La stagione degli uragani è appena cominciata.
di Starhawk

Traduzione di Maria G. Di Rienzo


Marina Abramovic


Quando l'uragano Katrina ha colpito mi trovavo a Crawford, a Camp Casey, nel Texas. Vi ero andata per portare solidarietà a Cindy Sheehan, la madre accampata fuori dal ranch di Bush per chiedere un incontro con lui e porgli la semplice domanda: "Per quale nobile causa mio figlio è morto?"

Cindy è una donna formidabile, una donna senza paura perché ha già perduto ciò che amava di più. La perdita ed il dolore possono trasformarsi in forze potenti. Camp Casey era pieno di persone che avevano sofferto perdite reali a causa della guerra in Iraq: famiglie di soldati, veterani di ritorno dalla guerra, madri che hanno perduto in essa i loro figli.

Lungo la strada vi era un grande campo di croci, a rappresentare i morti. Dall'altra parte, un piccolo gruppo di contro dimostranti si riuniva ogni giorno. Non restavano per la notte. Dalla nostra parte, restavamo accampati nel fossato, in un calore terribile, grattandoci per il sudore e i morsi degli insetti. I contro dimostranti gridavano slogan e andavano su e giù per la strada, suonando il clacson, in automobili decorate con adesivi che proclamavano il loro amore per Bush. David, il mio compagno, un attivista di lunga data nel movimento per i diritti civili e un renitente alla leva ai tempi del Vietnam, mi ha detto scherzando che avrebbero avuto bisogno di qualche lezione: era stato provocato assai meglio ai suoi tempi, da razzisti e fanatici anticomunisti. Il peggior cartello che innalzavano recitava: "Gli anni '60 sono finiti: perché non ve ne andate a casa?" Qualcuno dalla nostra parte ne innalzò uno di risposta: "Anche gli anni '50 sono finiti: perché non ve andate voi?"

Bush ed i suoi alleati sono esperti nel fabbricare emozioni, spronare la paura, sfruttare i decessi. Ma a Camp Casey l'aria era permeata dal dolore vero delle persone. Una donna mi disse che sua madre non usciva mai di casa, ma che lei l'aveva portata lì affinché vedesse. In qualche modo madre e figlia erano degli archetipi repubblicani: vestite in modo convenzionale, con il loro accento texano e grandi cappelli da sole. Lo zio della donna, fratello della madre, aveva partecipato alla guerra del Golfo e ne era tornato mentalmente ed emotivamente devastato, ne' si era mai ripreso.

Perciò la figlia aveva convinto la madre ad uscire, ad unirsi a noi, a chi aveva perduto veri figli, vere vite. Io ricambiai la loro storia con quella di Billy, figlio della mia migliore amica fin dalle elementari. Mary ed io giocammo insieme con le bambole di carta, urlammo per i Beatles e ci divertimmo pazzamente insieme durante gli anni '60. Mary fu la prima delle mie amiche a restare incinta, a 19 anni, ed io la aiutai attraverso il conflitto con la sua famiglia ultraconservatrice, attraverso il suo difficile matrimonio ed il suo complicato divorzio. Poi non fummo più in contatto per molti anni.

Il ricordo che avevo di suo figlio Billy era quello di un bimbo di due anni con i riccioli da angioletto. Anche lui andò alla guerra del Golfo e tornò. Poi prese un fucile, andò sulla spiaggia e si uccise, uno delle migliaia di "effetti collaterali" non conteggiati, uno delle migliaia di suicidi, di malati cronici, di persone distrutte da quella guerra.

I rifugi per i senzatetto e le strade sono ancora piene di uomini della mia generazione, i fantasmi viventi del Vietnam. Oggi i servizi per i veterani sono stati ulteriormente ridotti, gli ospedali hanno chiuso. Mio zio e mia zia, dal lato comunista della mia famiglia, hanno lavorato tutta la vita per i servizi sociali, incluso il sostegno ai veterani, ed orgogliosamente, perché mia zia diceva che farlo era la cosa più vicina al socialismo che si potesse avere in questo paese.

La gente che protestava a Camp Casey parlava spesso di "catene di comando", "missioni" e "ordini dall'alto". Uno dei miei amici disse: "Ehi, sembra di stare nell'esercito!" e qualcuno gli rispose: "Ma noi siamo l'esercito." Ed era vero, perché erano le persone più direttamente toccate dalla realtà della guerra: madri con medaglie d'oro per i figli caduti, soldati che erano tornati dall'Iraq, i Veterani per la pace, le famiglie dei militari. La base naturale dei sostenitori di Bush, insomma, che si rivoltavano non contro il concetto di "autorità", ma contro il suo abuso, contro  il tradimento della loro fiducia.

Quando domenica notte arrivarono le notizie che riportavano il progresso dell'uragano e predicevano il disastro a New Orleans, l'atmosfera al campo era cupa. Un video ci stava mostrando nei dettagli gli effetti dell'uranio impoverito sui bimbi che nascono in Iraq: bambini ciclopi, con un unico occhio in mezzo alla fronte, bambini con teste piene di escrescenze tumorali, bambini che non sembrano nulla di più di un'indistinta massa di carne. Raggomitolato accanto a me, un dimostrante proveniente da New Orleans inveiva singhiozzando a dirotto. I ponti erano stati chiusi, non avrebbe potuto raggiungere i suoi cari. E le notizie da radio e tv ci stavano dicendo che migliaia sarebbero morti, a New Orleans.

L'industria petrolchimica ha regnato a lungo nella zona, libera di distruggere le paludi e gli acquitrini che sono la protezione naturale contro gli uragani. Una bella fetta della Guardia Nazionale della Louisiana, il cui compito è quello di intervenire durante i disastri naturali, è in Iraq. Il resto si trovava in Florida, al momento della sciagura, occupata a spostare dell'equipaggiamento militare fuori dal percorso dell'uragano. I fondi per la prevenzione sono stati sistematicamente tagliati dall'amministrazione Bush: i soldi servivano per finanziare gli attacchi a Baghdad e Fallujah.

Gli uragani vengono gonfiati dal calore dell'oceano, e tutta la zona è calda in modo abnorme a causa del surriscaldamento globale, cosa che Bush ed i suoi alleati non vogliono ammettere stia accadendo. Il surriscaldamento del pianeta può non essere la causa diretta di Katrina, ma senza dubbio ha ampliato la sua forza e la sua furia.

New Orleans, come Casey Sheehan, è una vittima di guerra. Mi immagino Cindy raggiunta nella sua veglia da una madre di New Orleans, una di quelle i cui piccoli sono morti di disidratazione nelle loro braccia, al Superdrome, che chiede a Bush "Perché il mio bimbo è morto?" E Bush, se fosse onesto, dovrebbe risponderle: "Il tuo bimbo è morto dell'incompetenza e dell'insensibilità che false credenze giustificano." E' morto perché c'è chi crede che l'economia e la tecnologia, alimentate da petrolio e gas a basso costo, possano continuare ad esistere nelle forme attuali.
Che i profitti di chi beneficia di tale stato di cose sono di importanza grandiosa, e devono essere protetti ad ogni costo.
Che la guerra fa bene agli affari.
Che l'impatto ambientale non debba essere conteggiato nei costi del fare affari, e perciò non conta.
Che la tecnologia ha trasceso la natura.
Che il surriscaldamento del pianeta non ha conseguenze di peso.
Che il governo non deve nulla alla cura ed al sostegno dei cittadini.
Che le vite dei poveri non hanno molto valore, dopotutto, specialmente se a questi poveri capita di essere di colore.
Che il modo di rispondere a domande difficili sia deridere e diffamare chi le fa.
Che un buon servizio sui media possa ridefinire e rimodellare la realtà.
 

Ma la realtà ha un suo modo di essere che ti si attacca addosso. Il dolore reale, le reali perdite: questi sono i veri risultati delle politiche di Bush. I suoi amici neocon mantengono il proprio potere fabbricando paura e sfruttando i morti. Ora, i veri morti sono tornati dalle tombe in cerca di loro.

E allora mi immagino Cindy e la madre di New Orleans raggiunte dalle madri irachene. Vedo le strade di Crawford intersecarsi con quelle di Baghdad e vedo i neonati deformi, i bambini fatti a pezzi, i corpi inzuppati di sangue. E sento questo coro di voci che chiede: "Perché? Per quale nobile causa? Quale grande dono ci stai portando? Cos'è questa democrazia che abbandona i poveri mentre annegano?"

Vedo le madri comporre i corpi dei morti di fronte ai cancelli del potere. E vedo che noi ci uniamo a loro, e la tempesta si muta nel vento della giustizia, nel vento del cambiamento. Oh, sì. La stagione degli uragani è appena cominciata.

 


Starhawk, vero nome Miriam Simos, scrittrice, è una delle voci più note del movimento che si rifà alla "spiritualità della terra". E' una pacifista ed un'attivista da lunga data, fin da quando fu incarcerata quindicenne per aver protestato contro la guerra nel Vietnam. I suoi lavori come scrittrice sono stati tradotti in tedesco, danese, olandese, italiano, portoghese, spagnolo, francese e giapponese.

03/10/2005