Tempo sotto sequestro

di Ida Dominijanni


Marina Abramovic

 

questo articolo è apparso su il manifesto dell'8 febbraio 2005

Il tempo in Via Tomacelli è diventato lunghissimo. Normalmente, fra la frenesia effettiva delle notizie e la frenesia nevrotica del mestiere, in redazione il pomeriggio vola. Una pensa: adesso, sotto emergenza, volerà ancor prima. Invece no, tutto è lentissimo. Ci aggiriamo senza sapere bene che fare o quale cosa fare in quale ordine. Il pomeriggio stinge nella sera e la sera nella notte come se nessuna notizia potesse scandirli in mancanza dell'unica notizia che conta, quella sulla sorte di Giuliana. Passano un sacco di amici e colleghi per vedere come va e per condividere l'ansia con noi. Sperano che qua dentro ne sappiamo qualcosa di più, custodiamo qualche piccolo dettaglio che non mettiamo in pagina. Invece purtroppo non è così; sappiamo, per ora almeno, quello che diciamo, cioè poco o nulla, e facciamo di conseguenza quello che possiamo, cioè poco o nulla.

E' un po' quello che capita quando si ha a che fare con una persona cara ammalata, e si sta in ospedale in attesa di notizie sul decorso della malattia: stessa dilatazione del tempo, stesso senso di impotenza. Con la differenza che in questo caso c'è un corpo che attraverso la malattia parla, con i sintomi, con la febbre, con i miglioramenti e i peggioramenti, e ci sono i medici che qualcosa dicono. Nel caso nostro invece niente: il corpo sequestrato di Giuliana non manda segnali, i carcerieri non ne emettono. Il tempo si fa più lungo ancora e la sensazione di impotenza più forte.

Certo, facciamo tutto quello che possiamo e dobbiamo, insieme a tutti quelli e quelle che ci stanno vicini, e sono tanti e tante. Raccogliamo appelli, organizziamo manifestazioni, teniamo alta la mobilitazione: sprigionare opinione pubblica è l'unico modo per salvare i prigionieri, per incidere sulla logica perversa di un sequestro ribaltandola. Facciamo tutto quello che possiamo e dobbiamo ma sapendo che tutta la razionalità della mobilitazione pubblica è appesa al filo di comportamenti irrazionali e clandestini. E certo ci sarebbe da riflettere, su questa dissennata pratica dei sequestri che esplode al tramonto della politica, quasi una controfaccia buia, irriducibile, afasica della solarità, della negoziazione, della discorsività della sfera pubblica. Altro che trionfo della democrazia irachena.

Di Giuliana tutti dicono e diciamo che è forte, è saggia, è esperta e sa quello che deve fare. E' vero e facciamo bene a dirlo. Però qui dentro sappiamo che Giuliana è anche esile e fragile, talvolta le saltano i nervi o gli occhi le si appannano quando un dicorso prende una piega che non le piace, o il bianco-nero prevale sulle sfumature che lei vorrebbe metterci. Quasi sempre sono sfumature che le vengono dal suo occhio femminile sul mondo, e dalla sua vicinanza a donne di altri pezzi di mondo.

Visto con questi occhi e da questa prospettiva, come si sa, il già complesso mondo globale si fa più complesso ancora, perché condizione e parola femminile fanno saltare molti confini dati per certi fra libertà e illibertà, laicità e fondamentalismo, patriarcato islamico e uguaglianza occidentale. Io ho fiducia che questa sapienza delle contraddizioni trasversali le sia d'aiuto ora che si trova lì, donna occidentale nelle mani di uomini arabi; e sono certa che le darà gli strumenti per parlare, contrattare, convincere, come già è stato per le due Simone. Ma mentre faccio leva, come tutte e tutti, sulle sue risorse, vorrei che lei ci sentisse vicine alla sua debolezza, e potesse consentirsi di pensare, anche solo per un minuto al giorno, che può crollare e piangere perché da qualche parte c'è chi la sostiene non nella forza ma nella fragilità e nel tremore.