale; l'igiene del corpo come terapia con dosi prescritte di prodotti specifici, e così via.
Il dibattito più recente sta mettendo in luce come la dimensione del curare, in medicina, non si risolva unicamente in quella del guarire: si tende ad affermare che vi è un contenuto di cura sia nell'applicare una flebo che nel seguire da vicino con un atteggiamento interattivo la donna nel corso del suo travaglio fisiologico, senza che sia considerato 'lavoro' il primo e 'far niente' il secondo. Così come è cura per il bambino prematuro ricevere uno specifico alimento sotto forma di terapia, quanto il ricevere carezze o essere alleviato nel dolore procurato da determinati necessari interventi. Vi è un orientamento dell'OMS a passare, nei luoghi di produzione per la salute, 'dalla cure alla care' intendendo con ciò l'evoluzione del passaggio dalla cura della malattia al prendersi cura della persona che ha problemi di salute. L'argomento della care appare sempre più frequentemente fra quelli trattati in convegni medici.
Rispetto all'utilizzo del termine inglese, si possono fare più ipotesi: si può intendere che il significato del termine care sia maggiormente estensivo nel senso di 'prendersi cura di', rispetto all'equivalente italiano di 'cura'. D'altra parte però è noto che il nostro termine 'cura' ha diversi significati e almeno due paradigmi di riferimento: uno più specificamente medico-terapeutico e l'altro più familiare-sociale. Forse l'ambiente medico non può ancora, con una parola sola, esprimere due contemporanei significati di cui il primo ha uno statuto forte, legittimato dalla cultura medica, e l'altro uno statuto debole, quello svalutato del lavoro familiare di riproduzione.
Un altro esempio, relativo a situazioni in cui sembra difficile riconoscere che si sta svolgendo un lavoro di cura, è riferito alle educatrici dei nidi e agli educatori professionali di comunità o di servizi per persone con handicap o con problemi psichici. Nei resoconti delle loro attività le prime si soffermano sulla descrizione di attività specifiche cui riconoscono contenuti e finalità per lo sviluppo cognitivo, intellettivo e creativo dei bambini del nido. Gli educatori, descrivendo i loro processi operativi - ciò che fanno con gli ospiti dei loro servizi -, si soffermano prevalentemente sulle attività cui attribuiscono contenuti e finalità ludiche, ricreative e motorie.
Nel complesso questi resoconti tendono a censurare, o a nominare come un fastidio piuttosto che come un'attività utile al raggiungimento del benessere della persona di cui si prendono cura, tutte le attività riferite al vivere quotidiano: come ci si veste, come si mangia e come si fa a far da mangiare, come ci si tiene puliti e così via (v. Canevaro). Le educatrici dei nidi, per riferire di quanta svalorizzazione sociale sia circondato il loro lavoro, usano spesso questa frase: 'ci trattano come quelle che puliscono il sedere ai bambini' partecipando con ciò attivamente alla medesima svalorizzazione, come se non fosse di primaria importanza contribuire a che un bambino impari, con le cure appropriate, a diventare capace di 'aiutarsi da sè' anche in questa sfera personale.

Cosa si intende dunque per 'lavoro di cura'?
E' un lavoro che produce cura, che è imperniato nei gesti e nella necessità della quotidiana riproduzione e che si svolge prevalentemente nei servizi, ma anche in altri contesti produttivi destinati 'alla persona'.
E' un lavoro che richiede un alto contenuto di relazione, destinato ad una persona e finalizzato al suo benessere complessivo; è un lavoro che necessita dell'interdipendenza dei soggetti in relazione e contemporaneamente, da parte di chi lo svolge, di conoscerne e valutarne i confini, evitando l'aiuto inutile.
E' un lavoro che conosciamo in quanto incorporato in tutta quella serie di attività diomestiche che le donne hanno storicamente compiuto per i loro familiari.
E' un lavoro presente e incorporato in una serie di attività professionali più ampie e più precisamente definite, ad esempio, come lavoro sociale, educativo, intervento sanitario e di riabilitazione.
E' un lavoro incorporato in diverse professioni, ma costituito da alcune dimensioni che contribuiscono a definirlo in sè:
· una dimensione fisica e materiale: è un lavoro pratico e concreto che si svolge faccia-faccia con la persona di cui ci si occupa, con il suo corpo, con le parti e con le funzioni più intime del suo corpo;
· una dimensione organizzativa: è un lavoro che richiede lo svolgimento di determinate sequenze che riguardano la persona e l'ambiente in cui vive o che la ospita, all'interno di un progetto che coinvolge altre persone con ruoli e funzioni differenti, teso a determinate finalità e poggiante su determinati valori; progetto che richiede una valutazione sottile dei risultati in termini di gradimento, di benessere e di eventuale miglioramento delle condizioni della persona con cui si lavora;
· una dimensione emotiva: riferita non unicamente al fatto che questo tipo di lavoro veicola emozioni, bensì a quella che potremmo definire come dimensione gestionale delle emozioni. Chi svolge questo tipo di lavoro non solo affronta la necessità di dover tenere sotto controllo l'eccessiva esposizione alle emozioni e, contemporaneamente, continuare 'a sentire', ma è impegnato in una sorta di produzione sociale emozionale, cioè nella produzione di una modalità di relazione di cura legittimata socialmente e che sia non distante/non intima, non asettica/non coinvolgente, non estranea/non personale.

'Lavoro di cura' e 'curare' sono dunque termini evocativi di molteplici significati e di molteplici azioni. Il tentativo che vorrei fare consiste nel mettere in luce gli elementi che stanno all'origine di ciò che si intende comunemente come 'cura' e 'lavoro di cura', per poi comprenderne i vari significati e le problematiche del costituirsi, della cura, in una dimensione professionale specificamente definita e retribuita.
E' utile decostruire questi termini - proprio nel senso di smontare per vedere meglio cosa c'è dentro - per portare alla luce diversi elementi che, benchè noti nella loro parzialità, costituiscono nel loro insieme un particolare meccanismo produttivo non sempre sufficientemente noto, apprezzato, considerato, valorizzato. Il lavoro di cura sembra infatti un lavoro trasparente: sembra di non poterne valutare la consistenza, la qualità, la fatica, la resa. Sembra visibile solo constatando i danni della sua assenza, piuttosto che i vantaggi del suo usufruirne. Tutto ciò sembra che diventi noto solo 'dopo', quando i danni della 'carenza di cure' sono già presenti, oppure quando le persone che continuamente svolgono questo lavoro si stufano o non ne possono più di farlo e se ne vanno o si sottraggono.
La definizione del 'lavoro di cura' è problematica poichè non solo il concetto di cura è evocativo di complessi significati, densi di valori e simboli, ma anche perchè è riferito ad una molteplicità di azioni e di conoscenze destinate a favorire il sostegno, l'aiuto, l'accompagnamento di persone in una fase di crescita o di persone divenute fragili nel corpo e nelle relazioni con gli altri, o temporaneamente limitate nella loro autonoma e indipendente vita quotidiana. (F. Saillant 1993; Taccani 1994)

Un lavoro di genere femminile
Curare è, nell'immaginario collettivo, caratteristica del femminile, pur essendo il lavoro di cura svolto anche da uomini.
Le donne sono gli attori privilegiati dello scenario della cura: garantiscono cura gratuita nel loro tempo privato familiare; svolgono lavoro di cura nei servizi nel loro tempo pubblico retribuito; chiedono servizi di cura per i loro familiari.

Donne e cura nella nostra cultura
Come si intrecciano questi elementi nella realtà quotidiana nei servizi che producono lavoro di cura? In questo senso mi sembra significativo seguire da vicino il 'caso donna' come emblematico - pur dando per scontate le criticità insite in ogni generalizzazione - poichè consente di capire alcuni passaggi e nessi fondamentali del posto che occupa la cura nella nostra cultura e nella nostra organizzazione sociale e di prefigurarne gli sviluppi.
Le donne intraprendono lavori di cura e cicli di studi che preparano a professioni ad alto contenuto di cura, con l'aspettativa di 'fare' qualcosa di vicino al loro sapere, aggirando così la difficoltà di misurarsi con altre attività immaginate fuori dalla loro portata. Si lasciano condurre dalla presunta facilità di ciò che è sentito come vicino e concreto: ciò che 'piace', ciò per cui 'sono portate', ossia occuparsi degli altri, curarsi di qualcuno. Le capacità che vengono alle donne riconosciute dagli altri, quelle stesse che esse si autoriconoscono e che talvolta hanno già sperimentato nel loro ambito familiare, possono allora costituirsi in una dimensione professionale, in un lavoro. Curare diventa lavoro retribuito.
Si ritrovano in tante, spesso solo donne, operatrici in servizi alla persona: ambiti di lavoro in cui i livelli salariali sono i più bassi fra quelli dei diversi settori lavorativi e in cui la prevalente 'convenienza' - per chi lavora nel settore pubblico - è di vedersi riconoscere diritti, peraltro esigibili per legge, riguardanti il proprio tempo-maternità (1).
Ambiti di lavoro in cui la scarsità di opportunità di carriera ed il blocco dei passaggi di livello nei corso degli anni allunga enormemente il tempo dedicato ad un solo tipo di lavoro e per lo più ripetitivo, in cui è negata l'opportunità di utilizzare il tempo di vita lavorativo per riciclare sapienza e competenza e per diventare maestre nei lavori di cura.
Ambiti di lavoro i cui vantaggi sono insiti nel fatto che si tratta di lavori e di ambienti meno ostili alla cultura lavorativa delle donne e alle loro esigenze/desideri di tenere insieme il tempo familiare e quello lavorativo.
Ambiti di lavoro in cui le donne, temendo il rischio di portare nella dimensione professionale il non-valore e la non-visibilità socialmente destinata a tutto ciò che riguarda la cura nell'ambito familiare, si rifugiano spesso nel tecnicismo o nella distanza dalla persona di cui si prendono cura, come se la distanza fosse di per sè misura della professionalità (Colombo, 1989).
Ambiti di lavoro in cui sono compresenti culture professionali e modalità organizzative differenti e spesso in conflitto fra loro, verso le quali il movimento meno costoso può essere quello dell'omologazione al modello prevalente.
Le istituzioni che gestiscono servizi alla persona non sembrano ancora interessate a indagare e decifrare la complessità insita in questi tipi di lavori, dei quali raramente vengono esplicitati i risultati che ci si attende, come se si trattasse di processi produttivi naturali. Si assiste a situazioni in cui da un lato vengono premiati modelli organizzativi che privilegiano la 'tecnologia' come ambito di presunta maggiore efficacia, mentre dall'altro la latitanza di proposte organizzative è tale da produrre comportamenti lavorativi di una modalità routinaria e spersonalizzante più prossimi all'incuria che alla cura.

La collusione delle donne
Facevo prima riferimento a resoconti di segmenti di attività produttiva. L'analisi di questi materiali - personalmente condotta in vari servizi come consultori, reparti ospedalieri, nidi d'infanzia, servizi per disabili - rivela che vengono descritte, rendicontate e quindi percepite come attività lavorative solo determinate azioni, procedure, 'cose che si fanno', e non altre. Vengono generalmente censurate alcune parti - evidentemente sentite come non-lavoro - corrispondenti ai gesti e alle situazioni in cui vi è una particolare sintonia relazionale con la persona di cui ci si sta occupando, i gesti e le situazioni in cui 'ci si sente bene' o 'ci si diverte'; i momenti in cui la dimensione di ascolto è più elevata e i gesti che riportano alle abitudini della vita quotidiana.
Usando una certa approssimazione, potrei dire che vengono censurate tutte quelle parti valorizzabili come positive in un lavoro di cura e maggiormente riportabili a competenze di tipo femminile, come: la capacità di inventare soluzioni di fronte ad una contingenza inattesa; l'orientamento alla relazione; l'attenzione alle difficoltà delle persone; la capacità di cogliere i segnali informali delle situazioni per farle evolvere positivamente per chi vi partecipa; la capacità di occuparsi con competenza dei bisogni primari delle persone.
L'analisi di questi comportamenti è di grande interesse per potere affrontare determinati interrogativi. Uno di questi consiste nell'intravedere una sorta di collusione da parte delle donne perchè esse sembrerebbero attivamente partecipi della negazione di tali attitudini e competenze, riconosciute come femminili ma bollate dall'organizzazione come sottoprodotto.
Da quali elementi può essere prodotta una tale attitudine? Vi è sicuramente un'attesa sociale che siano le donne in particolare a svolgere bene lavori di cura (quante volte fra gli utenti o i familiari di utenti insoddisfatti si sente dire: "e sì che è una donna!").
E' però difficile che esse possano assumersi interamente e consapevolmente la rivalutazione delle modalità del lavoro di cura avendo introiettato la svalutazione sociale delle competenze femminili relazionali e di cura; l'incertezza su quanto si conta; affidarsi ad altri per il giudizio su di sè.
Tale rivalutazione è un'operazione che richiede di riconoscersi autorevolezza nell'accoglimento e nella relazione con l'altro-altra non nei termini del potere discrezionale fornito dall'istituzione che si rappresenta, bensì nei termini di autoriconoscersi la dimensione di 'soggetto' - abbandonando lo stato di 'oggetto' - per attribuire la stessa dimensione di 'soggetto' alla persona di cui ci si prende cura (M.Piazza 1992). Curare qualcuno e curarsi di qualcuno non indica solo il transitivo e intransitivo del verbo, ma anche, nella seconda versione, un'autorizzazione a curare se stesse. E questo è un passaggio rilevante del costituirsi del lavoro di cura in dimensione professionale. E' un passaggio che richiede alle donne di potersi riconoscere simbolicamente e realmente maestria nel lavoro di cura e di potersi immaginare non solo come curanti, ma anche come destinatarie di cure, e che richiede alla cultura sociale di dotarsi di nuovi criteri di valutazione di un lavoro tanto necessario in quanto vicino alle esigenze vitali delle persone.

Esplorazione del mondo della cura
Questo schema di analisi ci fornisce alcuni elementi di chiarezza ma anche molteplici interrogativi su cui si sente la necessità di confronto anche a partire da riflessioni su esperienze operative. Ad esempio: se è un lavoro al femminile, gli uomini ne sono esclusi? Lo intraprendono con modalità diverse? La cura è una presa di responsabilità fra persone o/e vi è una dimensione di responsabilità sociale?
La produzione di ricerca su questo tema si è svolta finora prevalentemente attraverso l'interesse di studiose, sociologhe, storiche, antropologhe, e nel filone di studi femministi (2).
Carol Thomas (1993) sostiene che 'cura' è una categoria empirica e non teorica e che le forme di cura e le relazioni fra le stesse siano da teorizzare nei termini e all'interno di altre categorie teoriche. Suggerisce inoltre sette dimensioni comuni a tutti i concetti di cura:
· l'identità sociale di chi cura
· l'identità sociale di chi riceve cure
· la relazione interpersonale fra chi cura e chi riceve cure
· la natura della cura
· l'ambito sociale in cui è collocata la relazione di cura
· il carattere economico della relazione di cura
· il luogo della cura
Considero utile questo schema per addentrarmi nella scomposizione del concetto di cura, avendo come prospettiva quella di comprendere meglio i passaggi fra la presunta naturalità del lavoro di cura svolto tradizionalmente dalle donne e la sua costituzione in dimensione professionale, cioè in lavoro di cura svolto da donne e da uomini all'interno di professioni, in ruoli e in contesti produttivi diversi.

L'identità sociale di chi cura
La persona che cura è usualmente definita in riferimento al ruolo: familiare (ad esempio, moglie, madre, figlia) o professionale (ad esempio, domestica, infermiera) o specifico (ad esempio volontaria). L'evocazione è genericamente e usualmente al femminile tanto che si può affermare che il genere è costitutivo dell'identità sociale di chi cura. La cura è femminile. E ciò non solo perchè sono donne le persone che garantiscono cura nell'ambito della famiglia e perchè sono prevalentemente donne coloro che svolgono lavori di cura nei servizi. Si tratta bensì del fatto che il dare cura è parte della costruzione sociale dell'identità femminile. L'identità di ciascuno riassume le esperienze passate, il nucleo profondo delle esperienze infantili, e la progettualità futura in quanto dimensione soggettiva all'interno di una cornice sociale e culturale che offre determinati modelli di comportamento, a donne e a uomini. Sia il maschio che la femmina hanno come primo oggetto d'amore una donna, ma il bambino si deve staccare da lei per identificarsi con il sesso d'appartenenza e la sua identità si costruisce attraverso l'esperienza di separazione dalla madre, la valorizzazione della presa di distanza e dell'autonomia. La bambina prolunga l'identificazione con la madre, non c'è opposizione fra sè e l'altra e l'identità si costruisce sulla valorizzazione della vicinanza piuttosto che della separazione, dell'oblatività e del bisogno dell'altro. Le donne si immaginano prima o poi nella posizione di chi cura, piuttosto che come persone potenzialmente bisognose di cure fisiche (Griffits, 1988).
Il lavoro di cura appare, nella nostra cultura e nella nostra società, come un'espressione del femminile. Ciò ovviamente non esclude che il lavoro di cura sia svolto da uomini, in ruoli familiari nell'ambito domestico e da operatori nei servizi. Nominare il genere di chi cura - uomo o donna nella famiglia, operatore o operatrice nei servizi - contribuirebbe sia all'esplicitazione delle differenze nel modo di curare senza che ciò possa essere sentito(come spesso accade alle donne nella dimensione professionale) come una minaccia all'eguaglianza di diritto fra i sessi e contribuirebbe anche al chiarimento di ciò che si può o si deve intendere per 'diritti di chi cura (3), nozione oggi compressa fra gli estremi di una dimensione o tutta amorevole e di obbligo, nella relazione familiare, o di rivendicazione di condizioni materiali di lavoro, nelle relazioni produttive.

L'identità sociale di chi riceve cure
Chi riceve cure è generalmente definito come membro di una determinata categoria sociale, che può essere riferita ad esempio all'età, come i bambini e gli anziani, o ai familiari. Chi riceve cura è spesso definito nei termini di appartenente ad una categoria di persone in una posizione di dipendenza, come anziani non-autosufficienti, persone con difficoltà di apprendimento o con malattie croniche. Così la chiave di identificazione sociale di chi riceve cure è nei termini di status di dipendenza. Tuttavia chi riceve cure nella famiglia è in genere un adulto autosufficiente o un bambino con la non autosufficienza fisiologica rispetto al livello di crescita (4).
Chi riceve cura esibisce la dimensione del bisogno ed anche quella del diritto di cittadinanza: dimensioni entrambe caratterizzate da forti mutamenti di tipo valoriale nel corso degli ultimi decenni. Si tratta di un mix che da un lato ridisegna la collocazione del posto della donna nelle dinamiche familiari, dall'altro ridefinisce la relazione fra chi dà e chi riceve cura nei luoghi istituzionali, in quanto chi porta un bisogno non è più un questuante proprio in forza del suo diritto di cittadinanza. Ma anche chi dà cure pone limiti precisi alla propria disponibilità, in forza dei diritti del lavoro. Esibire il diritto a ricevere cure scioglie il debito di gratitudine gratitudine nei confronti della madre simbolica, cioè il/la curante, distanziandosene (gli operatori descrivono questo movimento dei loro utenti/clienti come fonte di tensione perchè denso di pretesa e di aggressività).

La relazione fra chi cura e chi riceve cure
E' una relazione definita, e in un certo senso accettabile, prevalentemente all'interno di un vincolo: quello familiare oppure quello lavorativo per quanto riguarda i servizi, anche se si prospettano ulteriori dimensioni. Se il fondamento della relazione interpersonale nell'ambito della famiglia è quello dell'amore, non sfugge tuttavia quello dell'obbligo, pur in termini diversi dall'obbligo al rispetto di norme insito nel rapporto istituzionale di lavoro di cura. In quest'ultimo ambito il tipo di relazione è determinato anche dal grado di investimento e dalle prefigurazioni del singolo operatore rispetto alla propria attività, nonchè dalla cultura organizzativa del luogo istituzionale in cui la relazione avviene.
Tenendo conto delle osservazioni che portavo nel punto precedente, credo si possa affermare che forse mancano ancora dei criteri, condivisibili dai soggetti in interazione, per contrattare una modalità di rapporto sufficientemente chiara e rispettosa delle attese di ciascuno. In altri termini, è come se si dovesse ancora mettere a punto una modalità relazionale entro cui si possa esprimere fiducia e affidamento, da parte di chi riceve cure, e contemporaneamente personalizzazione e misura del coinvolgimento, da parte di chi dà cure, in un tempo che spesso ha un inizio improvviso e una durata comunque breve (ho in mente il senso di delusione espresso da diverse educatrici di nido quando affermano che "i nostri bambini poi non si ricordano più neanche di noi, con tutto quello che abbiamo fatto").
Ulteriori relazioni interpersonali possono essere fondate sull'amicizia o sul "vicinato" oppure riguardare persone fra loro sconosciute in contatto per una determinata finalità attraverso una prestazione volontaria. E' ancora poco diffuso un tipo di relazione fondata sullo scambio di cure in una posizione paritaria fra persone adulte che possono considerarsi contemporaneamente in grado di dare cura e di riceverne, all'interno di un legame sociale che non sia parentale o a pagamento (Colombo 1991, 1996). Anche la stessa categoria della cura come dono, come valore etico di gratuità, sembrerebbe presupporre una relazione fondata sulla disponibilità a donare ma anche sull'attesa di essere destinatari di doni (Bimbi, 1995).
Tutto ciò comporta che tipi di relazioni di cura differenti possono essere compresenti in un reticolo destinato ad un unico soggetto: ad esempio, un bambino può ricevere cure, che presuppongono relazioni differenti, dalla madre, dall'educatrice al nido, dalla baby- sitter in casa o da una vicina nella sua propria casa.

I contenuti della cura
La difficoltà di questa definizione risiede nel duplice significato insito sia nel sostantivo cura sia nel verbo curare. Significato riferibile alla relazione che si instaura fra i soggetti, nel senso di 'rendersi cura' di qualcuno, o riferibile all'attività di curare, ai processi operativi, nel senso di 'badare', 'sorvegliare', 'assistere', 'curare terapeuticamente' qualcuno. Questi significati evocano a loro volta due dimensioni del lavoro di cura, inscindibili nell'esperienza della cura:
· la dimensione materiale: curare è un lavoro, un lavoro costituito da azioni e compiti precisi, che occorre saper fare
· la dimensione emotiva: curare è un evento emotivo che ha a che fare con i sentimenti, con l'amore e l'affetto, e con il garantire supporto emotivo.
Conosciamo i rischi insiti nel tenere insieme le due dimensioni nell'ambito dell'attività professionale (eccessiva identificazione con la persona di cui ci si prende cura, forte attesa di riconoscimento affettivo dalla stessa, difficoltà a smettere di 'sentirsi sul lavoro'). Rischi che mettono a dura prova l'equilibrio psicofisico dei soggetti che svolgono un lavoro di cura e che si palesano spesso con un consumo eccessivo delle proprie risorse.
Nell'ambito dello stesso lavoro di cura all'interno della famiglia si possono identificare dimensioni differenti: lavoro domestico, cioè le mansioni ripetitive del tenere in ordine la casa; lavoro di consumo, cioè l'aver a che fare con negozi e con servizi vari; e lavoro di rapporto, in un certo senso garantire i legami familiari (5). I contenuti della cura non sono dunque riferiti solo alla dimensione emotiva o a quella materiale, poichè vi è compresenza di questi elementi e ciò che appare, secondo i diversi contesti, è semmai una prevalenza di uno dei due elementi. E' infatti chiaro che da un lato il lavoro di cura in ambito familiare non è solo una veicolazione d'amore, ma un vero e materiale lavoro, così come il lavoro di cura nei servizi non è solo materiale attività in senso di prestazioni, ma è anche vicinanza emotiva.
Non sembra una sintesi forzata affermare che i contenuti della cura è data da contemporanee dimensioni che riguardano il sentire, il sapere, il fare e che tuttavia il lavoro di cura professionale non implica necessariamente una presa in carico globale.

L'ambito sociale in cui è collocata la relazione di cura
Questa dimensione riguarda la separazione più netta e vistosa nella divisione del lavoro nella società complessa: fra la sfera pubblica e quella privata o domestica, da cui derivano le concezioni di lavoro di produzione nell'ambito del pubblico o del mercato, e di lavoro di riproduzione nell'ambito domestico (quel lavoro quotidiano svolto nell'ambito della famiglia per rispondere a quei bisogni fisici ed affettivi degli adulti per vivere giorno-dopo-giorno e a quelli dei bambini per crescere).
L'economia politica tradizionale ha dato, e tuttora tende a dare, al lavoro svolto dalle donne nella sfera domestica la definizione di "improduttivo" (rispetto a quello "produttivo" per il mercato). Le ricerche e le analisi svolte negli anni '70 e '80 sulle caratteristiche e la natura del lavoro domestico delle donne ne hanno messo in luce le diverse dimensioni e hanno ampliato il concetto di produzione, chiarendo la funzione decisiva della produzione di rapporti sociali e di prodotti immateriali. Vi è anche l'analisi e la valorizzazione di un modo di produzione che costituisce un patrimonio di esperienze accumulate ed elaborate dalle donne attraverso i loro compiti di gestione della sopravvivenza (riguardo la salute, il cibo, l'abitazione, i rapporti). "Si tratta di capacità e abilità di diverso tipo, via via modificate e adattate a seconda delle risorse esistenti e delle esigenze dello sviluppo sociale - e non certamente trasmesse in modo meccanico, sempre identiche, di generazione in generazione" (Prokop, 1978).
La collocazione della relazione di cura in uno dei due ambiti caratterizza in modo differente i concetti di cura. Nell'ambito domestico ('informale' nella terminologia anglosassone, 'ambiente naturale', riprendendo Ardigò) i soggetti che svolgono un lavoro di cura, anche se pagati, utilizzano la prevalenza affettiva nella relazione mentre i soggetti che svolgono un lavoro di cura nell'ambito dei servizi ('istituzionale' o 'ambiente artificiale'), pur svolgendo compiti analoghi, utilizzano nella relazione la prevalenza dell'attività (6).

Il carattere economico della relazione di cura
Questa dimensione è relativa all'essere il lavoro di cura retribuito o non retribuito; al prestare cure in una dimensione governata da un obbligo proveniente da un legame, familiare o di altro tipo, oppure proveniente da un pagamento in denaro. Tuttavia non si tratta solo di gratuità o di pagamento, visto che, come già detto a proposito della dimensione relativa alla relazione, il lavoro di cura che si svolge nella sfera domestica non è esclusivamente gratuito (come nel caso della collaboratrice domestica, della baby- sitter) e quello che si svolge nella sfera pubblica non è esclusivamente pagato (come nel caso di persone volontarie per particolari prestazioni e situazioni).
Se ci si attiene rigidamente e unicamente alla categoria del gratuito o del pagato si rischia di non vedere l'articolazione intrinseca nel lavoro di cura rispetto all'ambito in cui viene prestato e ai suoi contenuti, nonchè di perdere elementi utili a comprendere come l'attitudine alla cura si costituisca in attività professionale. Vi è un dibattito aperto relativamente all'attribuire un valore economico, e quindi un suo riconoscimento tangibile e materiale a livello sociale, al lavoro di cura svolto dalla donne nell'ambito domestico. Così come una buona parte della contrattazione dei rapporti di lavoro nell'ambito dei servizi ruota intorno ad un interrogativo che, pur non così esplicito, riguarda:" che cosa vendono gli operatori che fanno un lavoro di cura e che cosa acquista l'organizzazione dei servizi contrattando un prezzo e delle condizioni di lavoro degli operatori?" (come non aver presente gli estremi di questo dibattito, sintetizzabile con posizioni come: "non vendiamo i nostri sorrisi e la nostra affettività: lavoro è lavoro e basta!").
E' un dibattito, lungo già qualche decennio, iniziato nel momento in cui si è affermata la dimensione di vero e proprio lavoro di tutte le attività con un contenuto di cura, dibattito teso a chiarire le ambiguità proprie del tenere insieme le dimensioni materiali e quelle affettive in un lavoro per il mercato, da svolgersi per determinate ore settimanali, con determinati periodi di riposo, con determinate retribuzioni.

Il luogo della cura
Riguarda il luogo fisico in cui si svolgono le attività di cura e l'immagine che se ne ha a livello sociale. Il lavoro di cura è presente, come abbiamo già visto, sia nella casa sia in diversi luoghi identificati come più o meno istituzionali: l'ospedale, le case di cura diurne, i centri residenziali e di lungodegenza, quelli territoriali di salute, e così via. Si tratta di luoghi prevalentemente evocati quando si parla di cura; tuttavia è limitativo riferirsi solo a questi spazi circoscritti da mura e definiti in sè. Lavoro di cura, professionale o non, si compie anche all'esterno, nella città in senso urbanistico e sociale più ampio: all'aperto nei parchi e nelle strade, che offrono tutti gli ostacoli propri di luoghi non pensati in riferimento a possibili funzioni di cura delle persone; o altri luoghi come bar, alberghi, un ufficio postale o un tram in cui gli operatori accompagnano persone disabili ad affrontare tappe della loro vita quotidiana. Essendo la cura pensata come un'attività rinchiusa entro determinati ambiti fisici riservati, questi altri luoghi mal si adattano, architettonicamente e relazionalmente, a standard di funzionamento differenti da quelli previsti dalla loro destinazione prevalente.

Una sintesi a tre dimensioni
Sono evidenti la circolarità e le connessioni fra queste sette dimensioni. Possiamo anche costruire una serie di concetti di cura combinando differenti variabili di tali dimensioni.
In termini più sintetici vorrei mettere in luce particolarmente tre dimensioni, assumibili come possibili definizioni:
· lavoro di cura come lavoro femminile gratuito, obbligato, per amore, svolto nella casa e destinato ai membri della famiglia che ne hanno bisogno. L'identità sociale di chi da cura è definita in termini di genere e quella di chi riceve cure in termini sia di stato di dipendenza che di autosufficienza.
· lavoro di cura come attività lavorativa carica delle implicazioni emotive già descritte, fornita in vista di una retribuzione, prevalentemente da donne ma anche da uomini, a bambini sani e ad adulti e bambini non autosufficienti in una dimensione pubblica e in una varietà di luoghi istituzionali. In questo caso non è il genere a definire l'identità di chi svolge lavoro di cura (benchè questi tipi di lavoro mantengano un'immagine ed evochino significati simbolici al femminile), anche se non sembra ancora presente una curiosità a decifrare le differenze nel modo di produzione di donne e di uomini, come se l'uguaglianza di ruoli non concedesse l'espressione e l'esplicitazione delle differenze nei processi operativi.
· lavoro di cura svolto prevalentemente da donne, ma anche da uomini soprattutto anziani, nei termini di temporanee prestazioni o servizi gratuiti, implicante vicinanza affettiva, per i parenti o persone molto prossime o vicini di casa, o come attività volontaria specifica svolta in luoghi differenti, per persone non autosufficienti.

Una lettura utile ad operatrici e ad operatori
C'è da chiedersi come i servizi si reggerebbero senza la quotidiana immissione in circolo di tutta una serie di azioni, di atteggiamenti, di abitudini quotidiane mutuate dall'ambito domestico, non considerate lavoro, ma sostanziali ed indispensabili alla sopravvivenza di un servizio che si occupi di curare le persone.
Contemporaneamente, l'ascolto attento di ciò che raccontano e lamentano gli utenti dei servizi - ho personalmente raccolto molti di questi materiali fra gli utenti dei servizi pubblici - segnala disagi, nel rapporto operatore-utente, che sembrano riferibili tanto alla dimensione organizzativa quanto ai contenuti attribuiti in modo differente all'attività lavorativa di chi la presta e da parte di chi la riceve. E' qualcosa che ha a che fare con la scarsa attenzione alla persona nel suo complesso, come se il centro dell'attenzione dell'operatore stesse altrove: è l'impossibilità o la difficoltà ad occuparsi dell' accoglienza e dell'accompagnamento nel percorso di cura, per gli operatori; è il sentimento di impossibile affidamento, da parte della persona che abbia temporalmente o stabilmente difficoltà di autonomia, a una persona indicata professionalmente come adeguata per assumersi tale incarico.

La pesantezza del lavoro di cura
Curare è, dunque, un lavoro nè banale nè facile, che non tutti sono in grado di svolgere, che forse non può durare un'intera vita lavorativa perchè consuma molto.
Gli elementi particolarmente significativi rispetto al suo svolgersi sono riferiti:
· all'identità dei soggetti: chi sono le persone che lavorano e quelle che ricevono cure; sono donne o uomini coloro che svolgono tale lavoro
· alle relazioni che si instaurano fra i soggetti: quale parte di sè mettono in campo rispettivamente queste persone; quali differenti intrecci relazionali nell'essere donne o uomini destinatari di cure e nell'essere curati da un uomo o da una donna
· all'ambito sociale: in quale contesto tale relazione si sviluppa
· ai luoghi: essere in un luogo contrassegnato da in-curia piuttosto che da cura; essere in un luogo più o meno previsto o adibito ad attività di cura
· ai valori e ai contenuti: avere quali tipi di aspettative da un lavoro socialmente privo di valore e ancora apparentemente privo di sapere professionale; avere quali di tipi di motivazioni ad agire con persone che, ad esempio, hanno subito una rottura simbolica oltre che reale nella capacità di prendersi cura di sè, con persone che sembrano 'avere bisogno di tutto'; prospettarsi attività da svolgere per persone sentite come passive riceventi piuttosto che con persone sentite come portatrici di determinate potenzialità; valorizzare o meno le risorse esistenti nel senso di mettersi in contatto con ciò che c'è piuttosto che con ciò che manca.

E' un lavoro che richiede:
· conoscenza anzichè fare subito;
· flessibilità più che prescrizione;
· un orientamento contemporaneamente al contenimento e allo sviluppo;
· la messa in atto di difese dai meccanismi proiettivi e dall'identificazione, ma anche dall'eccessiva differenziazione;
· la fatica di tradurre l'idealità di valori forti in realtà di concreti obiettivi operativi.

I servizi alla persona sono un ambito in cui sarebbe possibile svolgere un lavoro coinvolgente, creativo, utile. Questi termini sono spesso utilizzati per definire un 'buon tipo di lavoro', magari desiderabile.
Che cosa non quadra? E' che tutto ciò non mostra solo l'aspetto di positività. Il contenuto del lavoro di cura nei servizi ha margini di discrezionalità e di flessibilità e perciò è coinvolgente per le persone che lo svolgono. Forse anche troppo, perchè tale lavoro è per lo più rivolto a persone che possono portare, ad esempio, problemi grossi di sofferenza e di emarginazione, e grosse domande di aiuto. Tutto ciò rischia di essere troppo coinvolgente se le operatrici e gli operatori non percepiscono argini sufficientemente forti per contenere l'ansia e la responsabilità che ne può derivare. Proprio da queste necessità nascono spesso richieste, e conseguenti atteggiamenti - da parte di operatrici e operatori - di maggior ordine: più regole e più rigide; più distanza anche fisica dagli utenti per segnare una possibile distanza dalla coinvolgente ansia e sofferenza.
Si tratta anche di un lavoro che ha ampi margini di creatività: ciascuno può mettere in gioco una parte di sè ed aggiungere qualcosa alla routine lavorativa e proprio la relazione con le persone, con gli utenti e fra gli operatori, consentirebbe ciò. Ma questo rischia di essere percepito come un carico maggiore sulle proprie spalle, come variabili faticose perchè non previste da una 'buona organizzazione', dalla quale ci si aspetta che renda tutti i bisogni uguali e tutte le risposte uguali.
Si tratta di un lavoro utile ma di cui spesso non si conosce l'esito, non si sa come va a finire: come la famosa tela che si continua a tessere e non si sa se diventerà mai un oggetto d'uso. Il confronto va al continuo fare e disfare del lavoro domestico: lì però le donne sanno che l'utilità non risiede nell'azione in sè, ma nel passaggio d'amore. Come ripaga, cosa restituisce a chi lo svolge nei servizi un lavoro il cui risultato non sembra misurabile e che sembra consistere solo nell'averlo svolto, come se non lasciasse tracce?
Occorre che la consistenza operativa e organizzativa in termini progettuali e di valutazione dei risultati assuma una dimensione entro cui gli operatori sentano esistere effettivamente il proprio apporto professionale. Lasciare che le cose vadano comporta il rischio che la distinzione fra la dimensione professionale e quella domestica diventi labile, faticosa, impossibile. Così il lavoro che si svolge nei servizi rischia, per le donne, di assomigliare troppo alla fatica, all'impegno e alla responsabilità che esse conoscono già e del cui peso vogliono liberarsi, e, per gli uomini, di essere troppo banale e piatto, quindi un ripiego transitorio o una tappa strumentale per un successivo incarico almeno di coordinamento. Ciò accade perchè il lavoro di cura è effettivamente faticoso, e anche perchè non è considerato produttivo, nè prestigioso, nè di valore, pur a fronte di un persistente bisogno generalizzato di essere curati, ma anche della pregnanza di trovarsi in una dimensione sociale e in un tempo storico in cui si diffonde la consapevolezza che ciò sia un diritto.

Tre aree di elaborazione strategica
E' evidente che ci troviamo di fronte ad un quadro complesso ed i tempi di analisi, di comprensione e di risistemazione non possono essere brevi. Si tratta di una complessità che riguarda almeno tre ordini di problemi:
a) il sistema organizzativo dei servizi socio-sanitari-assistenziali
b) le operatrici e gli operatori e le loro identità soggettive e lavorative
c) i diritti delle persone che hanno bisogno di cure
Non ci sono scorciatoie e occorre chiedere e darsi il tempo per analizzare, per riflettere, per elaborare strategie adatte al superamento di quelle che oggi vediamo come contraddizioni, incongruenze, fatiche ed incomprensioni.

Il sistema organizzativo dei servizi socio-sanitari-assistenziali
Le professioni fondate sulla relazione fra i soggetti sono emotivamente stressanti e pesanti, hanno bisogno di sostegno e di presa di distanza. La dimensione organizzativa e tecnologica nei lavori di cura dovrebbe garantire questo tipo di sostegno. Evitare di mettere a punto queste dimensioni, lasciandole alla libera iniziativa del singolo operatore, fa sì che la presa di distanza si realizzi rifuggendo, ad esempio, da ogni compito che abbia un elevato contenuto di relazione, preferendo compiti meramente pratici, esecutivi e lontani dalla persona. Per dimensione tecnologica si intende incrementare tutto ciò che serve a far bene un certo compito o una certa procedura; riportare ogni attività all'interno di un disegno programmato e non inventato giorno per giorno; possedere criteri adeguati ad esercitare e far esercitare un controllo di qualità sul proprio lavoro, ed anche criteri adeguati a riconoscere e analizzare i rischi fisici e psichici insiti nella propria attività lavorativa e indicare strategie di prevenzione.

Le operatrici e gli operatori e le loro identità soggettive e lavorative
Professionalizzare il lavoro di cura significa chiarirne i legami con l'area del lavoro di riproduzione -legami differenti per gli uomini e per le donne - per contribuire a definirne i contenuti professionali e il valore economico da attribuirvi, entro un determinato contesto fisico e relazionale. Avvicinarsi a ciò chiede alle organizzazioni di investire in processi formativi e di conoscenza degli operatori per superare la codificazione data e scontata delle azioni e dei risultati del lavoro, nominando e rinominando tutto ciò che si fa ed i relativi significati e motivazioni in quel contesto, così come chiede di promuovere il concorso di più discipline ed ambiti di esperienza nella lettura del proprio contesto operativo, distinguendone le specificità per intraprendere percorsi autovalorizzanti e insieme integrativi.

I diritti delle persone.
E' tempo ormai che si assumano e si rendano visibili dati precisi derivanti dall'esperienza di essere soggetti nella posizione di attendersi cura: è inevitabile che questa posizione, quella di utenti/clienti, sia attivamente una delle tre, se nominiamo l'organizzazione e gli operatori. Il rischio è che le posizioni si confrontino in contrapposizione e con l'unica carta della rivendicazione. Anche se è inevitabile che vi sia una quota di conflitto di interessi fra le tre posizioni, tuttavia è possibile che vi siano spazi di sviluppo comune. Ad esempio, è possibile per gli operatori stessi che svolgono lavoro di cura incrementare le funzioni dell'ascolto e del dire insieme, anzichè contribuire al silenzio di chi è curato attraverso l'assunzione di una delega piena, legittimata da un'invadente oblatività o dalla percezione di un maggior sapere. Il risultato di tale operazione può essere non solo garantire i diritti, ma anche vedere insieme i limiti di pretese onnipotenti, contribuendo a dare nuova dignità non solo a chi riceve cura, ma anche a chi lavora per garantirla (7).
Se tutto ciò è utile in un momento in cui si registra la crescita dei diritti e il potenziamento dei servizi, è addirittura indispensabile in un momento in cui l'investimento pubblico sembra appannarsi nei valori e nelle responsabilità, in un momento in cui il rischio è di tornare a considerare il servizio, e in esso il lavoro di cura, un'elargizione a chi non ha o non può e, per gli operatori, di finire in un'identificazione di ultimi fra i lavoratori.
Il lavoro di cura nell'esperienza quotidiana, sia nella dimensione informale che in quella istituzionale, è strettamente legato e si configura e avviene attraverso processi differenti secondo la storia, la cultura, il contesto sociale, la situazione economica. Sono quindi rilevanti tanto i fattori strutturali quanto quelli relazionali, tanto i modi di sentire quanto le motivazioni e le responsabilità. Non è banale affermare, ad esempio, che le cure alle persone anziane possono essere differenti a seconda della considerazione che degli anziani si ha in una data cultura, a seconda degli investimenti economici che le decisioni politiche vi assegnano, a seconda di quanto quel contesto sociale ritiene prezioso il contributo di cura di persone professionali o no. L'ago della bilancia è dunque spostabile: le responsabilità sono multiple e di gradazione differente.



NOTE

(1) Un'altra 'convenienza', praticabile fino a qualche tempo fa, era di poter uscire il più presto possibile dal ciclo produttivo con una baby-pensione, spesso per occuparsi a tempo pieno del lavoro di cura domestico. Si trattava di un meccanismo che, in un certo senso, risolveva una quota del problema del burn-out, accorciando la durata della vita lavorativa. La necessità di rimanere in servizio più a lungo, porrà con maggiore forza l'esigenza di prevedere cicli lavorativi in cui l'esposizione costante alla relazione 'operatore-utente' non duri trentacinque anni.

(2) Le studiose del GRIFF di Milano hanno sviluppato analisi e portato contributi di dibattito su questi temi in Italia. Ricordo fra gli altri: L. Balbo (a cura di), Time to care - politiche del tempo e diritti quotidiani, Angeli, Milano 1987; L. Balbo, M. Bianchi (a cura di), Ricomposizioni - Il lavoro di servizio nella società della crisi, Angeli, Milano, 1982; M. Bianchi, I servizi sociali - Lavoro femminile, lavoro familiare, lavoro professionale, De Donato, Bari 1981; G. Chiaretti (a cura di), Lavoro intellettuale, lavoro per sè: doppia presenza, Angeli, Milano 1981.

(3) Di nuovo il confronto fra la sfera domestica e quella produttiva ci offre una possibile chiave di lettura per alcuni punti che sentiamo contraddittori se non addirittura generativi di conflitto. La nozione di diritto richiama quella pubblica di cittadinanza e sappiamo quanto difficile sia porre quest'ultima in relazione a quella privata di cura. E' difficile in molti sensi operare una precisa nozione di diritto per chi cura all'interno della sfera domestica: ad esempio, quanti giorni all'anno si deve curare, si matura o no qualche bonus per un tempo della vita successivo, diritto ad accedere a un servizio, a un supporto per sè, per quante ore, ecc.
Non possiamo ritenere che tutte queste difficoltà e ambivalenze si risolvano automaticamente in un ambito di contrattazione delle condizioni di lavoro degli operatori.

(4) Va segnalato che nella letteratura anglosassone l'identità di chi riceve cura contribuisce a definire chi la dà. Carer è colui o colei che offre supporti materiali e affettivi a una persona con una disabilità temporanea o permanente o a un anziano non autosufficiente

(5) Su questo punto si veda Marina Bianchi, op.cit., 1981, in particolare pp.21-22. Inoltre Gillian Dalley, in Ideologies of Caring. Rethinking Community and Collectivism (MacMillan, London 1988), commenta che le donne sono considerate devianti se non care about (dimensione relazionale) tanto quanto care for (dimensione materiale) per i loro figli.

(6) Anche l'intenzionalità che si connette alle varie attività può definirsi come ambito. Ad esempio, scomponendo le attività di cura svolta dalla madre o moglie nell'ambito domestico - nella dimensione che definiamo della riproduzione - e confrontiamo queste singole attività con analoghe svolte nell'ambito del lavoro produttivo, notiamo come lo stirare svolto in un negozio lavo-stiro perda la connotazione di lavoro di cura che invece mantiene nel momento in cui si stira la biancheria del proprio bambino perchè in quel gesto vi è intenzionalità di cura e vicinanza affettiva. A un livello intermedio si colloca il permanere della connotazione di lavoro di cura in determinate azioni, ad esempio riordinare il letto del bambino da parte dell'educatrice del nido o dell'infermiera professionale in ospedale, poichè permane una vicinanza affettiva, anche se su una scala diversa da quella domestica.

(7) Su questo punto, per quanto riferito in generale al 'lavoro sociale', si veda Paola Piva, L'intervento organizzativo nei servizi sociosanitari, Nis, Roma 1993, in particolare pp.145-158.


BIBLIOGRAFIA

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2 - Carol Thomas, "De-constructin Conceps of Care", Sociology, Vol. 27, n.2, May 1993

3 - G. Badolato, P. Collodi, Identità femminile e lavoro di cura, in: C. Arcidiacono (a cura di) "Identità, genere, differenza", Angeli, Milano, 1992

4 - a questo proposito vedi il contributo di F. Bimbi nel n. 2/95 di questa rivista. Inoltre, a cura della stessa autrice e di G. Castellano, "Madri e padri - transizioni dal patriarcato e cultura dei servizi", Angeli, Milano, 1990
banca del tempo

5 - G. Colombo, I voucher del tempo, in: L. Balbo (a cura di) "Tempi di vita", Feltrinelli, Milano, 1991

6 - H. Graham "Caring: A Labour of Love", cit. in C. Thomas, "De-constructin Conceps of Care", Sociology, Vol. 27, n.2, May 1993

7 - Marina Bianchi, op. cit. 1981. pag. 21-22, propone la triplice distinzione in questi termini: "Il lavoro domestico comprende le mansioni ripetitive e ricorrenti, di pulizia, manutenzione, preprazione dei pasti, ecc.: mansioni ancora lontane dall'essere razionalizzate e tecnologizzate al livello che lo sviluppo delle forse produttive potrebbe consentire...
Il lavoro di consumo comprende, oltre all'organizzazione degli acquisti, il relativo lavoro di scelta e di trasporto, l'utilizzo dei servizi pubblici e privati. Nello svolgere questo lavoro, l'autonomia delle donne è soltanto apparente, vincolate come sono agli orari di negozi e uffici pubblici, a quelli del lavoro del marito e della scuola dei figli. Le difficoltà sono ovviamente maggiori per le donne che hanno a loro volta delle rigidità di orari di lavoro. La donna è comunque resposabilizzata del successo di questo lavoro di consumo, che consiste nell'impiegare al meglio le risorse familiari di reddito e di tempo, traducendole in pasti preparati, bisogni estetici e di tempo libero soddisfatti., comfort, salute e benessere per tutti i familiari. Un compito impossibile da soddisfare con le risorse esistenti per la maggioranza delle famiglie.
Il lavoro di rapporto: all'interno delle stesse mansioni di pulizia, di consumo, ecc. le donne svolgono continuamente un "lavoro di rapporto" nel tentativo di commisurare le risorse ai bisogni, di prevenire e soddisfare i desideri dei figli e del marito. Curare chi è ammalato, consolare dalle frustrazioni nella scuola e nel lavoro, rendere piacevole il tempo passato insieme: quando è soltanto la famiglia il contesto in cui questa molteplicità di bisogni possono trovare una risposta, i rapporti diventano per la donna un lavoro, la coppia diventa una costrizione, l'affettività è un dovere. Moltissime donne crollano sotto il peso di queste aspettative, e della delusione dei loro desideri di affetto e di
rapporto all'interno della famiglia: l'uso di tranquillanti, l'alcoolismo, la malattia, ne sono spesso lo sbocco."

8 - B. Costantino - "What is 'Emotional Labour'?", Dipartimento di Scienze Sociali, Università di Torino, 1994

9 - U. Prokop "Realtà e desiderio - L'ambivalenza femminile", Feltrinelli, Milano, 1978

5 - M. Bianchi, op. cit. Sul modo di produzione femminile, Ulrike Prokop in Realtà e desiderio. L'ambivalenza femminile. Feltrinelli, Milano 1978, sottolinea che un delle caratteristiche principali sta nella sua ambivalenza "Esso è insieme più sviluppato e più progredito. Più sviluppato, per la capacità di produzione di rapporti sociali, perchè in esso gli individui sono percepiti come persone e non solo come detentori di determinati ruoli sociali. E' invece arretrato rispetto al modo di produzione capitalistico perchè l'accumulazione del sapere e delle capacità non sono stati organizzati e socializzati: in questo senso rappresenterebbero un 'livello inferiore' di socializzazione dei rapporti umani".

Articolo pubblicato su "Animazione sociale", n.1/1995