Cose da ripensare. La pioggia di bombe sugli afgani ha generato in me un nuovo senso di religiosità: mi sono sentita "musulmana", io che in precedenza non mi ero mai sentita tale. Ho provato un senso di identità mai provato prima. Da tanti anni vivo in Italia, sono laica, fumo, bevo alcolici se mi capita. Ma è l'onnipotenza che sentono di avere gli americani sulla mia gente che mi risulta insopportabile. Per reggere l'umiliazione dell'invisibilità a cui hanno ridotto il nostro dolore sento il dovere di ritornare, per forza, alle mie radici.

Forse se domani attaccassero il Vaticano e io fossi lì, dalla mattina alla sera, probabilmente anch'io inizierei a difenderlo, se vivessi la guerra come un attacco al cuore come tu lo vivi, forse questo mi porterebbe ad allontanarmi dai miei valori più profondi, quelli che hanno costruito la mia vita intera. Il primo riflesso sulla quotidianità di Arifa è che lei ritorna a un senso di religiosità. Mi sono ricordata le lettere delle donne serbe. Una di loro, una femminista, aveva scritto una mail dicendo: "Sento che sto ritornando dentro un ruolo che avevo rifiutato. Qui sono con la vecchia madre, con la vecchia zia, devo curare i feriti…". Si è sentita incatenata in un ruolo che aveva rifiutato per tutta la vita.

Tutte contrarie al burka, elemento di regresso della donna, che in Afghanistan non può studiare, che non può essere curata da un medico che non sia una donna - e siccome non studia quel medico poi non c'è -, che non può lavorare. Ma mi è venuta in mente la parabola delle donne algerine. Le donne algerine, attraverso la lotta per l'indipendenza, avevano fatto dei passi enormi verso la loro liberazione. Infatti, l'essere donna permetteva loro di accedere come terroriste alle città dei padroni, andando a fare le serve. Per loro riprendere il velo aveva un senso di identità, dell'essere algerine, nei confronti dei francesi… dunque il velo che agli occhi degli Occidentali sembrava appartenere al regno del passato, per loro era invece un elemento rivoluzionario, anche in quanto elemento di dignità culturale. Non voglio paragonarlo al burka, né certo creare parallelismi storici inesatti, ma dobbiamo fare attenzione a non avere pregiudizi, a non vedere le cose proprio solo con i nostri occhi occidentali.

Rileggiamo "L'Algeria si toglie il velo"1) . I francesi hanno interpretato la liberazione della donna come strumento di intromissione politico-culturale, imponendo alle donne algerine di togliersi il velo. Allora le donne algerine hanno iniziato a rimetterselo, come forma di resistenza ai francesi. L'ultima fase descritta dal libro è quella di una donna algerina che si veste rimettendosi il velo per andare a portare una bomba. Una specie di braccio ferro tra maschi di etnie diverse, con la donna e il velo come oggetto in gioco.

Le donne occidentali erano il modello a cui tutte dovevano tendere. In qualche modo, adesso, si sentono escluse.

1) Franz Fanon, in "Sociologia della rivoluzione in Algeria", Einaudi, 1963.