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E così, alla povera profuga afgana, io che abito laddove si è civili quale modello posso dare? Il modello del lavoro, lavoro, lavoro, moltiplicato per mille? Ma perché? Per che cosa? Per spingerle a perseguire l'affermazione individuale tanto decantata dalle "pari opportuniste"? Fra le cose che siamo convinte di detenere in questo povero Occidente, c'è anche il concetto altissimo della nostra felicità. Noi che siamo tutti talmente tristi Con Nicoletta parlavamo di un articolo uscito su D, l'inserto della Repubblica, riguardo alcune manager donna troppo aggressive, troppo "assertive", che vengono "deprogrammate". Esiste (sembra) negli Usa una specie di corso dove vengono "ricondotte alle lacrime". Bene, lo trovo tremendo ma l'altra faccia atroce della medaglia è che in quel pezzo, le povere manager deprogrammate ti costringono a compiangerle. Mi è venuto in mente perché Nicoletta nel suo corso ha parlato della decostruzione del genere, in due sensi: la donna occidentale è sempre più costretta ad assumere i modelli maschili (lavoro e durezza) mentre il femminile pertiene alla donna immigrata (e infatti ecco le colf e il lavoro domestico). Mi fa schifo un corso per deprogrammare la manager, ma mi fa orrore anche quella che è troppo aggressiva, che si mette a fare la stronza per essere credibile sul posto di lavoro. In tram ero seduta in mezzo a una folla tremenda. A un certo punto, c'era una, sopra di me, in piedi, che raccontava alla sua vicina: "Io lavoro in un negozio, sono sempre in piedi, per cui la sera sto ancora in piedi, non riesco più a sedermi". Micidiale, nel suo piccolo. Noi donne ci siamo scavate la fossa con le nostre mani, pur di lavorare
infatti anche la più cretina fra le donne italiane, è la
donna che lavora di più al mondo. E questo vuole dire solo che
è la più stupida del mondo. Perché il lavoro non
è bello, non è poi questa cosa meravigliosa. Un conto è
il lavoro volontario, ma è tutt'altra cosa
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