Oltre la notte

di Cristina Degan



Maria Zambrano


Un doppio movimento

“Ma il dire non è esattamente la stessa cosa che l’esprimere”: nel capitolo Lo sguardo e il dire, del suo lavoro dedicato alla ragione poetica, Dell’Aurora, la scrittura di Maria Zambrano  si ritrae dalla definizione diretta, ricorrendo ad un’affermazione che nega. Davanti alla parola di cui è maestra, come se avvertisse il bisogno di lasciare aperto uno spazio sottratto al dominio del pensiero, in grado di accennare al luogo dove nasce la profondità del vivere, si ferma ad un “non è”. Nelle sue parole ritorna l’eco del percorso di vita che lei stessa ha compiuto: un cammino che l’ha vista procedere senza mai rinunciare a se stessa, al proprio sentire profondo, alla rivendicazione di essere ‘una mujer filòsofo’, fuori dagli schemi accademici, lontana dalla sua terra, esule per più di quarant’anni.
 

Con un linguaggio ricco di immagini suggestive, quasi con un tono di voce particolare, si misura nello sforzo di andare oltre il dire, ponendosi sempre al limite, tra rigore filosofico e suggestione poetica, in una tensione continua a superare la linea del confine tracciato dal taglio della definizione concettuale; quel concetto che, precisando, esclude da sé la vitalità del sentire e impoverisce la realtà, rinchiudendola nell’intreccio delle proprie maglie.
 

La parola nasce dalle viscere

Il richiamo insistente alla riflessione sulla parola è la nota su cui tutta la sua scrittura si tende, perché ogni definizione non perda il rapporto che ha con la vita, e l’intelligenza resti legata al corpo.

Secondo la Zambrano, quando prende forma il discorso logico che circoscrive ciò che può essere detto, quando il linguaggio umano entra nel gioco delle relazioni e delle procedure astratte, e la complessità del mondo  sembra finalmente dipanarsi nella coerenza della struttura concettuale, quello è il momento in cui sfugge l’essenza del vivere. Ma più delle riflessioni e delle argomentazioni, che la Zambrano modula col movimento continuo di andata e ritorno del dire e non dire, parlano le sue immagini sul linguaggio e la parola, sul primo balbettio di suoni, di animali e bambini:

“Nell’interiorità più profonda del regno del singhiozzo, e del pianto, e del gemito, abita talvolta il nucleo, il seme indissolubile della parola stessa. Regno che è stato distrutto dalla parola intellegibile, da questa matematica articolazione capace di inabissarsi in se stessa, di essere torre, bastione, muraglia e anche recinto di quanto dimora nel cuore dei viventi e nel cuore del mondo”. 

 Sulle orme di Orfeo

L’esigenza di individuare un cammino che superi le mura di questa fortezza, che indichi un senso ed una meta, porta alla scoperta di un altro spazio espressivo, abitato dalla musica e dalla poesia che riscattano “la continuità del sibilo e di tutti i linguaggi non umani, sacrificati alla parola discontinua “.

A partire dai testi più antichi, è la figura di Orfeo, immagine e simbolo della musica e della poesia, che si leva nel tempo con la forza di richiamare e riproporre tale scoperta.

Il giovane è vittima di un amore senza rinuncia: la morte di Euridice gli risulta inaccettabile; è l’amore che lo porta a discendere negli Inferi.
 

Più ancora del bisogno di paradiso si risveglia in lui la nostalgia di essere: essere se stesso nell’amore per l’altra, essere in quanto affermazione di identità e di vita, essere: una mescolanza di inferno e di paradiso.

Dal mito e dalla storia viene l’indicazione che orienta la strada: è la visione dell’arte che, proprio per liberare le esperienze vissute, per far rinascere la memoria, discende nelle viscere della terra e impedisce al pensiero razionale di farsi razionalista e raziocinante e, mediante il concetto, di sacrificare ciò che si ama.

 

I demoni e la metafora

La zona d’ombra che sta oltre la definizione tracciata dal nostro dire costituisce l’altrove da esplorare per cogliere quanto resta fuori, escluso dal taglio nitido del concetto. Procedendo nel buio, lungo incerti sentieri si incontrano presenze informi, matasse ancora aggrovigliate, solo accenni di pensieri, senza una chiara coscienza. Sono i demoni che accompagnano e partecipano dei passi nell’oscurità dove, affrontando le paure della notte, è possibile scoprire un’altra ragione, che ricerca l’analogia e non la logica. Prende forma una ragione umbratile, o come vuole Maria Zambrano, poetica che si nutre di deliri, di espressioni che escono dal solco tracciato da partizioni formali, che cerca nuove tonalità e ritrova la metafora.

La metafora  si configura come la condizione che obbliga a pensare ‘di più’, a riformulare il concetto, trasferendo nello sforzo che lo concepisce un’intensità espressiva maggiore; la parola pretende di andar oltre il significato di ogni termine e del discorso ricerca il senso estremo: prova a trasferire nel detto il dicibile, colora le tenebre e presta la voce ai nostri demoni. Queste presenze annunciano l’aurora la cui nascita rischiara l’orizzonte di luminosità soffusa e lascia apparire la vita nella sua interezza.

 

Il principio è nel buio

La ragione non rinuncia a se stessa, essa è indispensabile alla vita umana, ma si riveste dell’abito dell’aurora che non dimentica di nascere dalla notte.

Secondo Maria Zambrano solo “lo sguardo che emerge dalla notte - anche quando è la notte della storia, ha una disponibilità pura e intera - senza ombra di avidità,” sa evitare “la tirannia del concetto, che con l’esca della conoscenza soggioga la libertà”. Il principio è nel buio che va colorandosi lentamente dei riflessi di luce e la verità nasce dalle viscere, dal fondo della terra: “solo quando lo sguardo e il visibile si aprono all’unisono si produce un’Aurora”. La realtà si manifesta nel chiaroscuro che sfuma i contorni, scorre e si piega sulle asperità e le conche, dà spessore e profondità ai corpi, non li appiattisce levigandoli con l’uniformità dell’idea che li accomuna, li lascia apparire nel gioco delle luci e delle ombre.
 

Ogni volta che rinasce l’Aurora, come ripetono i poemi antichi, é la dea ‘dalle rosee dita’ che ritorna sulla terra: le dita sfiorano e non afferrano gli oggetti, evitano il possesso che invece la mano esercita; la mano afferra e cattura, allo stesso modo del concetto, di cui nella storia della filosofia, è divenuta simbolo. Al contrario l’epiteto classico suggerisce un contatto con il mondo che va illuminandosi, delicato e leggero, rispettoso di ogni essere, attento a quella  comprensione che sfugge al pensiero concettuale.

 

Coscienza e memoria

Guardare e lasciare l’immagine intatta, non impoverirla in uno schema astratto,  è cosa difficile che richiede uno sforzo particolare: deve unire tutta l’anima, tutta l’intelligenza e persino tutto il corpo, deve spingere ad una mediazione difficile tra conoscenza ed esperienza. Solo partecipando, vivificando l’essenza dell’immagine, è possibile conquistare la dimensione attraverso cui coscienza e anima comunicano, arrivare là dove il bisogno di concettualizzare si incontra con la memoria
 

Si tratta di riprendere il proprio tempo e riviverlo compiutamente, accettando la fatica di ritessere la propria vita. Attraverso i fili della pietà e dell’amore le paure che nascono dalla confusione si  allontanano e fanno posto alla speranza: troppe immagini portano all’assenza di storia. La coscienza  non può focalizzare e non vuole neppure considerare ciò che essa stessa ha prodotto, sa che ogni ricordo è opera sua, ma perché ci sia storia ogni immagine deve tornare a vivere assumendo al presente ciò che è stato condannato al passato, ancor più se si tratta di tradizione, di quel residuo della storia che influisce soprattutto su chi non sa di averla e procede inconsapevole, incapace di legare l’autobiografia alla storia, di riconoscere nelle contingenze il proprio tempo vitale.

 

La scelta di Antigone

L’Antigone di Sofocle è il testo che offre l’immagine ideale di questo movimento che riscatta il passato portandolo al presente. Secondo la Zambrano, la figlia di Edipo non va incontro ad una morte che sovvertirebbe l’ordine cosmico, lei viva nel mondo dei morti e suo fratello morto, insepolto nel mondo dei vivi, ma sottoterra, là dove la legge di Creonte la condanna, affronta la sua storia ed entra nella pienezza della coscienza.
 

Alla giovane donna, confinata nella sepoltura, si apre la visione di ciò che resta nascosto: il mito platonico è riproposto a ritroso, non è una risalita verso la luce, ma dalla luce accecante del mezzogiorno al buio delle viscere, per affermare il sentire del cuorelà dove nessuna parola è mai giunta. Figura mediatrice tra l’amore e la conoscenza, Antigone segue una via opposta all’ascensione verso l’alto, tutta all’ingiù, nella profondità, là dove comincia la vita per ritrovare il senso della vita stessa che si nutre non di parole, ma di sangue, per renacir nel proprio corpo pensante, partecipe di un atomo cosmico. Tale interezza di spirito e di anima non ammette rinuncia, è legame inscindibile. Spetta alla filosofia portare alla luce della coscienza le realtà oscure, del corpo, del sentire, della passione: quella filosofia da cui la Zambrano era stata attratta e respinta, finché non accettò che il pensiero era per lei ciò che rende la vita più vita.

 

Perché il farmaco non diventi veleno

A Freud riconosce il merito di aver posto l’attenzione sulla realtà del corpo, soggiogata dalla ragione dell’indagine scientifica, ma gli rimprovera di essere andato troppo oltre, riducendo all’inconscio tutta la realtà, a questa forza oscura che intrappola in un’unica dimensione la vita umana, negandole quell’andar oltre, quella trascendenza che invece le è propria.
 

Ancora una volta la medicina dell’uomo diventa un veleno. Diversamente dal cammino di Antigone, immagine diafana della ragione aurorale che nella discesa agli Inferi trasforma il veleno in farmaco perché trasforma la condizione incestuosa della sua nascita nell’elemento di rinascita, Freud percorre una strada che fa dei diritti del corpo un assoluto, una realtà unica, dominatrice di tutte le altre: nelle viscere abita solitaria la forza cieca della libido. Dalle tenebre del sottosuolo, invece, su cui poggia la politica e il potere, il groviglio dei legami familiari, si alza la tenue luce di un’alternativa giocata sul sacrificio e la libertà, grazie al pegno pagato da Antigone al prezzo più alto. Il suo gesto porta al rivivere con una nuova speranza il tempo della storia; la coscienza delle contingenze si trasforma in sacrificio responsabile che unisce l’anima e lo spirito, il cuore e la mente in un atto di misericordia e di amore.

 

Verso un sapere dell’anima

Il cammino dentro le viscere della terra obbliga al confronto con i demoni, che sfuggono alla luce del giorno, ma conduce alla luminosità del rinascere in una ragione sensibile alle variazioni di ogni colore e sfumatura, capace di accogliere ogni vibrazione, nell’istante nascente… qualcosa che prelude alla speranza ”… Solo quando ogni parola tace … l’impenetrabilità dell’essere cede di fronte alla luce,…” quando il tremulo brillio della notte sfuma le ombre, al di qua delle stelle, e si colora di luce, spunta una direzione ed un senso .
 

La filosofia non sopporta il fluire delle forme molteplici che scorrono nel divenire, vuole catturare la presenza con la forza dell’idea pura, non contaminata dal non essere. La poesia invece riesce a rispettare l’assenza. La molteplicità si ricompone e l’attimo cessa di fuggire perchè “le montagne, le valli solitarie e boscose, le isole strane, i fiumi sonori, il soffio delle aure amorose…” sono interamente presenti nella musicalità del verso. Il processo di formazione dell’anima similmente, riprende il cammino di Orfeo, che affronta l’altro mondo con in mano la lira e segue l’ordine dell’amore che non è rivolto ad alcun possesso, in un altrove tenebroso dove abita la sua ‘libertà’, dal dolore, dall’assenza. La verità di cui avverte il bisogno non è quella che sta oltre il tempo, nella forma della scienza, ma abita nel tempo, nella forma dell’accettazione e della resistenza.

 

La coscienza e il cogito

La verità è nell’oscurità che filtra tremuli chiari, come il faticoso balenio di raggi nel fitto dei rami del bosco, la strada è nel delirio, nel suo significato etimologico: al di là della zolla si apre la sfida alla chiarezza e alla distinzione dell’evidenza cartesiana, operante nella sfera della scienza con un metodo descualificador e desubjectivador. Il cogito si consuma in una coscienza originaria, senza inizio, in un io senza passato, senza tempo; la coscienza invece non nasce mai da uno stato di assoluta originalità, non è mai un puro cogito, nasce da uno scarto di piani vitali, da un conflitto tra l’individuo e il mondo.
 

Andare oltre il solco tracciato dall’aratro che col suo taglio recide la zolla e i fiori del campo, delirare, affidarsi ad una ragione poetica che coglie il fluire e supera il concetto, tutto ciò non solo significa privilegiare la metafora per la suggestione che sa suscitare, per la sua forza di ‘linguaggio in festa’ che intreccia l’anima e lo spirito nello spazio della parola poetica, significa altresì riprendere l’intero sentire del corpo e della mente. La metafora non si accontenta di collegare i singoli termini e neppure di fluidificare  dialetticamente i giudizi, ma delinea un nuovo rapporto conoscitivo: le immagini partecipano del divenire nel tempo, dove per apprendere non basta la conoscenza, ma è necessaria la partecipazione dell’esperienza, dove l’io ha un nome e un vissuto.

 

Il cammino dei perplessi, tra ragione e realtà

Allora diventa necessario trovare la forma della filosofia capace di dare l’esperienza di qualcosa che non vede esaurirsi nella scienza la sua ansia, ma sa comunicare quel suo centro vivo che, producendo le nuove mentalità, incarna la cultura e la storia: si tratta di un cammino che non sfugge all’istante e neppure lo lascia in preda alla pura irrazionalità. Del resto la forma di cui la filosofia ha rivestito tanti pensieri non è unica, accanto al Sistema ci sono le Confessioni, le Guide, I Dialoghi, i Trattati brevi, anche le Lettere, una serie di modalità espressive miste e perfino ambigue, rispetto alla scansione rigorosa del sistema. Forse “nel timore che questa gli sottragga la sua più intima virtù? “, si domanda retoricamente la Zambrano che subito suggerisce la risposta: se ogni parola aspira al tutto e pretende la luce solare, perde inesorabilmente il suo legame con il movimento della vita.
 

La guida che aiuta i perplessi è la guida  di quelli che vogliono farsi carico di attraversare il tempo della vita senza che essa risulti “…sottomessa come le cose, tremante come i vegetali o prigioniera come l’animale, ma desta e libera come deve essere l’uomo”.

Ogni creatura umana si ritrova nella lotta “tra il disinganno e la speranza, tra realtà possibili e sogni impossibili, tra misura e delirio… ”.

 

Tutto è pieno di demoni

La riflessione tenta di uscire dall’aporia, di giungere al cuore e all’origine di ciò che pensa in noi; la via è impervia, ma non impraticabile. Alla filosofia, dopo essere entrata nella ragione, spetta il compito di rientrare nella realtà:  per la Zambrano questa convinzione è un dovere che le fa da viatico, è l’alimento della contemplazione interiore dove riscopre, in una dimensione radicata nella profondità dell’anima, che tutto è pieno di demoni. A sua volta, come Antigone, affronta il cammino negli inferi, alla ricerca dell’armonia dei contrari. In questa discesa non abbandona il sentimento né la necessità interiore davanti al determinismo esterno e rivendica la capacità di sentire i demoni come condizione per vivere nella ragione, senza caderne in schiavitù e senza abbandonarla, ma cercando nell’orizzonte la traccia dell’aurora: “..sorgente che lascia sempre, in chi l’ha gustata, una minima goccia di acqua luminosa, in qualche angolo oscuro della notte del cuore”. Finalmente, quando il logos si distribuisce bene nelle viscere, scaturisce la mediazione che viene dal cuore, si afferma la parola che riesce a dire e ad esprimere: altrimenti le viscere rimangono puro inferno. La dispersione del vivere conduce nel labirinto, che trascina nella paura e nella tragedia; i fili della memoria salvano dalla solitudine e l’ascensione verso il basso illumina la nascita della coscienza che conduce agli inferi e riscatta da essi.