Maddalena Gasparini
La conoscenza di sé di fronte ai saperi e alle pratiche sociali e politiche

di Maddalena Gasparini

 

Riprendo in mano, per renderlo leggibile, l'intervento fatto al seminario del 27 gennaio 2001 presso l'Associazione per una Libera Università delle Donne, a Milano, per il ciclo: "L'eredità del femminismo per una lettura del presente"


Durante l'incontro precedente, l'11 novembre 2000, diverse relatrici si sono soffermate sulla necessità e la difficoltà di riconoscere nell'attualità i segni lasciati dal femminismo degli anni '70. A partire da questa esigenza condivisa, ho ripensato alla medicina, un sapere e una pratica di cui molto ci siamo occupate negli anni '70 e, da tempo, l'ambito in cui lavoro. La mia riflessione si articola dunque in tre punti: una nota autobiografica, i cambiamenti che hanno investito la pratica medica, qualche considerazione sul disagio del corpo, oggi. Ho invece messo tra parentesi le molte critiche che meritano l'assistenza sanitaria e la sua deriva tecnologica. La mia presenza attiva nel femminismo coincide coi primi anni '70, mentre finivo gli studi, e riprende nei primi anni '90 dopo aver chiuso col lavoro ospedaliero. Ho cominciato a lavorare nel '75 quando a Milano il femminismo era orientato a privilegiare il lavoro sul profondo, su di sé, lasciando alla politica istituzionale la traduzione in leggi e luoghi di un pensiero appena abbozzato ma già in grado di rivendicare qualche cambiamento pubblicamente riconoscibile. All'epoca non mi convinse l'ipotesi di confinare il mio lavoro politico alla pratica dell'autocoscienza o dell'inconscio, ai temi della maternità, della sessualità, dei rapporti con gli uomini e le donne, lasciando al partito o al sindacato la prospettiva del cambiamento delle "cose presenti". E non perché la riflessione su quanto allora smetteva di essere "privato" non potesse produrre cambiamento concreto, ma perché questo si allontanava dal campo d'osservazione e di ricerca. L'urgenza degli anni giovanili, l'impegno nel lavoro, una figlia piccola contribuirono allora ad allontanarmi dal femminismo militante.
Forse vedo solo oggi che quella pratica sociale e politica, la medicina, che era stata oggetto della nostra critica e di cui avevamo rovesciato alcune pietre fondanti, divenne anche lavoro, dunque fonte di sussistenza e autonomia, luogo del confronto e della contrattazione, delle alleanze e delle insofferenze. Da poco assunta in Ospedale, partecipai con passione alle lotte degli ospedalieri (che ebbero le loro manifestazioni di massa nel 1976 e nel 1978): esse rappresentarono una radicale novità nello stesso panorama sindacale e politico dell'epoca e certamente io portavo anche lì quello che avevo maturato nel femminismo; avevo la mia grinta, che era anche una grinta di donna, ma nel confronto con il lavoro e col sindacalismo politico ero da sola.
I cambiamenti prodotti dal femminismo in quegli anni hanno investito le relazioni private: abbiamo guardato alle nostre vite e prodotto più di qualche terremoto. Entrate nel mondo del lavoro, non era possibile riprodurre (caso mai "sublimandole") le relazioni che il femminismo aveva analizzato e messo sottosopra. Non so quanto consapevolmente, ho trasferito la critica radicale delle relazioni famigliari e fra i sessi nel contesto pubblico: in particolare mi sottraevo, nei limiti in cui ciò si può fare con la volontà razionale, alla facile analogia del mio lavoro col materno e le sue declinazioni. Il modello paternalista della medicina, fondato sul principio di beneficenza, era allora ampiamente prevalente e solo marginalmente messo in discussione dal modello scientifico: il medico decideva e agiva "per il bene del paziente" senza interrogarlo o informarlo, talvolta contro la sua volontà manifesta. L'accesso di massa delle donne alla facoltà di medicina negli anni '70 e la necessità di affiancare il paternalismo autoritario del medico tradizionale con la cura delle persone (più che della malattia) rendevano stretto il sentiero per chi non voleva cadere nei modelli del femminile e del maschile che la storia ci aveva consegnato. Ma le donne, a partire dalla rivendicazione del diritto di decidere del proprio corpo, ponevano le premesse per l'ingresso nella prassi medica del principio di autonomia: è il paziente a essere misura del proprio bene, nessuna procedura medica può essere messa in opera senza il suo consenso. Siamo lontani dall'autodeterminazione, che nemmeno la recente Carta Europea dei Diritti ha voluto inserire nel proprio elenco; il principio di autonomia non garantisce quel sapere del proprio corpo per cui spesso si interroga la medicina, ma certamente apre uno spazio in cui la conoscenza di sé può accadere. Perché questa mi pare la novità: che oggi la medicina (e la biologia) è il luogo dove si articola, spesso sotto forma di desiderio, una domanda su di sé, sui fondamenti della propria identità e dove la deriva tecnologica può promettere (molto meno garantire) risposte letterali alla richiesta di benessere psicofisico, di bellezza, di bambino…

Ho detto prima che di fronte al lavoro e al sindacalismo politico mi sentivo da sola. Dove il femminismo mi lasciava un'eredità preziosa era invece nell'attività clinica. La mia formazione aveva ancora il corpo reale al centro dell'osservazione (l'ispezione e la palpazione erano i primi insegnamenti): l'esperienza della medicina con le donne mi lasciava intravedere che ogni corpo aveva una storia e che io non potevo che rapportarmi ad entrambi, cioè al corpo e alla storia. Sono stata e sono curiosa della vita "incorporata" delle persone e più della vita delle donne che degli uomini. La pratica femminista ha lavorato su un corpo "storico", un corpo su cui la storia aveva lasciato segni profondi, che continuo a cercare e trovare nelle donne che si rivolgono a me. Ma intanto molto è cambiato se Barbara Duden parla con ragione del "corpo storicamente senza precedenti" della donna degli anni '80 e di "un io storico che ha perso il contatto con il soma". I nostri corpi sono mutati rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto: la giovinezza dura più a lungo, più malattie sono curabili, i trapianti d'organo e le protesi elettroniche assemblano corpi mutati o se preferite mutanti; le tecnologie procreative sono elefanti nella complessa rete delle relazioni parentali basate sui vincoli di sangue. E per il momento questa è cronaca che tuttavia non possiamo leggere nei soli termini dell'estraneità o dell'intrusione.
Negli anni 70 abbiamo riletto la storia della m edicina come processo di espropriazione della pratica di cura da un lato (dai roghi su cui bruciavano le streghe capaci di usare le erbe medicinali ai processi alle levatrici non diplomate presso le Università) e come istituzione autoritaria di controllo dei corpi produttivi e riproduttivi. La pratica del self help, la nascita dei primi consultori autogestiti o centri per la salute delle donne erano la risposta collettiva a quell'analisi: "volevamo vedere i nostri corpi senza la mediazione dello sguardo altrui" scrive Luciana Percovich su memoria nell'87. Allora non ci interrogavamo sul paradigma del vedere, volevamo vedere senza rinunciare all'esperienza femminile del corpo fondata sulla percezione interna. A qualcuna dava fastidio quella penetrazione partecipata e collettiva con lo speculum; il corpo di carne e ossa è sempre un po' ingombrante. Eppure quello sguardo ci ha permesso di riconoscerci (come uguali e come diverse), di non sentirci più troppo sole di fronte al medico e ha abbozzato un uso non sottomesso di strumenti che venivano dalla ricerca scientifica e clinica. L'aspetto straordinario di quell'esperienza era il suo produrre un "sapere contingente" che ci riguardava immediatamente e con noi le altre; che si faceva e disfaceva appena si irrigidiva; permetteva di riconoscere le differenze e di tenerle insieme, anche nel conflitto: abbiamo creduto (e voluto) che la differenza di sapere che passava tra il medico e noi -donne pazienti- potesse non essere subito dislivello di potere; rivendicavamo un sapere senza escludere quello dell'altro. Non era subito dipendenza o irriducibile differenza e in quello scarto c'era lo spazio per farsi soggetto. Ancora la Duden che ama definirsi "storica del corpo" ci racconta della relazione donna/medico alle origini della medicina moderna: la donna interpretava e descriveva fantasiosamente i propri sintomi, il medico ascoltava e trascriveva, sul racconto costruiva esperienza e conoscenza, raramente entrava in contatto col corpo. Il corpo-natura veniva guardato da lontano, in molti casi con disagio; la narrazione sarebbe servita alla costruzione della clinica: fra i due poli una cesura persistente che la nostra pratica incrinava.
Oggi il corpo sembra più spesso palcoscenico che "teatro", un campo su cui molte donne lasciano e chiedono che la medicina si eserciti al riparo del "consenso informato" mentre l'autodeterminazione rischia di trasformarsi nella pretesa indiscussa di usare la medicina come strumento per dar corso a scelte e desideri individuali: penso per esempio all'adesione massiva agli screening per le neoplasie, alle diagnosi predittive rese possibile dall'esame del DNA ma anche alle procedure di procreazione assistita, alla chirurgia estetica, ai cambi di sesso. Senza la dimensione collettiva di allora, senza la tensione a distinguere fra i nostri sogni e quelli che altri hanno depositato su di noi, fatichiamo a distinguere nel desiderio che nega il limite, l'esigenza della libertà dalla fantasia tutta maschile di tenere a bada e modellare il corpo femminile.
Nuovi sintomi parlano dell'ambigua resistenza ai modelli di donna e di madre che abbiamo contribuito a disgregare, senza riuscire a rappresentarci quello che nel frattempo ne nasceva: l'isteria descritta da Charcot, indagata da Freud è praticamente scomparsa; l'anoressia da un lato, l'infecondità dall'altro ne hanno preso il posto, per frequenza e rilevanza sociale. Non è stato sufficiente la critica a un ruolo materno subordinato al padre per ripensare il potere materno e nemmeno l'arroganza con cui esibivamo i nostri corpi nudi dichiarandoli intoccabili, per non desiderarsi oggetti del desiderio maschile. Nella fatica di "integrare la madre con la donna", per usare le parole di Sibilla Aleramo, ha trovato posto l'enorme sviluppo delle tecnologie riproduttive: le vite delle giovani donne non prevedono la maternità se non dopo i 30 anni, quando altre cose dell'esistenza sono avviate e la fertilità ha già iniziato il suo declino; le difficoltà pubbliche e private del rapporto fra gli uomini e le donne, la crisi del "sogno d'amore" hanno alimentato la fantasia di autosufficienza generativa delle donne, cui la tecnologia ha dato gambe. L'illusione di una sessualità femminile immune dalla complicità col dominio maschile oscura i dubbi su ritocchi e rifacimenti del corpo offerti dal mercato a chi ha 15 come 50 anni.
La riflessione incompiuta del femminismo ha preso strade impreviste, non sempre condivise, dove la libertà corre il rischio di trasformarsi in licenza, la ricerca della felicità in noncuranza verso gli altri o la propria stessa storia, la determinazione nel perseguire un desiderio in veri e propri disastri personali. Ma proprio questo esito, che a tratti pare tanto diverso dall'attesa, è un segno della carica di libertà e eversione della pratica femminista.