“La guerra è come
il ping-pong: se uno dei due smette di giocare, la pallina si ferma”.
Ha detto queste parole Dana Bar, una
rappresentante del movimento degli Shministim (studenti dell’ultimo anno
delle scuole superiori che rifiutano la leva), davanti al Comitato di
Coscienza dell’Esercito. E il suo semplice ragionamento li ha fatti
imbestialire. Così tre secondi dopo è arrivato l’esonero. Che lei ha
scelto di trasformare in servizio civile presso il reparto emergenze
dell’ospedale “Tel Hashomer”. Dunque, per questa coraggiosa 19enne non
si sono spalancate le porte del carcere; un “onore” riservato invece ad
altri cinque giovani refuseniks –
Noam Bahat, Matan Kaminer, Adam Maor, Haggai Matar, Shimri Tzameret
– dal 7 gennaio scorso rinchiusi nel carcere militare di Athlit. Perché
questa distinzione? Forse perché Dana Bar è una donna? Esiste una
discriminazione all’interno dell’Esercito israeliano? Nella società
israeliana il mito del macho resta dominante? Ecco l’intervista che Dana
Bar ci ha rilasciato.
Quando ha deciso di fare la
refusenik? Ci può raccontare, in dettaglio, come è andata?
Ho sempre saputo, sin dall’infanzia, che non avrei mai imbracciato un
fucile e non avrei mai sparato. Ma solo due anni fa, quando incontrai
per la prima volta un refusenik, mi resi conto che c’era già un nome per
la mia protesta. Così ho scritto al Comitato di Coscienza dell’Esercito
ancor prima di ricevere la cartolina. Il Comitato è una specie di circo.
Alcuni uomini più anziani all’inizio hanno tentato di spiegarmi che non
ero una vera pacifista. Ho risposto loro che la violenza è come il gioco
del ping-pong in cui la pallina va da una parte all’altra: se uno dei
due smette di giocare, la pallina si ferma. A quel punto, un membro del
gruppo – un religioso – ha cominciato a inveirmi contro, dicendo che lui
era un tennista professionista e che io, al confronto, non ne sapevo
niente. Abbiamo discusso un po’. Poi hanno fatto entrare il mio
fidanzato, che m’aveva accompagnato come testimone. Tre secondi dopo,
avevo la mia esenzione dal servizio.
Come definirebbe il
movimento dei refusenik?
Penso che questo sia lo strumento più forte che abbiamo oggi per porre
all’opinione pubblica israeliana la questione morale all’interno
dell’Esercito.
Qual è stato il
commento dei suoi genitori alla decisione di diventare una refusenik?
Certamente, a loro non è piaciuta. Con gli amici è andata
meglio: hanno capito quasi tutti. Di positivo oggi c’è comunque questo:
si riconosce l’ambito assolutamente privato di una decisione del genere.
Lo si può condividere o meno, ma il rispetto è d’obbligo.
Quante sono le donne
all’interno del movimento dei refuseniks?
Nel movimento di cui faccio parte (quello degli Shministim),
sono circa la metà, cioè 150 su oltre 300. Mentre i gruppi di coloro che
rifiutano il servizio di riserva sono composti esclusivamente da uomini,
dato che le donne non hanno obblighi successivi al servizio di leva. Lo
Shministim, a partire dalla “Lettera degli studenti dell’ultimo anno
delle superiori 2001”, è dunque l’unico movimento di refusenik veramente
egualitario.
Per quale ragione le
donne refusenik non finiscono in carcere, a differenza dei loro colleghi
uomini? I vertici temono reazioni nell’opinione pubblica o da parte dei
media?
La spiegazione ufficiale è che non vanno in carcere perché
“nell’Esercito c’è meno bisogno di loro”. È una visione molto
militarista e sciovinista questa. Ma qualcosa sta cambiando in Israele:
dopo l’inizio del processo ai cinque refusenik – Noam Bahat, Matan
Kaminer, Adam Maor, Haggai Matar, Shimri Tzameret – e dopo il loro
ingresso nel carcere militare di Athlit, il 7 gennaio, i vertici
dell’Esercito vogliono dare maggior filo da torcere anche alle donne.
Entro la prossima settimana infatti due giovani donne refusenik
finiranno dietro le sbarre.
In questi mesi, il
movimento dei refusenik sta acquisendo un peso sempre maggiore, o in
definitiva niente è cambiato?
Di sicuro se ne parla di più. È più accettata l’idea di una
possibile obiezione di coscienza, rispetto ad anni fa.
Trova che la società
israeliana – dall’Esercito alla politica, ai media – sia molto
maschilista?
Sì, senz’altro. E la ragione per cui molti vanno nell’Esercito,
è perché questo ha un’influenza ancora enorme sulla società e sulla
politica israeliana.
Cosa pensa della
proposta di Ariel Sharon di evacuare gli insediamenti di Gaza?
Penso che sarebbe grandioso, se lo facesse. Ma aspetto di
vedere la cosa con i miei occhi. È difficile credergli.