Dico, orgoglio e pregiudizio

di Maria Rosa Cutrufelli


Charlotte Salomon

E’ solo una paroletta. Piccola piccola. Che tuttavia rivela molto. Una paroletta ‘strategica’, in un certo senso. Compare nel disegno di legge Pollastrini-Bindi, ma fa capolino pure in altre proposte di legge. Si tratta in realtà di un semplice avverbio che, in grammatica, viene definito ‘aggiuntivo’. Insomma stiamo parlando dell’avverbio “anche”.

Nelle prime tre righe della legge è scritto: “Due persone maggiorenni e capaci, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi eccetera eccetera.” Ma come, ho pensato in un primo tempo, la legge sulle convivenze o unioni civili non era stata fortemente auspicata, voluta, desiderata dalle comunità omosessuali? Allora com’è che all’improvviso queste comunità diventano ‘aggiuntive’?

Be’, in effetti hanno provato a spiegarcelo: la società è cambiata, ci hanno detto politici di chiara fama dagli schermi Rai o dalle pagine dei giornali, la vecchiaia è lunga e dura, bisogna pur pensare agli anziani che restano soli e per sbarcare il lunario sono costretti a convivere. Pensate a due sorelle o a due vedove, a un nonno e un nipote… Ah, ecco, mi sono detta. Come sono lungimiranti i nostri politici: dovevano fare una legge per quei poveretti (per lo più ‘poverette’, a quanto pare) che devono convivere ‘in mutuo soccorso’ e l’hanno allargata anche alle coppie omosessuali. Oh, grazie. E meno male che le ministre Pollastrini-Bindi hanno tenuto duro, perché quest’allargamento pare che a Rutelli proprio non andasse giù, e si capisce: perché togliere risorse alle vedove e alle coppie nonno-nipote? Però quell’anche… Non si poteva scrivere, che so, “due persone maggiorenni e capaci, etero od omosessuali…”

Ma no, mi hanno detto alcune amiche (eterosessuali), sei proprio sciocca, perché ti rifiuti di capire? Non è questo il punto: non vedi la portata innovativa di una legge che estende diritti e tutele a tutti i conviventi, siano essi legati da rapporti sessuali come da rapporti di parentela o di semplice amicizia? Ah, ma allora è proprio la rivoluzione! E’ così? Davvero? Davvero si ammette che la famiglia non tiene più nemmeno economicamente (non solo affettivamente) e che va ridisegnato tutto: assistenza, pensioni, welfare, insomma l’intero stato sociale, ormai inadeguato alle forme sociali del terzo millennio? E magari si comincerà a parlare di salario di cittadinanza o reddito minimo garantito, cioè di diritti individuali invece che di ‘coppia’: sessuale, amicale o parentale, sempre coppia è… o no?

Ah, che rivolgimento!
Però quell’anche

Insomma, non era partito tutto dalla constatazione che oggi, in Italia, esistono cittadini di serie ‘a’ e cittadini di serie ‘b’, che vengono discriminati a causa delle loro scelte sessuali? Non bisognava riparare questo deficit di democrazia e affermare che tutti, ma proprio tutti, anche gli omosessuali (e in questo caso quella paroletta è d’obbligo), devono avere gli stessi diritti e gli stessi doveri? Non era questo il punto? A giudicare dagli esiti di legge, non sembrerebbe… Anche se poi qualcuno grida (con piacere o con dolore, dipende dai casi) alla vittoria dell’orgoglio omosessuale. In effetti è vero: abbiamo conquistato un avverbio aggiuntivo! (Ma tanto, prevede Mastella, c’è sempre il ‘binario morto’, dove le leggi muoiono per estinzione naturale.)

E tuttavia, indubbiamente, ha ragione Filippo Ceccarelli quando scrive, su Repubblica, che passi avanti se ne sono fatti eccome e che questa legge ne è, in fondo, la prova. Pensate, scrive, a quando le autorità di pubblica sicurezza trasmettevano al ministro degli interni i famosi fascicoli ‘riservati’ sulle attività sessuali ‘pervertite’ di questo o quel politico. Non per ‘moralizzare’ la politica, è chiaro, ma per organizzare ricatti. E non era poi tanto tempo fa. Il pregiudizio è antico, dice Ceccarelli.

E non ce ne siamo ancora liberati: questa purtroppo è la triste verità.

Il pregiudizio antiomosessuale torna ad affacciarsi con prepotenza nel dibattito pubblico e nelle timidezze, nei distinguo dei politici, in quel loro affannarsi ad allargare all’infinito (e fino al ridicolo) diritti e doveri (peraltro ancora ipotetici) che in realtà sono negati solo agli omosessuali. Perché solo gli omosessuali non possono scegliere se dare forma legale alla loro unione oppure no.

E lo stesso disegno di legge, ahimè, non è esente da un simile pregiudizio. Come rivela quell’anche. E se volete la controprova, basta che facciate quello che suggerivano domenica scorsa su questo stesso giornale sia Rosetta Stella che Luciana Viviani. Provate a dire: “due persone maggiorenni e capaci, anche ebree…” Oppure: “due persone maggiorenni e capaci, anche di colore…” Non suona proprio democratico, vero?

Eh sì. Abbiamo bisogno di discutere. Ma discutere sul serio. Perciò ben vengano iniziative come quella dell’associazione ‘Generi e generazioni’, che il 19 febbraio terrà a Roma un dibattito dal titolo: “Qui lo Dico e qui lo nego: tra diritti di convivenza e negoziati politici, dove finiscono le vite materiali?”

 

questo articolo è apparso su Liberazione del 13 febbraio 2007