Basterebbe dire no
di Alessandra Garusi 


23 dicembre 2003,  GERUSALEMME
Il padre e la sorella piangono la morte di un capitano Israeliano.
 

questo articolo è apparso sul sito http://www.peacereporter.net/it  il 23.2.2004

 

“La guerra è come il ping-pong: se uno dei due smette di giocare, la pallina si ferma”.

Ha detto queste parole Dana Bar, una rappresentante del movimento degli Shministim (studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori che rifiutano la leva), davanti al Comitato di Coscienza dell’Esercito. E il suo semplice ragionamento li ha fatti imbestialire. Così tre secondi dopo è arrivato l’esonero. Che lei ha scelto di trasformare in servizio civile presso il reparto emergenze dell’ospedale “Tel Hashomer”. Dunque, per questa coraggiosa 19enne non si sono spalancate le porte del carcere; un “onore” riservato invece ad altri cinque giovani refuseniks – Noam Bahat, Matan Kaminer, Adam Maor, Haggai Matar, Shimri Tzameret – dal 7 gennaio scorso rinchiusi nel carcere militare di Athlit. Perché questa distinzione? Forse perché Dana Bar è una donna? Esiste una discriminazione all’interno dell’Esercito israeliano? Nella società israeliana il mito del macho resta dominante? Ecco l’intervista che Dana Bar ci ha rilasciato.


Quando ha deciso di fare la refusenik? Ci può raccontare, in dettaglio, come è andata?
Ho sempre saputo, sin dall’infanzia, che non avrei mai imbracciato un fucile e non avrei mai sparato. Ma solo due anni fa, quando incontrai per la prima volta un refusenik, mi resi conto che c’era già un nome per la mia protesta. Così ho scritto al Comitato di Coscienza dell’Esercito ancor prima di ricevere la cartolina. Il Comitato è una specie di circo. Alcuni uomini più anziani all’inizio hanno tentato di spiegarmi che non ero una vera pacifista. Ho risposto loro che la violenza è come il gioco del ping-pong in cui la pallina va da una parte all’altra: se uno dei due smette di giocare, la pallina si ferma. A quel punto, un membro del gruppo – un religioso – ha cominciato a inveirmi contro, dicendo che lui era un tennista professionista e che io, al confronto, non ne sapevo niente. Abbiamo discusso un po’. Poi hanno fatto entrare il mio fidanzato, che m’aveva accompagnato come testimone. Tre secondi dopo, avevo la mia esenzione dal servizio.

Come definirebbe il movimento dei refusenik?
Penso che questo sia lo strumento più forte che abbiamo oggi per porre all’opinione pubblica israeliana la questione morale all’interno dell’Esercito.

Qual è stato il commento dei suoi genitori alla decisione di diventare una refusenik?
Certamente, a loro non è piaciuta. Con gli amici è andata meglio: hanno capito quasi tutti. Di positivo oggi c’è comunque questo: si riconosce l’ambito assolutamente privato di una decisione del genere. Lo si può condividere o meno, ma il rispetto è d’obbligo.

Quante sono le donne all’interno del movimento dei refuseniks?
Nel movimento di cui faccio parte (quello degli Shministim), sono circa la metà, cioè 150 su oltre 300. Mentre i gruppi di coloro che rifiutano il servizio di riserva sono composti esclusivamente da uomini, dato che le donne non hanno obblighi successivi al servizio di leva. Lo Shministim, a partire dalla “Lettera degli studenti dell’ultimo anno delle superiori 2001”, è dunque l’unico movimento di refusenik veramente egualitario.

Per quale ragione le donne refusenik non finiscono in carcere, a differenza dei loro colleghi uomini? I vertici temono reazioni nell’opinione pubblica o da parte dei media?
La spiegazione ufficiale è che non vanno in carcere perché “nell’Esercito c’è meno bisogno di loro”. È una visione molto militarista e sciovinista questa. Ma qualcosa sta cambiando in Israele: dopo l’inizio del processo ai cinque refusenik – Noam Bahat, Matan Kaminer, Adam Maor, Haggai Matar, Shimri Tzameret – e dopo il loro ingresso nel carcere militare di Athlit, il 7 gennaio, i vertici dell’Esercito vogliono dare maggior filo da torcere anche alle donne. Entro la prossima settimana infatti due giovani donne refusenik finiranno dietro le sbarre.

In questi mesi, il movimento dei refusenik sta acquisendo un peso sempre maggiore, o in definitiva niente è cambiato?
Di sicuro se ne parla di più. È più accettata l’idea di una possibile obiezione di coscienza, rispetto ad anni fa.

Trova che la società israeliana – dall’Esercito alla politica, ai media – sia molto maschilista?
Sì, senz’altro. E la ragione per cui molti vanno nell’Esercito, è perché questo ha un’influenza ancora enorme sulla società e sulla politica israeliana.

Cosa pensa della proposta di Ariel Sharon di evacuare gli insediamenti di Gaza?
Penso che sarebbe grandioso, se lo facesse. Ma aspetto di vedere la cosa con i miei occhi. È difficile credergli.