Segni e segnali

di Donatella Bassanesi

 

Giovanni Bassanesi, in occasione dell’ottantesimo del ‘volo’ su Milano di “Giustizia e Libertà”

Noi siamo in un prato che è il luogo dove è passata una persona, è avvenuto un fatto.

Quella persona e quel fatto vogliamo ricordare. E lo vogliamo ricordare per il senso che aveva, per il senso che ancora ha.
Nell’Italia degli anni ’30, dominando il fascismo, il movimento antifascista a quello si opponeva dando anima e gesti che furono segni e segnali.
Oggi quel ricordo sembra spingerci a non passivamente accettare, per indifferenza subire.

Queste sono le parole che ho pensato di dover dire, e ho dette al momento della scopertura del monumento dedicato dai ticinesi di Lodrino a Giovanni Bassanesi. Cercando di vincere la commozione di un momento che per me ha significato anche, in un qualche modo ritrovare vicina, inaspettatamente, una vicenda di cui ho sentito fin dall’adolescenza, nelle lunghe conversazioni romane con la moglie di lui Camilla Restellini.
Così all’emozione di ritrovare ‘viva’ la persona di Bassanesi si è sommata quella di risentire echi che sono tornati prossimi, insieme a quella frase: ‘le vie dell’aria sono le vie del pensiero’, la frase di Bassanesi (che viene ripetutamente sottolineata nel documento dedicato all’ottantesimo del volo dalla radiotelevisione svizzera).
Questo lo devo a tutti i lodrinesi, che mi hanno accolta con simpatia e con affetto, che ho sentito amici.

Devo poi ringraziare tutta l’Associazione Amici di Giovanni Bassanesi, la giornalista della radiotelevisione svizzera Francesca Tognani per la sua intervista, e in particolare le due persone che più  nel tempo si sono impegnate a conoscere e a far conoscere la persona e la figura di Giovanni Bassanesi: il Presidente Prof. Brenno Bernardi, e il Prof. Celestino Falconi, per la passione con cui tengono vivo e presente nel ricordo qualcosa che è quella singolare persona, ed è anche di più: è l’esempio di una passione per la quale fu possibile mettere a rischio la propria stessa vita, per rendere più raggiungibile, più prossimo, il bene comune.
Una passione per la quale non solo fu possibile quel gesto (‘coraggiosissimo’ lo chiamò Turati), e quel progetto che fu a lungo meditato da Bassanesi fuoriuscito in Francia, a partire dal 1928, ma fu anche la dimostrazione che il coraggio può derivare da un pensiero che agisce contro la forza delle armi e la violenza, per l’agilità di un’idea che fu un volo.

Lodrino 25 settembre 2010

La cronaca dal Canton Ticino

 

In-formazioni antifasciste

Giovanni Bassanesi, Carlo Rosselli, Simone Weil

 
Charlotte Salomon

Negare l’antifascismo
La negazione più radicale dell’esperienza antifascista sta nel porre fascisti e antifascisti sullo stesso piano. É un’operazione che può essere compiuta esaltando le intenzioni (le ‘buone intenzioni’ che sono una delle forme della ‘banalità del male’, non aver voluto vedere): la realtà dei fatti (delle cose avvenute) si stacca dal soggetto (che in un certo modo non ne è più responsabile, le cose avvenute risultano causate dal ‘destino’). Introducendo la ‘equiparazione delle buone fedi’ di ogni parte risulta quella strumentalizzazione che intende mostrarsi come pacificazione e non solo apre la strada a compromessi ma lascia ampi spazi di sopravvivenza a ciò che si era inteso combattere (il totalitarismo rimane il fondo di una democrazia non raggiunta).
La semplificazione maggiore dell’interpretazione dell’esperienza antifascista sta nel considerarla unicamente come pratica dell’abbattimento di un sistema totalitario.

Le azioni pensate
L’antifascismo si formò nell’assunzione di una responsabilità personale e formò attraverso i pensieri e le azioni che si venivano facendo delle persone che dell’antifascismo portarono il segno e che furono tra di loro differenti.
È stato esperienza rivoluzionaria. La sua eccezionalità è di frammento di un tempo differente collocato transitoriamente nella compattezza del tempo dell’oppressione, del potere degli sfruttatori sugli sfruttati.
Mentre agiva contro un potere oppressivo e repressivo era contemporaneamente formatore di persone e di esperienze che rimangono tracce di possibilità, ‘lezioni’.
Fu uno di quei rari momenti in cui non a un capo che dava ordini si rispondeva ma a pensieri a intenzioni che si traducevano in azioni. Al binomio profitto-lavoro, comando-obbedienza si sostituisce il binomio pensiero-azione. 
Non dava appartenenza nel senso di adesione a un ‘credo politico o religioso’. Il segnale di questo sta nel primato che ebbe l’azione come espressione di responsabilità del soggetto. Era l’azione a giudicare, non una autorità, un capo.

Mettere in gioco la propria vita
Quando il venerdì 11 luglio 1930 nel cielo di Milano intorno a mezzogiorno si abbassò un piccolo aereo da cui scendevano manifestini colorati firmati “Giustizia e Libertà” certamente qualcosa cambiò nell’animo di chi li vide scendere di chi li raccoglieva.
Una porta si era aperta. Una possibile liberazione dall’oppressione fascista passava attraverso il coraggio di guardare quel mondo che stava davanti, di vedere che qualcosa poteva essere comunque fatto contro.
Per chi quel volo aveva progettato e aveva compiuto si era trattato di mettere in gioco la propria vita, di usare degli strumenti della modernità in una prospettiva di liberazione, di usare di sé come strumento. Gli anni che seguirono mostrano come quell’azione (coraggiosissima fu detto) non si chiudeva in sé, non poteva limitarsi al momento.
Fu traccia di un pensiero per il quale si accetta per sè il rischio morte, non si vuole che innocenti corrano uguale rischio.

Mettere in gioco la propria personale vita per un obbiettivo più ampio di un qualsiasi proprio personale interesse lo troviamo inscritto in quel tempo, fra quelle persone.
Così affrontò il suo tempo Weil che chiude la sua vita con un progetto coraggiosissimo, a cui si preparava, a cui intendeva partecipare personalmente, che non le sarà permesso di realizzare, il suo Projet d’une formation d’infirmières de première ligne bocciato da De Gaulle. Si trattava di un ‘Servizio di infermiere di prima linea’ (che sarebbero dovute essere paracadutate sulla linea del fronte). Dunque un fallimento. E tuttavia quel progetto testimonia di una possibilità, che ‘l’impossibile’ poteva-può realizzarsi. Si era potuto pensare a donne coraggiosissime pronte a mettere la propria vita a rischio per alleggerire la morte di altri, per prestare i primi soccorsi e forse salvare qualcuno, per lanciare le loro vite oltre gli ordinamenti, i ruoli dati (come lanciò la sua vita oltre la città Antigone che perciò ritorna).

È la sospensione del tempo ordinario ad aprire strade nuove, che qualcuno percorre e perciò traccia. Non espressione di un ultimo romanticismo, ma portatori di ‘cose’ che sono traduzioni nel possibile, che modificano profondamente i soggetti che da quelle ‘cose’ si fanno giudicare, educare. Perché sono le azioni a tornare indietro come giudizio che agisce sul soggetto dell’azione, sono le cose (i fatti) a giudicare, perciò a essere motore (che non solo muove, può ‘inchiodare’ ad una responsabilità).

Su un terreno comune, un bagno di sangue
Per Weil la guerra bisognava evitarla, e prima di tutto si rifiutava di fare cose che esponessero altri, per sè, invece riteneva di essere tenuta a rischiare.
Nell’agosto del 1936 sia Carlo Rosselli sia Simone Weil vanno in Spagna, i racconti che fanno dell’arrivo a Barcellona ha delle consonanze impressionanti.
Il 16 agosto Durruti fa un discorso. Nella colonna Durruti (la formazione più importante delle milizie della CNT) accanto a catalani e aragonesi si trovava il piccolo gruppo di internazionali, “una specie di corpo franco, incaricato di missioni pericolose e composto da Francesi, Italiani, Bulgari, Spagnoli francesizzati” (L. Mercier, Cotribution à la connaissance de Simone Weil, in “Le Dauphiné liberé”, 16 nov. 1949).
Di una conoscenza tra Rosselli e Weil non mi pare si trovino tracce, pur facendo parte ambedue della colonna Durruti (come Ridel membro di un gruppo anarchico della regione parigina, che scrisse diversi articoli sulla guerra e la situazione spagnola in “Le Libertaire”, che Weil conosceva).
Bassanesi è convinto che sta per avvenire in Spagna un massacro. Pensa anche che personalmente Rosselli sia in grave pericolo di morte. Cerca perciò di raggiungerlo perché pensa che quella morte sarebbe stata anche la fine di G.L. Non credendo a una possibilità rivoluzionaria, ma con questo obbiettivo va in Spagna.

 

Biografia di Giovanni Bassanesi

12-10-2010