Il linguaggio del cuore

di Cindy Sheehan
traduzione Maria G. Di Rienzo



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Sono stata in Europa per due settimane. Ho ricevuto il benvenuto di Ken  Livingston, il sindaco di Londra, e sono stata salutata dal Ministro degli  Esteri, dal Vice Presidente e da altri membri del Parlamento: queste storie  ve le racconterò in un prossimo articolo.

L’onore più alto che provo oggi, negli Usa e in Europa, è incontrare le  famiglie i cui figli sono stati uccisi nella ‘guerra al terrorismo’ che  George Bush ha dichiarato al mondo. Non ha importanza se parliamo un  inglese dai differenti accenti, o spagnolo, o l’inglese dal tono di Glasgow della mia sorella scozzese nel dolore, Rose Gentle, il cui figlio  dolcissimo è stato ucciso in Iraq nel luglio 2004: i nostri cuori parlano lo stesso idioma di sofferenza e cantileniamo lo stesso lamento per una  perdita inutile.

In Scozia, mentre incontravamo i Ministri al Parlamento e  chiedevamo loro di far pressione sul governo a Londra e di ritirare le  truppe scozzesi dall’Iraq, con noi c’era Sue Smith, una donna il cui figlio  Philip è parimenti morto in Iraq lo scorso anno. La sua voce fluttuava e vibrava della perdita incalcolabile, mentre narrava del tradimento che ha  sentito di patire, nel seppellire suo figlio così presto e nell’udire le  menzogne di Blair, compagno di Bush in crimini di guerra. La ferita nel suo  cuore era fresca, e sanguinava apertamente. Nei suoi occhi ho visto il mio  cuore quale esso era un anno fa.

Alla Conferenza internazionale per la Pace a Londra ho incontrato il padre di Shaun Brierly, Peter. Shaun era nell’esercito britannico, ed è morto nel  marzo 2003, durante i primi giorni di guerra. Peter ha cercato di  disperdere il mio umore grave con il suo quieto umorismo. Ha tentato di  descrivermi cos’è stato per la sua famiglia perdere Shaun. In un pub  abbiamo brindato ai nostri figli, al nostro dolore, e in special modo alla  nostra risoluzione di mettere fine alla guerra, e di smascherare i  farabutti che governano i nostri paesi in modo vergognoso. Guardandoci  negli occhi appannati di lacrime, ci siamo promessi l’un l’altra che  saremmo rimasti fermi e forti nel nostro proposito.

Sempre alla Conferenza ho conosciuto Reg Keys e John Miller: entrambi i  figli di costoro sono ‘morti in azione’. Ci siamo presi in giro a vicenda  per i nostri vestiti: eleganti i loro, da ginnastica i miei. Reg Keys si  era candidato contro Blair alle elezioni, l’anno scorso, ed ha avuto un  risultato dignitoso. Lui e John si sostengono a vicenda nel dolore.

E’ duro esprimere la sofferenza, per i padri. Noi madri apriamo il cuore più  facilmente, i padri tentano di tenersi il male nel cuore, di controllarlo.  Ho anche incontrato Ann Laurence, che mi ha descritto la dolce campagna  inglese in cui vive e mi ha mostrato le foto del suo bel figlio morto in  Iraq, Marc. Aveva una voce quieta, e gli occhi riempiti di stanchezza e di  lacrime pronte a scorrere.

In Spagna, ho incontrato due donne i cui figli sono stati uccisi dalle  politiche dei governi degli Usa e della Gran Bretagna, due governi che mano nella mano hanno condotto i nostri paesi ad un’invasione impossibile ed  immorale, all’occupazione di un paese innocente e per lo più privo di difese. Maribel Permuy è la madre del cameraman Jose Couso, ucciso all’Hotel  Palestine l’8 aprile 2003, assieme ad altri giornalisti.

Con le nuove prove  che si manifestano, rispetto al desiderio di Bush di uccidere i giornalisti  di Al Jazeera ed alla vicenda del fuoco aperto su Giuliana Sgrena e sui  suoi soccorritori, io trovo difficile credere che l’omicidio di Jose sia  stato un incidente. La magistratura spagnola ha aperto un procedimento contro le truppe Usa che spararono un missile sull’albergo. Maribel non  parlava inglese, ed io lo spagnolo lo so poco, ma i nostri cuori si sono  capiti subito: il dolore e la speranza li hanno messi in relazione.

In  Spagna e nei paesi latino-americani mi chiamano "Madre Coraje" (Madre  Coraggio), ma Maribel lo è molto più di me. E’ decisa ad ottenere giustizia  per il proprio figlio, in modo fermo e privo di compromessi. E’ il suo  amore incondizionato, imperituro, per Jose e per gli altri suoi figli a  darle la forza di lottare. Abbiamo riso e pianto così tanto, insieme, che  mi chiedo se avremmo davvero comunicato meglio, parlando la stessa lingua.

Ho anche incontrato Pilar Mahon, a Madrid, una delle portavoce delle  famiglie colpite dall’agguato terroristico dell’11 marzo 2004. Suo figlio  Daniel è morto di quelle bombe. Il giorno in cui ci siamo viste, Daniel  avrebbe compiuto 22 anni. Pilar aveva gli occhi rossi dal pianto e riusciva  a stento a parlare, ma quando lo ha fatto la sua voce si è levata contro George Bush e l’ex presidente spagnolo Aznar, contro una guerra basata sui  sogni di petrolio dei neocons. La stessa bugia del ‘combattiamoli laggiù, così non dovremo combatterli in casa’ ha ucciso mio figlio Casey e Daniel.

Io brucio dall’indignazione, quando incontro persone come Pilar, che  dovrebbero festeggiare il compleanno dei figli e il Natale, ma che passano  i giorni a piangere sulle tombe dei loro ragazzi. C’è così tanta gente che  in questi giorni celebrerà festività segnate dalla sofferenza. Il Natale è  durissimo, per noi, non solo perché abbiamo perduto i nostri figli, ma  perché ricordiamo la felicità dei Natali passati. Fa male ricordare le  mattine in cui i bambini sono venuti a svegliarti, perché volevano aprire i  regali portati da Babbo Natale. Fa male tirare fuori le decorazioni, e appendere le calze, sapendo che una resterà vuota per sempre.

Perciò la  maggior parte di noi evita i festeggiamenti tradizionali, e in quei giorni  cerchiamo di sostenerci a vicenda attraverso la devastazione che ha  sconvolto le nostre vite. Una devastazione inutile, che si poteva evitare.  I nostri cuori vanno direttamente a connettersi a tutti coloro quest’anno che stanno sperimentando il lutto e la perdita, anziché il piacere e la  gioia di stare insieme. George Bush e gli altri distributori di dolore si prenderanno invece un  giorno o due di pausa dallo spiare gli americani, per festeggiare il  Natale.

Dick Cheney non prova sofferenza per la tragica perdita di vite  umane che la sua avidità ha causato. Ha avuto persino, pochi giorni fa, la  spudoratezza di fare una visita ‘a sorpresa’ in Iraq. Come osa mostrare la  faccia in un paese distrutto dalla sua insaziabile ricerca di oro nero, dall’oscena lussuria per il profitto della sua compagnia, la Halliburton, e degli altri profittatori di guerra’ Il male che questa gente ha fatto al  mondo è incalcolabile.

I popoli della terra vorrebbero che al loro dolore  fosse data risposta, e vorrebbero un po’ di giustizia per i danni che hanno  subito. Comunque celebriate le feste in questi giorni, per favore, ricordate le  famiglie che tenteranno di farlo con una parte di loro che manca. Ma soprattutto vi prego di ricordare gli americani e gli iracheni che  rischiano di morire in Iraq di vecchie e nuove menzogne.

In conclusione, voglio riportarvi l’estratto di un e-mail che ho ricevuto da una madre irachena. Suo figlio, Zaydoun Mamoun Fadhil Al-Samarai, un  ‘insorgente’ sciita, fu coinvolto nella stessa battaglia in cui Casey morì.  Zaydoun fu ucciso successivamente.

‘Noi, amica mia, pur nel marchio del dolore possiamo lavorare insieme,  ognuna di noi nel luogo in cui si trova, e mettere fine allo spargimento di  sangue, ed andare insieme verso la pace e l’amore che prevarranno, invece  che verso la guerra. Insieme, cara signora, possiamo lavorare per dare speranza di felicità a tutte le madri, perché abbiamo fatto esperienza del  male, abbiamo perso i nostri figli. Chi non fa esperienza del dolore non  capisce davvero la gioia. Sarò davvero felice solo quando la guerra finirà, e allora festeggeremo nella mia città, Samara, la città in cui il mio figlio maggiore Zaydoun era  nato. Zaydoun che avrebbe dovuto lamentare la mia morte, ed invece io ho dovuto lamentare la sua un mese prima che si sposasse. Ti mando anche i  saluti della sua fidanzata, che ancora lo piange. Infine, accetta la mia  profonda simpatia, da una madre che ha perso il proprio figlio ad un’altra  madre che ha perso il suo. Io spero che ci incontreremo, in cammino verso la pace, verso l’amore.  George Bush e gli altri hanno insegnato a troppa gente, nel mondo, il  linguaggio del dolore tramite le loro bugie e le loro dottrine dell’uccisione preventiva con lo scopo del profitto. Abbiamo bisogno di  imparare un nuovo linguaggio, una lingua amorevole e pacifica con cui  dobbiamo parlare, e persino urlare, ai nostri governanti, che capiscono  solo l’idioma dell’avidità e dell’omicidio. Peace, shalom, paz, salaam.’  
 

 

23 dicembre 2005