Mezze verità

di Lea Melandri

 
Meret Oppenheim

 

Non c’è bisogno di far ricorso alla psicanalisi per capire che la verità emerge spesso dalla sua negazione, dall’uso insistente dell’avverbio “non”, messo a copertura di evidenze sempre meno contestabili, ma difficili da riconoscere e sopportare. Nonostante che la discussione sulla Finanziaria abbia steso una larga e spessa coperta su tutto l’orizzonte della politica, i temi tanto temuti della bioetica hanno fatto comunque la loro comparsa, e così si è potuto finalmente sottrarli alla definizione che li ha tenuti finora protetti in una suggestiva, romantica ambiguità: “eticamente sensibili”.

Di quale “etica” e quale “sensibilità” si trattasse si è avuta un’idea chiara negli incontri del Capo dello Stato con Benedetto XVI, in Vaticano, col cardinal Sepe, in occasione della visita al rione Sanità di Napoli, oltre che con scienziati e ricercatori. Poteri forti, chiamati a decidere su questioni essenziali che toccano i cittadini in ciò che hanno di più intimo, di meno politico – nel senso che si è sempre dato a questo termine-, hanno detto con abbondanza di dichiarazioni pubbliche quello che le imperscrutabili alchimie partitiche e parlamentari hanno mantenuto finora in una interessata indeterminatezza. Di fronte al pericolo, reale o temuto, di un’unità della nazione sempre più traballante, di una coesione sociale attraversata da faglie profonde, sono state non a caso le massime autorità dello Stato e della Chiesa a voler rassicurare il Paese, con quella “libertà” che i padri di famiglia hanno creduto riservata a loro dalla “natura”, ma che non appartiene certo ai ruoli istituzionali di Presidente della Repubblica e di Capo della Chiesa.

 

Declinante nella coscienza di uomini e donne, il patriarcato dispiega sulla scena pubblica i suoi massimi bagliori, cerimoniali e antiche onorificenze, e così facendo mostra l’inconsistenza dell’annosa diatriba tra laicità e religione, poteri che storicamente si sono combattuti e riappacificati, divisi e confusi, ma che parlano, a guardar bene, la stessa lingua: uso sapiente della negazione, convergenze effettive o auspicate, protocolli di intese ritrovate, ma in realtà preesistenti, allineamento sui “valori” di una tradizione ancora largamente radicata nel senso comune. Alcuni passaggi di questi incontri al vertice, tra Chiesa e Stato, meritano una riflessione attenta per la luce inquietante che gettano sul panorama politico a venire, quando le problematiche del corpo  -sessualità, unioni civili, eutanasia, fecondazione assistita- oggi materia di leggi, sperimentazione scientifica, richiami ecclesiastici-, diventeranno terreno franoso per schieramenti partitici, prassi parlamentare, rapporto tra società e istituzioni. Non sarà facile avviare una politica della vita che riconosca la “persona” come “soggetto morale”, soprattutto se anche la parte che si dice laica esita a svincolare i concetti di  “etica”,“vita”, “persona”, dalla cornice astorica di sacralità e trascendenza con cui vengono riproposti dal Vaticano.

 

Più ferma sul suo terreno e su una rappresentazione dell’umano che sa essersi confusa da millenni con l’identità di popoli e culture, è quasi sempre la Chiesa, attraverso le sue gerarchie, a diffidare di somiglianze, condivisioni, disponibilità al dialogo, a smascherare le reticenze e i bizantinismi dei politici. Sulla necessità che, riguardo ai temi della bioetica, si arrivi a “soluzioni condivise e ponderate”, cioè riconosciute “anche da parte delle più alte autorità religiose”, hanno insistito più volte sia Napolitano che alcuni noti scienziati, come Boncinelli e Rubbia: hanno parlato di una “missione formativa comune”, del “prezioso servizio” reso dalla Chiesa alla coesione sociale, della “componente ideale e spirituale” che la politica non dovrebbe perdere  -senza precisare di quale fondamento etico si stia parlando, e quindi di fatto lasciando il dubbio che si tratti della stessa morale, degli stessi valori.

In ogni occasione di incontro, il Papa o i cardinali presenti hanno abbozzato vicinanza di intenti, ma rimarcando subito dopo la diversità della loro posizione su una materia che considerano appannaggio proprio, rispondente a un ordine che non sta nell’ “arbitrio” dell’uomo, tanto meno nella libertà di scelta del singolo. “La Chiesa e i cristiani non mirano a una supremazia autoritaria sullo Stato e gli altri gruppi sociali, ma a realizzare valori, non ristretti a un credo, ma che ogni persona di retto sentire può condividere”. Che si neghi per affermare è di una evidenza sorprendente, dal momento che si precisa subito dopo che il “retto sentire” non è opinabile, ma riguarda “la tutela della vita dal concepimento fino alla morte naturale” e “la promozione della famiglia fondata sul matrimonio”.

Monsignor Rino Fisichella, intervenendo sul caso Welby, si preoccupa di portare chiarezza su un’altra delle ragioni ricorrenti del contendere, lasciata da entrambe le parti nell’ambiguità: la rilevanza pubblica della fede cristiana, a cui la Chiesa ritiene non venga dato il giusto riconoscimento, giudizio che tutti si sono sempre affrettati a smentire, forse fingendo ingenuità o forse convinti che davvero la Chiesa si accontenti di essere un interlocutore qualsiasi, una delle tante, diverse formazioni sociali presenti nel Paese. “Chi non vuole ascoltare la Chiesa sono frange laiciste su posizioni pregiudiziali e legittime lobby che sacrificano la vera scienza sull’altare dell’interesse corporativo” (Corriere della sera, 28.11.06). E’ così che anche agli scienziati, come Boncinelli e Rubbia, che vorrebbero trovare sui temi della bioetica “un’intesa con le più alte autorità religiose”, viene tolta l’illusione che “dialogo” voglia dire confronto di posizioni diverse: chi non è d’accordo con la Chiesa non è perché ha un “giudizio” proprio, ma perché vittima di “pregiudizi”; non è laico ma “laicista”, termine evidentemente spregiativo, non è portatore di un sapere scientifico, sia pure discutibile, ma solo di interessi “corporativi”, ovviamente molto meno nobili.

 

Sulla famiglia e sulle unioni civili  -così come sull’embrione e sull’eutanasia- è sempre la Chiesa a portare allo scoperto le sue convinzioni “irrinunciabili”, la sua “verità”  -che come tale non può essere oggetto di patteggiamento-, e a costringere indirettamente il fronte laico, se solo ne avesse il coraggio, a riformulare in modo meno confuso e reticente la sua visione delle cose, ad avviare, come ha scritto Piero Sansonetti su Liberazione (3-4.11.06), una “grande battaglia di idee”, o a riconoscere viceversa di condividere da sempre i valori e la morale cattolica, di rappresentare già, più o meno consapevolmente, quella “laicità sana” di cui parla spesso Papa Ratzinger.

 

 “Non si possono istituire strutture sociali  -afferma George Cottier, teologo pontificio- che sono delle ‘quasi famiglie’, perché in tal modo si indebolisce inevitabilmente la famiglia” (Repubblica, 8.12.06). Chi può dargli torto? L’esistenza di diverse formazioni sociali, qualificate, come recita il programma dell’Unione, “da un sistema di relazioni sentimentali, assistenziali, solidaristiche” - convivenze o unioni di fatto che vedono gli individui nascere, crescere, socializzare, amare, ammalarsi, invecchiare, morire- dice che la famiglia non è una “società naturale”, ma una costruzione storica, culturale; svela, perciò, anche il peso che ha avuto la “naturalizzazione” del rapporto uomo e donna nel prolungare nel tempo il dominio del sesso maschile, l’assetto patriarcale della famiglia e della società.

Ammettere questo dato di realtà non impedisce ai credenti più ligi al dettato della Chiesa di continuare a vedere la coppia formata da un maschio e da una femmina come rispondente a un ordine naturale e trascendente. Ma si riapre, volendo essere coerenti, il discorso sull’articolo 29 della Costituzione, la domanda se e quanto la definizione che vi è contenuta della famiglia corrisponda oggi al sentire della maggior parte dei cittadini. E’ una discussione che deve avvenire nella società e nel parlamento, non, come si sta configurando, a livello dei vertici della Chiesa e dello Stato.

 

Se è vero, come ha scritto Miriam Mafai, che oggi il privato ha fatto irruzione nella vita politica, che “uomini e donne chiedono assoluta libertà per le loro autonome scelte nella vita privata, ma anche il riconoscimento delle loro libertà e diritti”, è chiaro che questa rivoluzione copernicana costringe a ripensare la “persona” e le vicende esistenziali che la riguardano, così come sono state  finora, poste sotto un dominio patriarcale legittimato in nome di Dio o della natura, o di entrambi. Nuovi diritti e nuove libertà non si danno quasi mai senza mettere in discussione antiche schiavitù o illibertà. Soprattutto, è un passaggio che non avviene quasi mai senza conflitti, divisioni, assunzione di responsabilità, chiarezza nell’esplicitare le proprie idee, i propri valori, sincera disponibilità a confrontarli. Il che significa anche riconoscerne la parzialità.

Chi si sente depositario di una verità che ritiene indiscutibile, è chiaro che non accetta il “dialogo” e che considera “condivisione” l’adeguamento dell’altro alle proprie posizioni. E’ davvero triste e ragione di vergogna per gran parte della cultura politica che si definisce laica, il fatto che una parola franca e inequivocabile sul “diritto di morire”, sia venuta da una persona, come Piergiorgio Welby, a cui non era rimasto, della padronanza del proprio corpo, altro che un impercettibile movimento degli occhi. “E’ il mio corpo che vorrei mi fosse reso come forma necessaria del mio spirito, del mio pensiero, della mia vita, della mia morte…accusato di strumentalizzare la mia condizione, sono invece limpidi obiettivi, ideali umani, civili, politici” (Repubblica 9.12.06).

 

Forse sono in tanti a condividere questi “limpidi obiettivi”, ma pochi disposti a gridarli a voce alta, quella voce che mancava a Welby, ma che abbiamo sentito ugualmente e che ancora  resta nella orecchie, in pensieri privati, nascosti, incapaci di dirsi pubblicamente e con forza. Come si può pensare che possano esserci “convergenze” tra questo riconoscimento del diritto e della libertà dell’individuo nelle scelte riguardanti il proprio corpo e l’affermazione più volte ripetuta dal Papa, che “la vita è un dono di cui il soggetto non ha la completa disponibilità”? Può darsi che né l’eutanasia né il testamento biologico, né la messa in discussione dell’articolo 29 della Costituzione  -che non è intoccabile, come sembra pensare l’intera classe politica-, non abbiano prospettive immediate di potersi affermare, come è avvenuto per la procreazione assistita, ma questo non impedisce di criticare la falsa pietà e solidarietà di chi pensa che ci siano sempre condizioni di abbandono, di indigenza, di pervertimento morale, dietro a scelte di libertà che vanno contro la tradizione e l’etica religiosa.

Nel tentativo di evitare uno scontro frontale col Vaticano, alcuni autorevoli commentatori, come Eugenio Scalfari, hanno persino pensato di “evangelizzare” una Chiesa dimentica dei suoi originari principi di amore per il diverso; altri, come Napolitano, di convincerla a modernizzarsi. Perché non provare invece a convincere quelli di noi che la diversità di idee, comportamenti, pratiche di vita e di relazione le conoscono, per averle fatte proprie e condivise con molti, a dare a questa alternativa di vita e di società una rappresentazione adeguata, una parola forte e chiara?

 

L’indifferenza, la sfiducia nelle istituzioni, stanno crescendo insieme a un desiderio di partecipazione politica senza sbocchi, mortificato nel suo stesso nascere o lasciato in balìa del populismo più sfrenato. La politica, filtrata da dibattiti televisivi prevedibili, con attori fissi costretti a recitare instancabilmente la stessa parte, comunica ormai solo per suggestioni, paure, rassicurazioni convenzionali. Proprio nel momento in cui entrano nella discussione temi legati alla vita di tutti, esperienze di gioia e dolore, nascite, morti, malattie, la parola politica si allontana, semplificandosi al massimo o perdendosi in accomodamenti contorti e mezze verità.

Nessuno si nasconde la difficoltà di entrare con l’occhio e il linguaggio delle istituzioni in quella che è stata finora la zona oscura della persona, dei vissuti soggettivi, delle passioni del corpo, della contraddittorietà dei sentimenti. Se il matrimonio è rimasto così a lungo, e contro ogni smentita, il grande traguardo degli innamorati  -oggi anche di molte coppie gay-, il coronamento del sogno d’amore, non è certo da imputare solo alla sua “sacramentalità” religiosa. Ma per riconoscere processi storici e sedimenti arcaici è necessario innanzi tutto definire con chiarezza i principi generali da cui si parte, anche quando sembrano aver contro tutto l’ordine esistente.    

 

questo articolo è apparso su Liberazione del 31 dicembre  2006