Pensieri di Pax

di Daniela Pastor

 
Elisabetta Sirani

Pacs… di solito non amo le sigle, specialmente  per indicare qualcosa che riguarda il nostro corpo, le nostre vite. Non dimenticherò mai l’infermiera, occhi verdi e fisico da ex modella, che entrava in corsia al lunedì e giovedì gridando- Dove sono le IVG di oggi?- e gli sguardi delle mamme in attesa e di chi non lo sarebbe più stata si indirizzavano alle nuove arrivate, che già ci erano apparse nervose e smarrite.

E che dire del POF, il piano dell’offerta formativa di ogni scuola? Che l’abbiamo lasciato un giugno che si chiamava PEI e a settembre era diventato POF, senza che fosse  cambiato nulla, ma che almeno questo nome mi piace, mi fa sorridere, perché ricorda  una bolla di sapone, o una vecchia canzone dello Zecchino d’oro, mentre nelle sue pagine dovrebbero esserci  le nostre vite in classe, ma come trasmetterle veramente?

PACS, da Patto civile di solidarietà, invece, mi rassicura…sarà perché a pronunciarlo mi evoca la pace, sarà perché sono parole da nascita della civiltà, di  accordi  fra  eguali, di quella convivenza cum affectio, senza alcun rito, che era il matrimonio alle origini di Roma.

E rassicurante è stato anche, per me, l’incontro del laboratorio sulla famiglia e le unioni civili tenutosi all’Università delle donne di Milano, mercoledì scorso (24 gennaio).

A poco più di un anno dall’uscita dal silenzio, dalla grande manifestazione del 14 gennaio, il cerchio che vedeva riunite noi del gruppo sul desiderio della politica, le compagne omosessuali, le femministe che si erano ritrovate alla camera del lavoro, mi sembrava un’immagine proprio di ciò di cui si andava parlando, di unioni, legate dall’amore e dalla solidarietà; ricordo, in particolare, un franco e gentile confrontarsi, la domanda di una donna ad un’altra che conviveva da vent’anni- Ma perché? perché rifiutare il matrimonio?- e la semplice ma argomentata risposta che si trattava di una scelta di libertà e che i figli, a quella stessa  obiezione posta dai coetanei rispondevano- I miei genitori forse si sono dimenticati di sposarsi-. 

Nessun mormorio di protesta suscitò poi l’osservazione che le motivazioni della necessità della legge potessero essere soprattutto economiche. E perché mai avremmo dovuto negare o sottintendere questo aspetto, proprio noi donne, proprio in quella sede, in cui portavamo le nostre storie, di corpi, di sessualità, di relazioni, di figli, ma anche di cose e di case messe in comune, o costruite insieme? perché non dovrebbero essere riconosciuti i nostri sogni che qualcosa resti, non solo il ricordo, quando non ci saremo più, in coloro che ci hanno amato, ma anche la serenità dei figli, affidati alle/ai nostre/compagne/compagni, come le nostre cose e la casa ?

Non ho letto tutte e fino in fondo le proposte di legge, non mi sembrava di cogliere grandi differenze, ma tutte mi rassicuravano perché vi leggevo in prospettiva, una visibilità e un riconoscimento di vite che ora si vedono giuridicamente negati diritti che il cuore e la realtà quotidiana hanno riconosciuto da tempo.

E’ naturale che una particolare risonanza abbia in me un articolo come per esempio il 455 sexies della proposta De Simone ecc. (ma ce ne sono di pari anche nelle altre) che recita che lo stato di parte di un’unione civile è titolo equiparato a quello dei membri della famiglia, o il 13 sul diritto del coniuge del lavoratore. Il pensiero correva a qualche anno fa, quando il Preside mi concedeva permessi per assistere una persona cara ammalata che viveva da me, riconoscendo lui stesso che non riteneva giusto che una moglie avrebbe potuto restare a casa, o in ospedale, mentre io non ne avessi il diritto. E quanto dovetti poi penare, e umiliarmi, invece, davanti ad una donna, la vicepreside, quando il dirigente era assente, per spiegarle che avevo bisogno di accompagnare chi amavo a curarsi all’estero, e lei inflessibile ripeteva che non avrebbe più accettato certificati medici che fossi ammalata io, che mi avrebbe mandato ogni giorno la visita fiscale, e così fece.

Ecco, lo so che qui non c’entra, ma davanti alla  proposta della quota rosa al Parlamento, io confesso di essere ancora molto perplessa, perché non voglio donne come lei a Roma, ma uomini e donne come il Preside, caso mai.

Il pensiero però, mercoledì scorso, correva ancora più lontano nel tempo, alle origini, vi dicevo prima, sollecitato da quell’amara constatazione del silenzio delle teologhe sulla posizione ufficiale della Chiesa, sull’origine naturale della famiglia, sulla sacralità del matrimonio; pensiero sollecitatomi poi dalla riflessione di Anita sulla “stranezza” delle origini della Sacra famiglia, di Gioacchino e di Anna, e di quello che si diceva della sterilità di lei.

Non so perché tacciano le teologhe, ma non mi inquieta, perché io invece, come credente, sono in pace, anche verso le Sacre Scritture, che sono le prime a suggerirmi l’idea di una famiglia piuttosto allargata, chiamiamola così; nell’Antico Testamento, per esempio, la monogamia non era imposta: non soltanto era lecito, accanto alla moglie, avere per concubine  serve,  schiave o  prigioniere (Gen.16.1ss; 25.1ss; Deut 21.10ss ecc), ma era possibile avere due (Gen.4.19; 26.34, 29.21-30ecc.) e anche più mogli (Gen 28.8ss). E’ riportato che Salomone avesse in moglie settecento principesse e trecento concubine (1 Reg 11.3), anche se, per motivi economici, alla fine dell’epoca dell’antica Alleanza, la monogamia fu sempre più diffusa rispetto alla bigamia e alla poligamia.

Nel giudaismo classico e rabbinico poi, il matrimonio, pur considerato un impegno solenne, è un contratto, un rito civile in cui un uomo dichiara di prendere per sposa una donna, e non ha certo la sacralità di altri patti, come il giuramento, per esempio, o del rispetto che il figlio deve al proprio padre. Ricordo, per inciso, che il matrimonio come sacramento fu istituito ufficialmente dalla Chiesa solo nel 1215 dal Concilio Laterano IV.

E’ dal Vangelo che vengono poi, secondo me, le testimonianze più significative in favore delle famiglie d’elezione,anche  in confronto a quella di nascita.  Gesù Cristo, avvertito della presenza  della Madre e della sua famiglia, disse ai suoi discepoli: - Ma chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli? Siete voi, e tutti coloro che fanno la volontà del Padre mio- Anche gli apostoli erano sposati e su suo invito, lasciarono le famiglie, e dopo la sua Resurrezione, solo in un tardo  apocrifo Gesù si reca subito alla casa della Madre, mentre per  gli evangelisti Lui si ritrova con tutti, apostoli e discepoli, ma non si accenna alla Madonna.

Al di là  di questi episodi, la lettura del Nuovo Testamento mi ha sempre infuso una grande pace perché vi trovo  parole e gesti di profondo rispetto, in difesa delle  donne, dei diseredati, e delle scelte individuali, anche se difficili.

Se fosse toccato a me, quindi, presentare una delle proposte di legge sui Pacs, mi sarei rivolta così alla società civile, al Parlamento, agli uomini di Chiesa, a Napolitano: io vengo in pace, con la mia coscienza, con la Storia, in nome dell’Amore, suprema legge del Vangelo, e dei diritti dell’individuo, fondamento di ogni legge umana… e voi?

 

04/02/2007