Educare alla dignità e alla libertà dell’amore

con l’analisi filmica

Maria Pia Fontana

Ti do i miei occhi
fotogramma dal film Ti do i miei occhi


Questa riflessione nasce dall’incontro con tante donne che confondono la dipendenza affettiva con la responsabilità propria dei sentimenti autentici o che sono incapaci di comprendere la differenza tra l’asservimento psicologico, affettivo, sessuale ed economico e il vero amore, che invece preserva nel rapporto di coppia la reciproca dignità e libertà.

Sono ancora tante le giovani donne di Catania, non di Beirut o di Kabul, che decidono di interrompere precocemente gli studi, di avviare convivenze in età adolescenziale, di diventare delle madri-bambine e di sentirsi gratificate dalla abnorme possessività maschile, consegnando le loro vite ad uomini gretti, violenti, psicologicamente disturbati o chiaramente coinvolti in fenomeni di illiceità. Per queste donne l’emancipazione femminile non è mai avvenuta e le sue protagoniste, da coloro che per prime lottarono per il diritto di voto fino ad arrivare a Malala Yousafzai, non sono mai esistite.
Si tratta di ragazze che vivono un’arretratezza spaventosa pur abitando nell’occidente opulento ed atteggiandosi a pin-up già a partire dai 12 anni. Sono donne che invecchiano in fretta.
Capita che a quarant’anni si sentano già finite, consumate, perdute. Quando mantengono un briciolo di consapevolezza di aver trovato un compagno sbagliato, dicono che è ormai è troppo tardi per ribellarsi, per ricostruirsi una vita da sole o per provare a cercare un nuovo amore. Talvolta, interiorizzano così profondamente i codici arcaici di femminilità da non percepire nessuno scollamento tra la loro identità sociale di mogli e di madri e i loro bisogni affettivi e psicologici profondi. In qualche caso, difendono i valori di quei sistemi familiari patologicamente chiusi e saturi, che impediscono il processo di individualizzazione e di separazione dei propri membri, tipici della sub-cultura mafiosa 1.
Altre volte però queste donne percepiscono, anche se in modo confuso e contraddittorio, la pena e la sofferenza insite nel loro legame affettivo e soffrono in silenzio, succubi di un compagno-Barbablù dal quale non riescono a separarsi. Si potrebbe dire semplicisticamente che è una questione di degrado culturale che riguarda solo o principalmente i quartieri a rischio di Catania, come Librino, dove sono ancora alti i livelli di abbandono scolastico, di precarietà lavorativa, di povertà economica e culturale.
Ma la frequenza e la ricorsività con cui si manifestano i casi di maltrattamento femminile, psicologico o fisico, in queste aree urbane, impongono comunque una riflessione sui processi reali per promuovere la consapevolezza delle donne anche nei sistemi più refrattari alla generale evoluzione sociale e per dare nuove energie al lavoro di educazione all’affettività e alla prevenzione e trattamento della violenza domestica, perfezionando i metodi e gli strumenti di intervento.

I dibattiti culturali, i convegni, le manifestazioni pubbliche a tema non sempre sortiscono l’effetto sperato, intercettando di norma solo le persone meno esposte al problema e più dotate di strumenti culturali. Occorre un lavoro educativo e culturale più penetrante, nei luoghi naturali di ritrovo, aggregazione, socializzazione, seguendo i movimenti delle persone, come anche i flussi di utenza a rischio che afferiscono ai servizi sociali che troppo spesso, sotto l’incalzare delle emergenze, non riescono a formulare letture di sistema né a promuovere progetti di più ampio respiro mirati a quelle tipologie di utenza più esposte al disagio.

Si rileva quindi la necessità di un intervento duttile, creativo, dinamico, in collaborazione con le associazioni del privato sociale o del volontariato, utilizzando anche le potenzialità dei nuovi media, così come di quelli tradizionali.
Particolarmente utile potrebbe infatti rivelarsi il ricorso all’analisi filmica, il cui portato educativo sul piano dell’incremento dell’intelligenza emotiva è riconosciuto da tempo 2
Come è noto, sul tema della violenza domestica esiste una ricca filmografia, sebbene il livello qualitativo dei vari prodotti non sia sempre elevato o idoneo a promuovere una riflessione seria idonea ad evidenziare il carattere multifattoriale di un fenomeno dall’eziologia complessa, riconducibile alla copresenza di fattori sociali, economici, culturali e psicologici.
In questo senso, un utile attivatore di riflessioni e di richieste di approfondimenti o di consulenze potrebbe essere Ti do i miei occhi di Icíar Bollaín, che, nonostante la non recente data di produzione (2003) mantiene inalterata la sua attualità. La vicenda, ambientata a Toledo, racconta una storia come tante, eppure tremenda nella sua tragicità. La protagonista è Pilar, una moglie onesta e fedele che ha interiorizzato i modelli tradizionali di genere appresi dalla madre, la quale ben rappresenta il prototipo femminile di custode dell’unità del focolare domestico. Tuttavia, dopo aver subito l’ennesimo episodio di violenza da parte del marito Antonio, Pilar decide di scappare di casa insieme al figlio. L’uomo la supplica di ritornare, ma Pilar, sostenuta dalla sorella Ana, il cui compagno incarna un modello di mascolinità più moderno ed improntato sulla tenerezza, è molto titubante e preferisce trovarsi un lavoro per provare a costruirsi un’esistenza più autonoma. Nel frattempo Antonio avvia un faticoso lavoro di trattamento dell’aggressività rivolgendosi ad uno psicologo che alterna sedute individuali ad incontri di gruppo tra uomini violenti. Gratificata dal serrato corteggiamento del marito, Pilar riprende a frequentarlo e i due rivivono i momenti di erotismo e l’intensità del sentimento che l’aveva indotta a fare dono di sé e del suo corpo ad Antonio fino ad arrivare a regalargli simbolicamente gli occhi come segno di amore. Tuttavia, anche alla presenza del figlio, si ripresentano gli scoppi di violenza del marito, innescati dalla sua irrazionale gelosia. La situazione esplode in un episodio di brutale e sadica umiliazione a cui Antonio sottopone la moglie per evitare che lei si rechi ad un colloquio di lavoro. Superato lo choc di questa ennesima violenza, Pilar riesce quindi a trovare la forza di lasciarlo definitivamente, aiutata dalle amiche.


fotogramma dal film Ti do i miei occhi


Merito principale della narrazione, mai banale e superficiale, è quello di far conoscere e di indagare non solo il punto di vista femminile, ma anche quello maschile, evidenziando la difficile opera di recupero e di trattamento dell’aggressività che spesso affonda le radici in una storia personale difficile e contorta e in un segreto vissuto di indegnità personale.
Il messaggio centrale che la vicenda consegna è che la violenza è sempre figlia di un inestricabile intreccio tra fattori sociali e personali, condizionamenti culturali e deficit affettivi.
Accanto ai modelli socialmente appresi sul ruolo della donna, sulla funzione del matrimonio e sui rapporti tra i generi, esistono le vicende personali dei protagonisti, le loro carenze affettive, i nodi irrisolti nello sviluppo di un’autonoma identità e le frustrazioni personali che impediscono alla relazione di coppia di fare quel balzo di qualità in direzione di un amore maturo fondato sul reciproco rispetto, libertà e dignità e capace di accrescere la dotazione umana di ognuno.

Attraverso la disamina della patologia dell'amore, comprendiamo quindi come l'amore vitale e autentico si nutra di libertà e di reciprocità. Ciascuno di noi ha bisogno dello sguardo amorevole e compassionevole dell'altro per conoscersi e per sviluppare il proprio capitale umano, ma ciò non vuol dire appiattirsi sul proprio partner o annullarsi rinunciando alla propria capacità di individualizzarsi e di crescere come persone.
Consegnare all'altro i propri occhi e guardarsi solo attraverso la sua prospettiva ci espone quindi alla delusione e alla sofferenza che tramuta la relazione di amore in un monologo teso al controllo possessivo dell’altro o volto a perpetuare forme di dipendenza affettiva.

Il bisogno ossessivo e morboso di essere amati oscilla continuamente tra i due estremi del piacere e dello sconforto, della felicità e della disperazione. Il dipendente affettivo pretende l’amore dell’altro talvolta con l’abnegazione e l’adesione ad un modello servile di condotta, altre volte con la violenza o con la persecuzione 3.
In ogni caso il dipendente toglie all’altro la sua libertà costringendolo ad amarlo (o quanto meno a non lasciarlo) facendo leva sull’eccesso di dedizione e di premure soffocanti oppure sulle molestie ossessive, che possono assumere le forme dello stalking, o ancora ricorrendo alla minaccia e all’aggressione fisica che il dipendente agisce contro il partner o si autoinfligge come estremo ricatto affettivo per impedire all’altro di abbandonarlo.
In tutte queste situazioni entra in gioco una dinamica di potere in cui l’atto servizievole, realizzato per compiacere l’altro, o l’azione di prevaricazione riflettono sempre un bisogno di controllo e di possesso, che non consente al partner di crescere e di sviluppare un’autonoma identità.
In questo senso sia Antonio che Pilar sono coinvolti in un rapporto patologico, in quanto il primo esprime la figura del dipendente rivendicativo e persecutorio, angosciato da oscure angosce di indegnità, per cui il rifiuto dell’altro viene vissuto come una catastrofe, mentre Pilar sembrerebbe incarnare il modello di una dipendenza conformistica che poggia su un modello morale molto rigido di sottomissione femminile. Non è un caso che dopo la scoperta di essere dotata di una propria individualità, grazie anche al piacere di imparare cose nuove sul lavoro, Pilar trovi la forza di lasciare il marito, sostenuta in ciò da amiche che incarnano modelli di donne più emancipati.

Il film è bello anche perché offre uno spaccato della condizione dell’uomo violento che riconosce di avere un problema ma che tuttavia non sempre riesce a portare a buon fine il programma di recupero, che, nella storia narrata, è tutto lasciato alla libera determinazione di Antonio, in quanto il trattamento avviene al di fuori di un circuito penale e sanzionatorio.
Viene bene messa in luce l’utilità delle tecniche di trattamento dell’aggressività di tipo comportamentale che il terapeuta promuove nel protagonista (es. evitamento delle situazioni a rischio, rilassamento, identificazione ed analisi delle emozioni, destrutturazione delle fantasie paranoiche o delle distorsioni cognitive) sebbene manchi del tutto un lavoro di scavo sulle matrici profonde del senso di indegnità e di scarsa autostima personale che affligge l’uomo e che è una delle con-cause della violenza.
Tuttavia, nonostante l’assenza di qualche approfondimento, il film riesce ad offrire una narrazione realistica, accurata e non scontata della vicenda umana di Pilar ed Antonio e si presta ampiamente all’opera di divulgazione e di prevenzione della violenza domestica che chiaramente non può limitarsi all’utilizzo di tale modalità.
L’analisi filmica infatti può essere preziosa, attraverso i processi di identificazione ed empatia suscitati dalla rappresentazione, nell’incrementare consapevolezze e nell’emersione della domanda di aiuto o di consulenza, ma, nel caso in cui si rilevino casi di abuso psicologico e/o fisico, occorrerà accompagnare la donna nella complessa opera di ricostruzione o di integrale edificazione di un senso profondo di dignità personale che passa attraverso risorse concrete e soprattutto attraverso scelte coraggiose di cui solo la diretta interessata può dare prova.
E, come è noto, è molto difficile promuovere il senso di autostima e di efficacia personale in chi si è nutrito di pane e vessazioni e ha ricevuto questo cibo proprio dalla persona che avrebbe dovuto amarlo. Chiaramente, quindi, l’intervento di aiuto sconta la stessa complessità multidimensionale in cui matura la violenza domestica, ma preliminarmente occorre prevenire e identificare precocemente il malessere che producono quei legami affettivi aridi di libertà e di dignità.


NOTE

1 Girolamo Lo Verso, La mafia in psicoterapia, ed. Franco Angeli, 2013

2 Fontana Maria Pia, “Lo sviluppo delle competenze emotive attraverso i film, uno strumento di intervento nei casi di bullismo”, in SottoTraccia, saperi e percorsi sociali, n. 4, anno 2009

3 Nicola Ghezzani, L’amore impossibile. Affrontare la dipendenza affettiva maschile e femminile, ed. Le Comete Franco Angeli, 2015

 

 

21-09-2015

 

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