Woke e patriarcato

Lea Melandri

 

Per chi ha alle spalle, come nel mio caso, un lungo percorso di impegno politico, la separazione tra diritti sociali e diritti civili, che si è ripresentata con il dibattito intorno alla parola woke, arriva potrei dire, oltre che nota, familiare. Con i movimenti libertari e non autoritari del ’68 il dualismo, in tutte le sue forme – femminile/maschile, corpo pensiero, natura/cultura, biologia/storia, sentimenti/ragione, individuo/società, ecc. – , diventa oggetto di analisi e di critica e, di conseguenza, si cominciano a vedere i “nessi” che da sempre hanno tenuto insieme i poli contrapposti della dualità.

Uno degli articoli più illuminanti sotto questo aspetto fu quello di Elvio Fachinelli, Il desiderio dissidente pubblicato su Quaderni piacentini nel febbraio 1968. Nella sua geniale lettura della protesta degli studenti, Fachinelli scriveva: «La difficoltà del marxismo di fronte al ’68 fu dovuta al fatto di trovarsi davanti masse che chiedevano la rivoluzione e, contemporaneamente, non erano ancora entrate nel sistema della produzione sociale, non erano dunque immediatamente e chiaramente inquadrabili in termini di classe […] È questa diversa logica di comportamento rispetto al reale e al possibile che io chiamai “desiderio dissidente” […] l’aspetto iniziale, e si potrebbe dire genetico, del movimento che viveva contrapponendosi alla logica del soddisfacimento dei bisogni fino ad allora dominanti».

Con la comparsa, pochi anni dopo, del movimento delle donne sarà lo slogan “il personale è politico” a portare l’attenzione sui legami che ci sono sempre stati tra sessualità e politica, a mettere in discussione la “privatizzazione” di vicende universali dell’umano, a ripensare la politica partendo da tutto ciò che era stato considerato “non politico”, come il rapporto uomo – donna, a guardare all’economia da quegli interni di casa dove il lavoro di cura delle donne era stato considerato fino ad allora come “dono d’amore”.

Con quel salto della coscienza storica che è stato il femminismo degli anni ’70, avrebbe dovuto cambiare anche l’idea di rivoluzione, ma è stata proprio la sinistra extraparlamentare a ostacolare, per non dire “osteggiare”, come riconobbe anni dopo Rossana Rossanda, il separatismo dei gruppi di autocoscienza, considerati una minaccia per la “grande unità di classe”.

A lungo, e in parte ancora oggi, il cambiamento al centro delle teorie e pratiche del femminismo, sarebbe stato visto come questione “culturale” o “sovrastruttura” per usare un temine marxista, rispetto alla “materialità” dello sfruttamento economico. Non si riconobbe nella parola “differenza”, legata al ruolo o identità del maschio e della femmina, all’identificazione del “principio paterno” con la spiritualità, l’immortalità, e del “principio materno” con il corpo, l’animalità, la radice biologica degli umani, il fondamento di tutte le forme di dominio di violenza, di ingiustizia, che la storia ha conosciuto: classismo, razzismo, colonialismo, fascismo, ecc.

Negli anni ’70 non sono mancate battaglie femministe per i “diritti civili” – il divorzio, l’aborto, la riforma del diritto di famiglia, la richiesta di una legge contro lo stupro – ma ogni volta si faceva notare che a monte c’era la cancellazione del sessualità femminile, la maternità come obbligo procreativo, la donna confinata in un genere, un ruolo, una funzione – moglie di, madre di – una espropriazione profonda, non meno materiale dello sfruttamento economico: la cancellazione della donna come “persona”. La divisione sessuale del lavoro, che si regge ancora oggi sull’idea che “destino naturale” della donna sono la maternità e la cura – come recita l’articolo 35 della Costituzione -, è ciò che impedisce quanto scritto nella Costituzione stessa: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, la stessa retribuzione che spettano al lavoratore”.

Diritti sociali e diritti civili non solo non sono separati, ma si può dire che ogni forma di dominio e di ingiustizia ha il suo antecedente in quella guerra che ha visto il sesso maschile arrogarsi il governo del mondo, «come una stirpe – dice Freud ne Il disagio della civiltà – che ne abbia sottomesso un’altra (…) per sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarla, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lei nel possesso dei suoi beni, umiliarla, farla soffrire, torturarla, ucciderla».

Se sono oggi le destre a impugnare stravolgendola una parola, stay woke, nata per mantenere la vigilanza sulla legittimazione della violenza sulle donne, sui migranti, sui carcerati, sulle soggettività Lgbtq, sulle tante forme di marginalizzazione di chi esprime liberamente il suo dissenso, chiediamoci se ad aprire la strada al populismo di stampo fascista non sia stata in parte la difficoltà della sinistra, moderata o radicale, a far propri cambiamenti che la interrogavano sulla persistenza al suo stesso interno di una cultura patriarcale millenaria.

 

 

articolo uscito il 28 agosto su il manifesto

https://ilmanifesto.it/woke-e-patriarcato

 

 


 



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