|
Afghanistan L'impossibile convivenza tra civile e militare
Gli sbarramenti, certo, hanno la loro utilità: lo scorso aprile il Prt italiano è stato preso di mira da un attacco suicida; l'esplosione ha fatto due vittime oltre all'attentatore (entrambe afghane, la guardia esterna e un passante) ma solo pochi danni materiali all'interno, vetri rotti per il botto (hanno ferito un tecnico della cooperazione) e poco altro. L'attentato al Prt italiano è rimasto per ora isolato, altri 4 attacchi invece hanno preso di mira convogli militari (di cui 2 italiani) fuori città: in confronto alla zona di Kabul, si può ben dire che Herat è tranquilla.
Si potrebbe osservare che l'ambiguità sta nella natura stessa dei «Team di ricostruzione provinciale», strutture militari-civili create dall'esercito degli Stati uniti nell'ambito della missione Enduring Freedom fin del 2002, secondo un modello sperimentato a suo tempo in Vietnam (i team sono «composti da personale internazionale civile e militare che opera al fine di estendere sul territorio l'autorità del governo afghano e di facilitare lo sviluppo e la ricostruzione»). Più tardi i Prt sono stati inglobati dalla missione Isaf che dal 2003 è affidata formalmente alla Nato, e sono stati estesi a tutto il paese. Il Prt di Herat è stato creato nel 2005 quando l'Italia ha assunto il comando di questa regione. In teoria ha un responsabile civile e uno militare «alla pari»; di fatto è una struttura integrata sotto comando militare. Come negli altri Prt sparsi in Afghanistan, l'ambiguità è tanto maggiore perché il Prt non associa i civili alle attività di ricostruzione: di quella si occupano i militari con la propria struttura di «r&d», ricostruzione e sviluppo (in ambito Nato si chiama Cimic, Cooperazione civile-militare), in cui ci sono tecnici e ingegneri dell'esercito che si incaricano di costruire ponti, scuole e altro. L'esercito ha speso 3,3 milioni nel 2005 e 5,3 milioni per il 2006 per interventi che vanno dalla costruzione di scuole e ambulatori allo scavo di pozzi artesiani in villaggi remoti (li definiscono progetti «quick impact», di realizzazione rapida). La Cooperazione civile (che dipende dal Ministero degli esteri) è del tutto a sé e segue le sue priorità, con progetti più a lungo termine: scuole, distribuzione di acqua potabile (acquedotti e allacci) in aree sia urbane che rurali, opere di assistenza sociale (stanno costruendo un orfanotrofio femminile e un centro per ciechi), e soprattutto un intervento di sostegno per riabilitare l'ospedale regionale di Herat - lavoro appena all'inizio, anche se la Cooperazione italiana ci punta molto, proprio come ha fatto a Kabul con l'ospedale pubblico Esteqlal. La cooperazione ha stanziato finora 8
milioni di euro per l'intervento civile nella regione di Herat, 3 milioni
per il 2004 e 5 per il 2006: del budget 2004 però è stato speso finora
solo il 27%, e questo riflette la difficoltà di movimento dei cooperanti
civili «ingabbiati» nel Prt. Uffici a pianoterra e alloggi al primo piano, e un muro di cinta come ogni casa di classe media: a parte un poliziotto afghano di guardia, non ci sono particolari fortificazioni. «In quattro anni non abbiamo mai avuto una manifestazione di ostilità, ovunque abbiamo lavorato. Qui siamo vulnerabili, sono convinto che gli antigovernativi sappiano chi siamo e dove siamo. Se non ci è mai successo nulla forse è perché hanno calcolato che non gli conviene rendersi ostili alla popolazione che beneficia dei nostri progetti». Il confronto è stridente: a Herat la
cooperazione è obbligata a muoversi sotto scorta e ha movimenti limitati;
a Kabul lavora in tutta autonomia, come anche nel progetto stradale che
collega Maydan Shar a Bamyan. Anche De Carli è convinto che la
cooperazione civile non deve sovrapporsi ai contingenti militari: «Il loro
ruolo non è in discussione ma è diverso dal nostro». E poi, dice, occorre
verificare l'efficacia della cooperazione, dice, ovvero l'incidenza dei
fondi rivolti ai beneficiari rispetto ai costi di esercizio: «nel nostro
lavoro il 95% dei fondi in loco sono spesi nei progetti, cioè va ai
beneficiari. La cooperazione civile costa meno, per gli effetti ottenuti,
rispetto a quella fatta con il Prt». Il lavoro umanitario subisce i contraccolpi del «vulcano Iraq», dice De Carli: «Lo chiamo così perché quello che succede in Iraq manda onde d'urto fino a qui, alimenta tensioni e ostilità verso l'occidente. E ha fatto sì che la comunità internazionale destinasse più risorse alle operazioni militari, pensando di sconfiggere così il terrorismo, e meno alla ricostruzione e all'assistenza umanitaria e sociale». Per conquistare la fiducia degli afghani («i cuori e le menti», dicono gli americani), le forze Isaf-Nato hanno invece puntato sui Prt: la «cooperazione militare». Ma il modello non funziona. Le Organizzazioni non governative italiane presenti in Afghanistan hanno rifiutato di lavorare nella provincia di Herat proprio per non stare sotto la protezione militare. E non solo Emergency, che in ogni caso conduce i suoi tre ospedali in modo del tutto indipendente dalla Cooperazione e dal governo italiano, ma anche le Ong che invece lavorano con finanziamenti pubblici (per lo più europei o multilaterali): Intersos, Cesvi, Coopi, Aispo e Alisei. Per le Ong il punto è chiarissimo: se
lavorassero nell'ambito del Prt sarebbero viste come parte integrante
dell'intervento (militare) italiano e perderebbero la neutralità che è
elemento essenziale dell'azione umanitaria - lo hanno detto e ripetuto
pubblicamente. Per la Cooperazione, che è parte del Ministero degli
esteri, dunque un'espressione del governo italiano, l'intervento civile va
comunque distinto da quello in divisa: è in parte una questione di
efficacia, come dice De Carli, e una questione di etica: «Ai militari
spetta difendere le condizioni di pace e sicurezza, ai civili gestire
progetti umanitari e di cooperazione». Non si può entrare in una scuola o
in ospedale scortati dai mitra...
|