Spunti di riflessione dal romanzo di Adriano Petta e Antonino Colavito, Ipazia, scienziata alessandrina, Lampi di Stampa, 2004

Ipazia, tra simboli e gabbie

di Serenella Bischi


Nella sua introduzione al Libro di Ipazia, scritto alla fine degli anni '70, Mario Luzi, illustrando al lettore la strana genesi e le motivazioni del dramma, si interroga sulla potenza dei nomi: "Nomi numinosi, che lasciano passare una quantità di vita che oltrepassa le persone che li incarnano e li fecero ricordare", "nomi-mantra che emettono messaggi ed avvisi, nomi nei quali è compresa una forza di significazione che attende il suo momento per manifestarsi (..). Dietro di essi si aprono gorghi di incandescenza o di vuoto e la mente viaggia in un universo dai confini incerti bordeggiando un arcipelago brulicante di grumi che non si sa più se sono relitti di esperienze perdute o embrioni di esperienze da fare (…) Quasi a conferma che la focalità non è in un episodio, sia pure molto forte, ma, come dire?, in una sorgente che sintonizzata continua a emettere pulsazioni."

L'impressione primaria, forte, che scaturisce dall'impatto in primo luogo con l'argomento stesso Ipazia, in secondo luogo con il testo di Adriano Petta e Antonino Colavito, è esattamente quella dell'incontro con una di queste "condensazioni di esperienza", una di quelle fonti di emissione continua che maggiormente sono in grado di dirci qualcosa di determinante su noi stessi e sulla nostra storia.
Sebbene il punto di vista da cui gli autori affrontano la figura e l'episodio di Ipazia sia molto distante da quello del dramma di Luzi, uno dei risultati analoghi a cui ci porta la lettura del libro è proprio il contatto con una di quelle sorgenti, contatto che annulla ogni illusoria barriera spazio-temporale. Ipazia percorre i capitoli di questo libro dall'Alessandria del 400 d.C. ad oggi, senza soluzione di continuità.

La visione di Luzi è una visione tragica e ampia, in cui la vicenda è osservata, si direbbe, dall'altezza delle sedi dello Spirito e delle ragioni, troppo spesso crudeli e incomprensibili, della storia. Il libro di Petta e Colavito è un compagno di viaggio che parla dalla dimensione del nostro presente di costruttori della storia, che parla delle nostre passioni, delle nostre lotte e delle nostre speranze, del nostro orrore e della nostra legittima incapacità di comprendere. E' un libro di "parte", così indispensabile alla restituzione della giustizia e al superamento delle parti.
Su Ipazia diversi autori in passato hanno scritto.

Tra questi, nel 1800, il poeta Leconte de Lisle, radicale avversario del cristianesimo e adepto dell'estetica parnassiana, volta al paganesimo come religione della bellezza e della sapienza, Charles Kingsley, sacerdote anglicano che la fece protagonista di una sua novella; il cattolico francese Charles Péguy, che, agli inizi del 1900, la elogia per essere "rimasta in armonia così perfetta [...] sino alla morte e durante la morte [...] mentre il mondo intero crollava, frantumandosi per tutta la vita temporale dell'universo e forse per l'eternità", e inoltre Chateaubriand, Voltaire, Proust, Fielding, Diderot, Leopardi, Monti, Pascal, Luzi, Calvino e altri. Ma Ipazia non è divenuta mai un personaggio noto, accessibile a tutti, familiare alla coscienza contemporanea. Non c'è da stupirsi: è stata cancellata dal palcoscenico della vita e della storia con una tale feroce e accanita determinazione, che di lei non è rimasta quasi traccia negli annali ufficiali della scienza, della filosofia, della storia tout court. Per questo, farla rivivere è ogni volta un atto di giustizia e di amore.

Si tratta quindi di un'operazione letteraria importante, che mi sentirei di definire "fuori dal coro", e per questo ancora più importante: andare a ripescare la figura dell'antica dimenticata filosofa alessandrina e immettere sul mercato una vicenda apparentemente così poco spendibile al giorno d'oggi! Ci si potrebbe domandare a chi può interessare un'operazione del genere nell'attuale contesto editoriale e dei lettori, se non a qualche erudito storico appassionato del periodo. Eppure, leggere Ipazia è, come dicevamo, un'"esperienza di contatto", un'esperienza che va al di là dell'interesse puramente storico: questo romanzo, che ha quasi la struttura di una scorrevole sceneggiatura cinematografica intervallata da squarci lirici - i "fatti" da un lato, l'"interiorità" dall'altro - è pervaso di concreta utopia e della passione per un'eterna attualità.

Il libro di Petta e Colavito, pur narrando uno degli episodi più infami del martirio della persona, dell'intelletto e della libertà, è in grado di offrire ad ogni lettore la visuale di due autori che non si arrendono alla storia, ai fatti come si sono svolti, ma, attraverso gli occhi innocenti e "vergini" dei protagonisti che li hanno vissuti in prima persona, rivivono gli avvenimenti con il loro stesso senso di stupore, di sgomento e di "scandalo", con la stessa indomita passione e indistruttibile fede nel futuro. Da questo emerge, al di là dell'atroce realtà dei fatti narrati, la volontà di riallacciare quel filo che collega il passato al presente e al futuro (filo addirittura esplicitato negli intermezzi lirico-filosofici affidati alla voce di Ipazia attraverso la penna di Antonino Colavito), che attualizza tutto il senso della vicenda e la cui comprensione ha il potere di cambiare le cose. Si compie così un lavoro prezioso: quello di rimettere sul tappeto questioni che a molti osservatori "più che distratti" rischiano di apparire superate. Non lo sono affatto. Una di queste è ciò che con termine vago si definisce "questione femminile" e che in questo caso mi sembra di poter meglio definire come "costruzione storica di un'identità di genere": a noi donne in particolare, Ipazia parla del sistematico stupro della nostra identità perpetrato nella storia.

Ci parla della nostra rabbia (e la parola "rabbia" non basta affatto, è insufficiente a portare sulle sue spalle il peso esplosivo di questo sentimento), quella rabbia che abbiamo sempre sperimentato sulla nostra pelle per l'ingiustizia e l'idiozia di un mondo che non ha mai dato per scontata la nostra qualità di soggetti, di esseri portatori di individualità. Ci parla della nostra storia di rimozione e di adattamento per la sopravvivenza. Operazione in cui siamo state incredibilmente e "amorevolmente" sostenute e facilitate da tutte le autorevoli voci di una cultura strutturata secondo le esigenze di una visione e di un potere maschili. Tra queste voci, per l'appunto, quelle di quasi tutta la letteratura e le istituzioni religiose di ogni epoca e di ogni parte del mondo, che ci hanno sempre voluto spiegare chi siamo, cosa siamo e come dobbiamo essere. Tra queste voci, il coro assordante di ultrasuoni - e non - che ancora ci bombarda, quotidianamente, da tutto l'apparato mediatico della nostra società, nutrendoci costantemente di un'imagerie che è chiara indicazione di identità e di ruolo, al di fuori dei quali non esiste per noi individualità, non c'è esistenza (non ci sentiremmo forse perdute, senza che ci venisse quotidianamente ricordato attraverso la pubblicità, i media o i dettami di varie morali pseudo-religiose, pseudo-psicologiche, scientifiche o sociali, che siamo "tette e culo" oppure "burqua", che siamo madri, fidanzate, "donne-manager", mogli, prostitute, regine del focolare…e via dicendo. In fondo c'è sempre bisogno di una definizione per noi: siamo ancora e solo oggetti, le streghe da mettere in copertina o da bruciare sul rogo).

Questo libro ci parla anche, quindi, della storia del genere femminile, una storia che ha visto le donne costantemente e inammissibilmente costrette a porre sul tappeto la questione "persona".
Sentire il peso schiacciante di questa onta, di questa ferita d'amore, di dignità e di rabbia, è gradino indispensabile per comprendere l'universo femminile. Credo che non ci sia vera entrata in quell'universo se non attraverso questa porta.
Mi pare che proprio da questo sentire sia generato Ipazia, scritto da due cuori maschili in grado di compiere il miracolo della comunicazione e di trasmetterci tutta la sincerità e la bellezza della loro limpida passione. Un cuore di artista che sente l' urlo di dolore e di rabbia di questo universo per tutte le stragi che ha dovuto e deve subire, è "costretto" a scrivere Ipazia.
Incontrare la figura di una scienziata e filosofa del calibro di Ipazia, vissuta in Alessandria d'Egitto ben 16 secoli fa, ripercorrerne con gli stessi appassionati e attoniti occhi degli autori il luminoso cammino e la tragica fine, è in effetti, per ognuna di noi, esperienza di contatto con quel profondo vissuto di dolore e di rabbia, nonché con tutta la serie di mistificazioni che ha contribuito alla costruzione storica della nostra identità di genere.

Il più radicato e comunemente accettato degli stereotipi trasmessici da questa cultura è che noi donne, si sa, non abbiamo po