Incamminarsi all'indietro
di Annamaria Medri

 

 

Maria Luisa Boccia, La differenza politica,
Il Saggiatore, 2002, 250 pagg. Euro 16,60.

La differenza politica di Maria Luisa Boccia si suddivide in due sezioni - Figure della differenza e Cittadinanza -; la prima si occupa del soggetto e la seconda della politica in modo da percorrere e ridefinire la storia del pensiero sessuato centrato sui problemi del presente.

Il nesso che lega le due parti è la constatazione che il femminismo nasce come “effetto imprevisto” dal progetto e dalla storia dell’emancipazione proprio da quelle donne che, dopo aver dato per acquisita la propria emancipazione, scoprono (negli anni ’70) che questa non consente loro di riconoscersi come soggetti nella propria vita e in quella collettiva. Ciò che impedisce la libertà e la cittadinanza delle donne non è un retaggio arcaico del passato, una serie di ostacoli e ritardi da rimuovere, ma si colloca proprio nell’atto fondante della modernità: il patto sociale costruito con la Rivoluzione francese.

La modernità stabilisce la figura dell’individuo e del cittadino sul genere maschile e la estende alla nozione stessa di umanità su cui pretende basare l’universalismo delle forme politiche. Le donne sono escluse dalla politica non tanto per condizione quanto per essenza, per ciò che esse sono: l’altra e l’altrove dell’uomo.

Il femminismo contemporaneo, afferma Boccia, nasce come critica alla tradizione moderna centrata sull’uguaglianza uomo – donna e alla specificità femminile, valorizzata dalla convivenza civile, ricondotta alla maternità.

Solo dopo essersi poste la domanda “Sono donna se non sono madre?” inizia la riflessione sulla possibilità di dare un senso alla differenza tra essere donna ed essere uomo; la femminilità proposta dalla storia e dal pensiero maschile diventa a questo punto oggetto di decostruzione non più di valorizzazione; implode l’atemporalità dell’identità femminile rappresentata sempre identica nel tempo, con il medesimo ruolo nelle diverse situazioni socioculturali.

Dal secondo al quinto capitolo, della prima sezione, viene visitato il percorso fatto dalle donne del Novecento che hanno seguito l’invito di Woolf a pensare e continuare a pensare “senza unirsi al corteo degli uomini colti”: dall’estraneità delle Tre ghinee all’autocoscienza di Carla Lonzi e delle altre che affida “alla capacità della parola il ‘chi’ femminile e di significarne l’esperienza”.

Parlare di sé dà un riconoscimento politico alla soggettività femminile incarnata nei corpi e uno spazio alle relazioni fra donne; non è il ritorno ad un’autenticità originaria ma “la necessità di sottolineare il vuoto scaturito dalla rinuncia attiva all’identità suggellata e modellata dalla Femminilità”. In questo spazio autocosciente, che permette di dare forma alla soggettività femminile, emerge il problema dell’individualità lacerante rispetto all’esperienza comune; “il conflitto tra le soggettività singolari e il collettivo” che accompagna da sempre il pensiero della differenza e verrà amplificato, in contesti e forme diversi, anche nella nozione/questione della rappresentanza.

La differenza sessuale non riguarda unicamente le donne, implica gli uomini; “l’originalità del suo discorso non attiene al suo parlare d’altro (esperienza e identità femminile), ma è un differente modo di produrre significati sui nodi di fondo della condizione e dell’esistenza umana nel mondo contemporaneo.”

La modificazione di sé operata dal femminismo, la critica eversiva ai saperi e alla politica costruita dall’uomo-maschio, comporta “un divorzio dal mondo su una dichiarazione di ‘irrealtà’ nei confronti di ciò che il mondo è e continua ad essere” senza le donne, senza ascoltarne il pensiero e vederne la presenza. Nella comune percezione di ‘irrealtà’ si articolano le due principali tendenze del femminismo: “quella che privilegia l’azione verso l’esterno, la necessità di incidere e modificare il contesto; quella che fa leva sull’estraneità, per modificare la relazione fra interno e esterno”.

Constata Boccia che il partire dalle differenze e il tenerne conto nella pratica culturale e politica porta il pensarsi donna a non avere una meta certa, “una diversa identità di sesso nella quale tutte le donne si riconoscono”, ma la sposta continuamente. E suggerisce l’immagine di Heidegger dello “incamminarsi all’indietro” per pensare ciò che è ancora da pensare senza cercare luoghi d’origine e rimettersi sulle tracce del passato: una continua significazione per dare senso alle cose, per porsi in relazione e capire, per ridefinire i luoghi e gli spazi e per trovare la possibilità di declinare l’uguaglianza e la cittadinanza, senza inclusione/esclusione, all’interno delle differenze.