Mi vengono in mente altre cose. Quando sono stata in Nicaragua, mi ha colpito vedere donne che magari avevano fatto un percorso esattamente come il mio e che, arrivate in Nicaragua, avevano fatto tanti figli. Come se lì fosse loro concesso, come se i figli lì fossero cose naturali. E' stata la prima volta che mi sono interrogata sulla maternità, che io non rimpiango, però allo stesso tempo penso anche che per essere quella che sono non ho dovuto fare figli. Penso che, se avessi fatto dei figli, oggi sarei una cosa diversa. Lì, invece, sembrava una cosa naturale. Probabilmente potevi essere quello che eri.

Appena è successa la strage di New York mi sono sentita con delle amiche al telefono. Una di queste, a cui sono molto legata, ha detto: "Se scoppia la terza guerra mondiale, andiamo tutti in Svizzera". La Svizzera era un luogo dell'immaginario, e ci abbiamo sognato per un po' sull'orto e la scuola che avremmo messo in piedi per i bambini. "Faremo un sacco di figli", dicevamo. Siamo così compresse, come donne, in Occidente, dentro un "necessario", dentro un "bisogna", dentro un "modo di essere". Tutto questo forse ti assomiglia però, obiettivamente, ci sono un sacco di cose che ti mancano. Così quest'evento drammatico scatenava le ipotesi millenariste più strane e fantastiche, e incredibilmente, e contro ogni buon senso, ti faceva tirare fuori l'ipotesi di un azzeramento, e di una catarsi e di un mondo diverso. Una nuova vita da sogno, completamente diversa.

Quello che state dicendo a proposito del decidere di non fare figli, piuttosto che trovarsi in Nicaragua e farne, o andare in Svizzera e farne, è, secondo me, un modo estremo di pensare a sé. La maternità è sì un desiderio che una donna ha, ma è un desiderio un po' particolare…

…anche quando decidi di non farlo, per vivere la vita che tu vuoi vivere.

Ci siamo talmente costruite in quest'idea che l'avere figli sia una negazione di se stesse. Può capitare anche di arrivare a 40 anni e magari non hai il compagno giusto, e questo è tutto un altro discorso. Però è un percorso talmente involuto. La capacità di leggere il proprio desiderio è quella che forse si è persa di più.

In effetti, su questa cosa della maternità, adesso mi veniva in mente che l'unica volta in cui ho veramente pensato di fare un figlio, è stato quando avevo un gruppo di amiche molto compatte e pensavamo tutte di fare un figlio e di dividercelo. Anche lì c'era un sogno. E non era un sogno a due (un uomo ed una donna, che fanno un figlio), ma era un sogno di condivisione di tante cose. E quando raccontavo delle donne del Nicaragua, probabilmente avevano trovato una società che invece ti permetteva una condivisione, una società organizzata in maniera diversa dalla nostra. Altre modalità, alternative, in cui provare a fare delle cose.

Da giovane, la notte avevo gli incubi. Sognavo di essere in un angolo e che mi arrivava un pullman addosso e mi spiaccicava. Allora arrivavano un sacco di persone e mi guardavano la pancia e dicevano: "Come va?". E io avrei voluto uccidermi. Anche l'aspettativa collettiva della maternità è atroce, come la sua negazione.

Questa, secondo me, è la cosa con cui alla fine fai i conti realmente: non è più un desiderio o un non desiderio che riguarda te. Alla fine, tu c'entri ben poco. Non so come dire, ti sei persa. Rinunci sempre a qualcosa, e non perché in qualunque modo tu scelga rinunci a qualcos'altro, non è per principio astratto. E' che sono altre le cose con cui devi fare i conti. Per esempio mi leggo un libro della donna africana che parla del femminismo, e che dice "la donna africana deve smettere di fare figli, per smettere di essere subordinata". E allora, come la mettiamo? Ti senti inadeguata, qualsiasi cosa tu faccia.

Non è casuale che siamo scivolate a parlare di maternità partendo dalla guerra, no?