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Dossier
La posta di Lea

 


 

Perchè una rubrica di posta

di Lea Melandri

Che cosa resta di innominabile nella vita intima, quando il mercato per un verso e la politica per l’altro hanno deciso di allearsi nel dar fondo agli ultimi baluardi di privatezza che ancora resistono nelle zone più riposte del vissuto psichico e corporeo di un individuo? Dalle ‘piccole perdite di urina’, che sembra affliggano anche le giovani donne, alle ‘flatulenze’, dai rotoli di carta igienica ai pannoloni per bambini e anziani, per arrivare alle trasgressioni morali e sessuali del ceto politico, una faglia pressoché continua sta terremotando le secolari fondamenta della polis. Più temibile del migrante che oggi approda all’Occidente, è il ‘barbaro’ estromesso dalla civiltà che ognuno si porta dentro: il mondo delle pulsioni, degli affetti, delle fantasie inconfessabili e degli slanci creativi, dei sentimenti più teneri e più violenti. Il lungo esilio lo ha reso afono, balbettante, folle o fin troppo remissivo, ma pur sempre presente e pronto a ricomparire dove meno è previsto.
Quello che per inerzia o ignoranza si continua a chiamare ‘privato’ è quanto di più essenziale dell’essere umano resta inspiegabilmente nascosto nelle storie personali, da dove talvolta fuoriesce abilmente confezionato attraverso il gossip, le intercettazioni telefoniche, le dichiarazioni di mogli e amanti, a turbare le composte impalcature della sfera pubblica. L’indiscrezione, qualunque sia la forma in cui viene praticata, è oggi senza dubbio la merce più preziosa sia per vendere sogni che per colpire un avversario. Non sembra vi sia altro modo per dare cittadinanza alla ‘persona’, alla vita nella sua interezza, che il voyeurismo o la condanna moralistica. Due mondi che per secoli si sono fatti la guerra, la sessualità e la  politica, caduti gli argini di separazioni e priorità fittizie, non potevano che tornare a confondersi o a confliggere selvaggiamente, senza apparenti vie d’uscita.
Si può guardare alla ‘barbarie’ con altri occhi? Non sono mancati nel secolo scorso movimenti e culture, prodotti da soggetti senza-storia, che hanno tentato di mostrare legami inesplorati tra lingue rimaste finora straniere, ma nessuno vi ha dato ascolto. Dal femminismo era venuto l’auspicio di un ‘salvifico bilinguismo’, che nulla ha da spartire con gli scandali mediatici da cui è attualmente investita la politica: ragionare con la lingua intima dell’infanzia e, contemporaneamente, con le parole di fuori, i linguaggi della vita sociale, del lavoro, delle istituzioni.
Esperienze precedenti mi hanno insegnato che la lettera che si manda a una rubrica di posta ha il singolare privilegio di tenere insieme la ‘confidenza’, la consegna fiduciosa dei propri pensieri a un interlocutore attento, e l’estensione massima che può avere il sentire del singolo, fatto oggetto di riflessione collettiva. Scrivere a uno per parlare a molti. L’angolo della posta può ambire a disegnare strade che non portino a contrapporre il Cuore e la Politica, o a farne, come capita sempre più spesso, una poltiglia velenosa?

12 febbraio 2010

Per scrivere a Lea: e.mail università delle donne


Cara Lea,

il voto e la politica, le donne non possono di più? Il lavoro di riflettere sulla propria esperienza: dicendola, questo esercizio produce una consapevolezza più esplicita del solo pensare. Ascoltare le formulazioni del linguaggio porta a sapersi e ad ascoltare gli altri, è esercizio indispensabile per formulare progetti e mutare comportamenti. Lo sappiamo da decenni noi femministe ma non lo facciamo più o solo saltuariamente. Invece ogni donna lo può fare e far fare a tutti, per una pratica politica profonda e plurale. Questa politica dovremmo potenziare quotidianamente, con donne e uomini è invece diffusa la pratica di delegare la politica ai partiti degli uomini. La rappresentanza la tengo in conto anch’io: cerco sempre di far vincere nella rappresentanza quanto più sia possibile il male minore per non perdere la possibilità di avere istituzioni condotte da uomini che esprimono il male minore. A fianco vorrei si progettassero e ottenessero finanziamenti per scuole di pratica politica dei cittadini che su ogni tema sviluppassero richieste dal basso, condotte dalle donne soprattutto sugli argomenti di una agenda politica che parta dalla vita quotidiana. La produzione della qualità della vita quotidiana è l’opposto del consumo di merci, questa è nuova economia e nuova politica.

Antonella Nappi

 

Il femminismo ha avuto il grande merito di portare alla coscienza i legami che ci sono sempre stati fra la vita quotidiana e la politica, ma così facendo era inevitabile che portasse allo scoperto anche gli effetti della lunga separazione tra la casa e la polis. Noi abbiamo affermato la politicità di una pratica che –come tu scrivi- considerava la riflessione e il racconto della propria esperienza un “esercizio indispensabile per formulare progetti e mutare comportamenti”. E tuttavia continuiamo a chiamare ‘politica’ quella che ha il governo dello Stato e delle sue istituzioni, che passa attraverso il voto e la rappresentanza di partiti ancora saldamente in mano maschili. Eppure non c’è dubbio che oggi qualsiasi politica che voglia produrre trasformazioni significative deve passare per l’intreccio, sempre più esteso, tra la quotidianità e i saperi, i poteri, della sfera pubblica, prendere atto che non si può parlare di ‘buona vita’ senza uscire dalle logiche di dominio che hanno segnato il rapporto tra i sessi e le classi sociali, protratto per secoli la divisione sessuale del lavoro e lo sfruttamento illimitato della natura. Per la loro collocazione storica, le donne si trovano  a incarnare, per un verso, la ‘merce’ per eccellenza, la più desiderabile e la più necessaria sia alla conservazione della specie che al sistema di produzione-consumo, e, per l’altro,  il soggetto che può contrastarla nel momento in cui svincola la sua esistenza dall’uso che ne è stato fatto. Il lungo confinamento nel privato, l’identificazione con la naturalità del vivere, hanno prodotto saperi e doti di interesse collettivo ma anche asservimento, chiusure, incapacità di andare oltre il cerchio degli affetti famigliari. La pratica femminista è quella che è andata più vicino a ripensare la politica partendo ‘dal basso’, ma molto resta ancora da fare perché si affermi una forza collettiva capace di rappresentarsi da sé e di imporre nuovi modelli di convivenza.

Lea Melandri
                                                                                                               

19- Marzo 2010

 


 

Cara Lea,

sono un’insegnante di liceo e non ho figli, ti preciso questo perché se ne avessi avuti, particolarmente figlie, credo che avrei raccontato che cosa è stato il femminismo per quelle che l’hanno vissuto. Invece, in tanti anni di insegnamento, ho sempre constatato il silenzio, come se alle mie alunne (le classi sono in maggioranza composte da ragazze) dalle madri non fosse passato nulla, in particolare dell’autocoscienza e della pratica dell’inconscio. Per queste giovani il femminismo è ancora quello di cui parlano i libri di storia, a cui dobbiamo il diritto di voto per le donne, oppure, se si riferiscono agli anni ’70, lo identificano solo con una lotta per la parità dei diritti, che fra l’altro considerano pienamente raggiunti, almeno in Occidente. Può darsi che io sia stata un’eccezione, che non abbia mai incontrato figlie di femministe. Ma se invece risultasse anche a lei, le domando: perché questo silenzio da parte di una generazione di donne? Perché non trasmettere alle figlie le proprie esperienze?

Daniela Nobbio

Penso che molti dei cambiamenti portati dal femminismo degli anni ’70 siano arrivati alle generazioni successive quasi inconsapevolmente, come abitudini, modi di pensare e di agire, certezze di diritti e libertà già date, di cui né si conosce né si chiede l’origine. Non escludo che siano state le stesse donne che l’hanno vissuto a lasciar crescere la dimenticanza, perché deluse o appagate dagli esiti delle loro lotte. L’impegno continuativo di singole, gruppi, associazioni, centri studi, riviste, preoccupati di conservarne la memoria e di riscoprirne ogni volta l’attualità, non poteva certo coprire il silenzio, per non dire l’ostilità, che nel nostro paese hanno accompagnato la nascita di un pensiero di donne autonomo da modelli imposti e da schieramenti partitici, critico anche rispetto alle politiche che finora si sono battute contro l’ingiustizia sociale, ignorando il secolare dominio di un sesso sull’altro. Se la parola femminismo –come dimostra l’inchiesta di Studenti & Reporter, a cura di Giovanna Cosenza, pubblicata da Repubblica Bologna.it, il 3.3.2010- fa pensare solo a stereotipi di “donne aggressive, esaltate, irritanti”, desiderose di ribaltare ruoli  come “rivincita contro gli uomini”, è perché la storia del movimento delle donne in Italia non è stata fatta oggetto di informazione e di insegnamento. Non c’è uno scritto di quegli anni che sia stato letto nelle università, dove pure si scrivono tesi e libri sulla questione dei “generi”. Per la cultura “alta” il femminismo è innominabile, a tal punto che anche in una trasmissione di tutto rispetto come quella che conduce Corrado Augias su RaiTre -Le Storie- si può presentare un libro sul cambiamento dei costumi sessuali in Italia negli ultimi cinquant’anni, parlando solo di cause economiche e tacendo sulla “rivoluzione” che ha portato allo scoperto il rapporto uomo-donna.  

Lea Melandri
                                                                                                      

12 Marzo 2010

 


Cara Lea,

l’ultimo scandalo politico-economico, che coinvolge Guido Bertolaso, è stato presentato da alcuni giornali come un groviglio di corruzione basata su “sesso e denaro”. Non intendo fare commenti morali o politici su questo, ormai si è detto di tutto, forse troppo. Ma due interrogativi mi rimangono: 1. Siamo ancora al commercio delle donne? Nessun passo avanti dall’impero romano, dallo schiavismo? A due secoli dalla rivoluzione francese siamo ancora all’uso delle donne come merce di scambio?  2. il denaro è la base della nostra società, dicono tutti: allora il sesso è allo stesso livello? Non c’è differenza tra i saloni marmorei delle banche, della borsa e “il lettone di Putin” ? Hanno la stessa valenza economica e sociale? E ciò può accadere prescindendo dalle donne stesse, o da chi viene “usato” per l’attività sessuale?

Liliana Moro

Il fatto che una verità storica evidente  -la donna come merce di scambio, la sessualità femminile negata, ridotta a servizio e ricambiata con denaro, compensi di varia natura- si venga a trovare all’improvviso al centro del dibattito politico in virtù delle prestigiose figure istituzionali che vi sono coinvolte, non poteva che avere effetti ambigui: evocare scenari da basso impero, mercati di schiave, licenziosità di potenti, da cui il cittadino comune può facilmente prendere distanza, con la conseguenza di far passare di nuovo in ombra quella che Paola Pabet (La grande beffa, Rubbettino 2004) considera la forma specifica del rapporto di potere tra i sessi, e cioè lo scambio economico-sessuale. Il sesso ha implicazioni psicologiche profonde nella storia di ogni individuo, e non è di certo equiparabile a una transazione economica, ma non è neppure, come si vorrebbe far credere, solo la “ciliegina sulla torta”, il grazioso coronamento di lucrosi commerci maschili.
Il corpo, ma si dovrebbe dire la vita intera della donna, nel momento in cui diventa proprietà dell’uomo, viene messo al lavoro –che si tratti di prestazione sessuale imposta nel matrimonio, di cure domestiche e affettive o della scelta di vendersi-, ed entra di fatto nella dimensione economica di dominio maschile. Per Marx la donna è esplicitamente qualcosa che il denaro può comprare, una merce preziosa anche se sostituibile e inferiore a quella “imperitura”, che è il denaro stesso. Quanto permanga della violenta eredità del passato, lo si vede facilmente dagli aspetti che avvicinano le vicende di Berlusconi e di Bertolaso. Per entrambi vale il diritto dell’uomo a godere dei favori di più donne e compensarle per questo, a cui si aggiunge quello del ‘guerriero’ impegnato in grandi imprese civili a prendersi il giusto ‘riposo’. Più in sintonia con gli sviluppi dell’economia di mercato, e perciò più ‘moderna’ è la figura femminile che dagli spot pubblicitari sollecita desideri e consumi, la stessa che una corte di faccendieri si vanta di offrire in carne e ossa alla cerchia degli amici illustri. Lo scambio economico-sessuale si adegua ai tempi, ma non perde l’alone di ‘normalità’ che ha impedito finora di vederlo come il più grave dei problemi politici.

Lea Melandri

26 febbraio 2010


Cara Lea,

disagio  è ciò che proviamo nel leggere cronache e commenti sul caso Delbono, e  non ci finisce di convincere l'unica categoria dell'arroganza maschile spezzata dalla presa di parole delle donne. E così Veronica Lario, e poi Patrizia D'Addario e adesso Cinzia Cracchi ne sarebbero eguale testimonianza. Ci mette a disagio non certo perché non condividiamo il giudizio sul pensiero, evidentemente diffuso tra questi uomini, di non dover pagare mai dazio, protetti dal silenzio e da una privacy che in realtà è franata sotto mille spinte.
Nel caso di Cinzia Cracchi la domanda che ci siamo poste è un'altra: perché una donna, che ha una relazione d'amore con un uomo più potente, non mantiene una propria autonomia di vita, si fa (ma quanto è brutto questo lasciar fare) trasferire dal posto di lavoro cui era, con le proprie forze, arrivata per seguirlo in Regione e "stargli accanto"? Non c'è qualcosa che ci suona stonato in tutto questo? Ci sembra, ancora una volta, che si riproponga una figura di donna  che sta accanto al potere e ne gode i benefici al prezzo della propria autonomia, senza chiedersi troppo su trasferimenti, soldi, note spese e week end per poi fare un'"operazione verità" i cui contorni non ci appaiono così limpidi.
E ci sembra che questa  categoria, se applicata senza i molti distinguo di ogni situazione, un possibile agguato: non guardare dentro il nostro modo di stare nelle relazioni con il maschile, che non è eguale per tutte (non sono eguali Veronica, Patrizia e Cinzia), riproporre un femminile accessorio al potere e talvolta complice dei suoi modi peggiori.

Cristina Pecchioli e Assunta Sarlo

 

L’attenzione che non ha avuto nel nostro Paese il pensiero autonomo prodotto da un secolo di movimenti femministi è catturata oggi, oltre misura, da figure femminili per un certo verso tradizionali –mogli, amanti, intrattenitrici-, per l’altro anomale, disposte ad usare come rivalsa lo stesso ruolo che hanno occupato rispetto al potere maschile. Difficile dire se, dietro questo inaspettato protagonismo, ci sono solo la rilevanza istituzionale dei partner e l’occasione per campagne scandalistiche che l’irruzione del privato offre alla controparte politica. La donna che denuda il re, avendone goduto o sperando di goderne i benefici, fa comodo ai suoi avversari ma anche alla maggioranza anonima delle donne, i cui quotidiani gesti di ribellione passano inosservati, senza esiti significativi, quando non provocano addirittura ritorsioni violente. La fretta, e in alcuni casi l’euforia, di vedere nelle vicende, pur diverse, di Veronica, Patrizia e Cinzia, lo svelamento di una ‘verità’ antica come il mondo –lo scambio tra sesso e potere, sesso e denaro- ha avuto il sopravvento su una lettura critica, capace di sottrarsi al falso dilemma vittime o eroine, e di analizzare con più realismo le molteplici forme di complicità, assimilazione di modelli, resistenze e adattamenti a cui si va incontro una volta che il dominio e l’amore si sono confusi.

Lea Melandri

19 febbraio 2010

 


 

Questa rubrica è tratta dal settimanale Gli altri

 

 

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