Cinquecento prigionieri sono stati massacrati a Mazar-i-Sharif. Si erano arresi, ed erano stati trasportati in quel forte. Hanno mandato gli aerei e, dall'alto, li hanno massacrati.

Le case dei palestinesi a Gaza, rase al suolo per rappresaglia, dopo l'azione dei berberi affiliati ad Hamas. C'era una donna anziana seduta su un mucchio di macerie che piangeva e i bambini, intorno, che frugavano tra la polvere.

I primi prigionieri talebani trasportati a Guatanamo e l'agenzia Reuters che descrive: "Indossano la tuta arancione, tutti hanno il volto e la testa rasati, occhialini da piscina accecati con il nastro isolante, mascherine chirurgiche (…). Staranno all'aperto in gabbie d'acciaio di un metro e 80 per due metri e 40".

Mi sono ricordata di un'altra immagine: quando gli Americani sono arrivati in Iraq si vedevano i soldati iracheni affamati che andavano incontro agli Americani per arrendersi. È un'immagine che io non avrei voluto vedere. In un momento come quello l'obiettivo deve avere il pudore di abbassarsi.

Kabul liberata: mi fanno vedere che prendono a calci e a frustate le donne in burka. Queste donne andavano a cercare cibo. Create delle condizioni umilianti, e poi andate lì a fotografarle? È una cosa terribile. Terribile. Migliaia di profughi stanno scappando, stanno scappando dalle vostre bombe. E voi guardate, li fotografate? Abbassiamo lo sguardo!

Mi spaventa il fatto che in qualche modo, pur in questo quadro di orrori, mi allontano dalla preoccupazione per questa guerra. Scattano in me una serie di automatismi di routine quotidiana e la guerra passa, piano piano, in secondo piano. Rimane l'ansia di sapere le notizie, ma ci si abitua. E' proprio questa assuefazione che fa sì che le guerre continuino.

Ritorniamo alle nostre le infelicità quotidiane, che ci sono. Come se si trattasse di una faccenda per la quale non c'è niente da fare, se non raccontarsela, raccontarsela con complicità, trovando delle piccole soluzioni, ma mai un ricollegamento al tutto. Rimozione, non felice, ma rimozione comunque.

C'è una doppia faccia in questa cosa, secondo me: da una parte continui la tua vita, ed è la resistenza della vita, dall'altra interviene un elemento di cinismo o di fuga. Che rapporto c'è, dunque, tra la nostra esistenza quotidiana e l'orrore che ci circonda? Mettere in comunicazione la quotidianità con gli eventi. E' questo che dobbiamo fare.

Quale ricordo passerà se la guerra di oggi è questa, dove anche i prigionieri si possono bombardare?