Chi diceva prima che in Occidente c'è questa "finzione della felicità"? Voglio tornarci. E' facile sentire dire: "Poveretti questi africani. Poveri infelici". Io vivo in Italia da 10 anni. La prima volta che sono tornata in Somalia ho pensato: "Saranno tutti disperati, i miei fratelli, le mie sorelle". Invece, erano tutti sposati e avevano cinque figli a testa figli… mia sorella, che è più piccola di me, ha già cinque figli. Io, che vivo in Occidente sono zitella, sola, triste e depressa. In più, in Somalia, dopo mezzogiorno nessuno lavora: si parla, si chiacchiera, si beve il tè, ci si saluta. A Milano, alle sei di sera stai ancora in mezzo al traffico, sono tutti arrabbiati, altro che bombardamenti! Psicologicamente, qui sono tutti sotto guerra, da molto prima dell'11 settembre.

Due anni fa abbiamo organizzato con un'associazione per i diritti umani una corte delle donne, contro la violenza in Marocco 1). Un'esperienza "inventata" da un gruppo di donne indiane. Hanno iniziato in India, poi nel sud est asiatico, poi l'idea è stata esportata in tutto il mondo. A Pechino, per esempio, hanno tirato fuori la questione delle "donne di conforto" per i Giapponesi durante la guerra… Si costruiscono tribunali simbolici, dove ci sono donne che denunciano ad altre donne le violenze che hanno subito, e su tutto giudica una giuria femminile simbolica, composta da donne. Una sorta di "esperienza collettiva", di "riconoscimento della sofferenza", che però non si risolve in una vendetta: tu non punisci il colpevole, però ti viene riconosciuto che hai subito un torto. E questo torto viene come "messo in comune". Io mi sono fatta coinvolgere tantissimo, perché sono rimasta affascinata da questa idea. C'erano varie donne che hanno parlato delle violenze che hanno subito: donne violentate, torturate… insomma, cose molto forti. Mi ricordo una donna palestinese, c'erano molte donne islamiche, c'era anche una donna lesbica. Noi italiane avevamo concordato un nostro discorso sulla violenza qui, la violenza dei modelli che portano le bambine all'anoressia, per esempio, alla mercificazione delle donne, cose così... Ma questo ragionamento in quel contesto mi è sembrato così inadeguato, così fuori luogo. In fondo c'è come una misura che mi fa dire: "Se fossi nata in Afghanistan sarebbe stato peggio". Forse è un po' una trappola, ma contro di essa sento di essere assolutamente disarmata, e non solo intellettualmente, ma da un punto di vista emotivo.

….forse ti sei sentita inadeguata perché voi parlavate per le altre e non di esperienze che avevate vissuto direttamente.

In ogni caso, io starei attenta a questa "misura". Se ci pensi noi abbiamo i morti del lavoro, i morti di cancro, la non libertà di scelta sul fare un figlio o non farlo, legata ai problemi economici, ai modelli di vita. Il punto è come tu vivi questa pressione. Tu che sei ormai assuefatta: decidi se un figlio lo fai o no in base ai soldi che hai, decidi se vuoi vivere fino a 90 anni come una cretina, oppure spremerti, ma morire d'un colpo a 50. Assuefatta a tutta una serie di regolamenti orrendi e molto violenti, ma di questa violenza non hai la consapevolezza, di conseguenza ti sembra una violenza insopportabile quella della donna che porta il velo. E una donna che si va a farsi le operazioni per levarsi la cellulite? E le tante poverette a cui i medici finiscono per imporre di levare sia utero che ovaie perché "tanto è in menopausa"? Avete presente lo sguardo del ginecologo sulla donna in menopausa? Siamo troppo poco scandalizzate dalle violenze che subiamo. Non ci sembrano violenze, mentre ci sembrano violenze tutte quelle delle altre donne del resto del mondo.

1) "Verso una nuova giustizia, l'esperienza delle corti delle donne", Associazione Crinali, Milano 1999