Infine. Se siamo così furbe rispetto a tutte le altre donne del mondo che non hanno strumenti, se siamo così intelligenti, emancipate, lavoriamo, siamo in carriera, andiamo all'università, andiamo ovunque, scriviamo le prefazioni dei libri, facciamo tutto, perché dicevo, rispetto a questi che decidono una guerra non sappiamo dire niente? C'è un silenzio della donna occidentale che è allucinante.

Il nostro silenzio che segno ha? Questo nostro silenzio è anche legato al fatto che la guerra ha stracciato pezzo per pezzo i percorsi, le parzialità… perché noi abbiamo analizzato anche gli elementi parziali, le esperienze parziali… tutto quello che noi abbiamo valorizzato è strappato pezzo a pezzo da questa guerra.

Quando sono tornata dopo aver vissuto in Oriente, avevo una grande difficoltà a interagire con il nostro modo di fare politica, tutti mi parevano agitarsi in un contesto limitato, prigionieri di una prospettiva riduttiva, di vecchi rancori. Gli aerei scagliati contro le due torri per me sono stati anche questo, una conferma: ecco, l'altrove esiste, guardatelo, guardateci.

Secondo me, la chiave fondamentale è la condivisione - il corpo apolide della donna - e il multiculturale. Soprattutto da quando c'è la guerra mi sembra di aver capito che il multiculturale è la chiave. Però non è una chiave di discorso astratta, è una chiave da prendere nella sua materialità… che poi è la quotidianità.

"Materialità" nel senso che noi stesse, veramente, diventiamo multiculturali. Già l'ho detto più di una volta, ma oggi sento quest'esigenza fortissima. Trovare ogni occasione non dico per fonderci ma per scambiarci "pezzi di materia", perché allora possiamo rifondare tutti i nostri pensieri. Probabilmente anche il discorso femminista non riesce ad assumere altri discorsi, altri modi, davvero alternativi, risolutivi. È vero che siamo state portatrici di una rivoluzione non violenta, perché i costumi e alcuni rapporti li abbiamo cambiati. Ma abbiamo anche portato acqua alla civiltà occidentale. Alla fine, infatti, resta questo: "loro" sono più civili di "noi", anche grazie a come abbiamo agito noi. E infatti Bush si spaventa per il burka.

Vi ricordate quando abbiamo pensato a questo lavoro comune? Ne abbiamo discusso, ci sono stati prima gli entusiasmi e poi i ripensamenti, la paura di mancare di concretezza, la paura di "parlarsi addosso"…

E invece riscopriamo una pratica, come si dice. Da cui cominciare. E cominciamo da qui, allora. Dallo scrivere e dal non firmare con un nome e un cognome. Per non avere un'unica etichettatura e per avere, invece, un'unica voce, indistinguibile. Da questo processo faticoso e contraddittorio, emerge un primo dato concreto: alcune pagine condivise e comuni, da mettere in comune. Materiali, multiculturali.