Questo intervento di Luciana Percovich è stato presentato al Convegno

organizzato da Armonie  
Dopo la Dea

Palazzo Malvezzi Sala dello Zodiaco - Via Zamboni 13

 Bologna - 21 febbraio 2004

 
Immacolate concezioni. L’Europa prima della nascita di Dio
 

Negli ultimi dieci anni ho lavorato intensamente intorno a una domanda che mi si era fatta pressante: che effetti ha prodotto la simbologia pesantemente ed esclusivamente maschile e patriarcale delle religioni monoteiste – nel cui universo simbolico siamo nate - sulla  vita spirituale delle donne?

Quale perdita, quale ferita profonda è stata per le donne vedersi sbarrata la ricerca di un’immagine di sé divina, di una via spirituale percorsa al femminile?

Nel mio cercare ovunque le tracce di un immaginario del divino diverso, ho riscoperto che addirittura, un tempo, dio era  una donna….Da qui è partita la necessità di rimappare i confini della Storia. E oggi il mio compito è un po’ questo, darvi un’idea della cornice storica, farvi intravedere la linea zigzagante della trasformazione nell’immaginario “religioso” della specie umana  dal femminile al maschile. ….

 Toccherò, per come si può fare nel breve tempo di un intervento, tre punti: la storia, la nascita di dio, il significato di alcuni simboli ancor oggi molto comuni.

 

 - Il primo dato che balza evidente è che la Storia di tutti i continenti, e anche la storia dell’Europa Antica (Gimbutas) è assai più vecchia di quello che ci hanno insegnato (e continuano a farlo) a scuola. Grazie alle continue scoperte avvenute durante tutto il ‘900 e a nuove discipline, tra cui la genetica delle popolazioni, e a più precisi sistemi di datazione, ora  è  necessario tirare indietro la memoria almeno fino a 30/20.000 anni fa, cioè a prima dell’ultima glaciazione, e in questo radicale spostamento di prospettiva i nostri consueti 4000 anni  di Storia Certa e Attestata sembrano rimpicciolire e di fatto si rivelano per quello che sono: la breve storia del patriarcato.

La pre-istoria  - parola sufficientemente ambigua da scoraggiare ogni ulteriore indagine e da condannare questo lungo, indefinito, inquietante periodo alla irrilevanza – ora comincia ad avere una precisa articolazione. E’ una parola che ricorda molto da vicino il termine barbari che usavano Greci e Romani per indicare tutte le popolazioni altre da sé e le parole hic sunt leones che un tempo sulle mappe geografiche definivano i continenti sconosciuti, ma tali ovviamente solo dalla prospettiva eurocentrica!

E da questa “preistoria” ci arrivano immagini di culture ginocentriche, altamente civili, pacifiche e legate alle stagioni e ai cicli della luna. In cui, oltre all’invenzione della ceramica e della tessitura, era in uso anche una forma originale di alfabeto, i cui esiti finali si possono trovare nei misteriosi lineare A e B di Creta.

- Strettamente intrecciato col piano della storia non detta è  il processo che porta alla nascita di dio: la figura di un dio, di Dio con la D maiuscola nella sua definitiva evoluzione in Unico Padre Creatore Trascendente dell’universo, nasce solo ad un certo punto di questa Storia Antica. Basterebbe un percorso iconografico a mostrarlo.

Nasce, come è naturale che sia, da un corpo di donna, che per millenni è stato rappresentato da solo. Poi le si annida in grembo, le sta seduto sulle ginocchia, poi diventa figlio/paredro/amante, dio della vegetazione, da lei trae la sua dignità e il suo potere, finché non si fa abbastanza scaltro/coraggioso/impudente e irriconoscente da prenderle il posto: in molti miti ormai di epoca storica la tira letteralmente giù dal trono (è il caso del mito numerico di Ereshkigal e di un mito egizio, per esempio).

Ma scalzando, uccidendo, rimovendo la “dea” si liquida,  cancella, rimuove una intera lunga fase della storia della specie umana, una elaborata e raffinata visione del mondo, incentrata sulla sacralità e la connessione, e si afferma un’altra, che nel breve periodo è sembrata assai più efficace, quella del dominio del maschio sulla madre, sulla terra, sulla donna, su ogni altro-da-sé: e nasce la religione, come tentativo istituzionalizzato, cioè affidato a una casta, non più pratica diffusa e quotidiana, di ri-collegare ciò che viene continuamente separato e rinnegato. Nasce la cultura del dominio e dello sfruttamento sulla terra.  Nei corpi delle donne viene ucciso il sacro e la loro anima.

- Alla fine farò accenno a qualche storia di Immacolate Concezioni, termine che va inteso in un’accezione ben diversa da quella cristiana. Le prime cosmogonie infatti sono molto più astratte, metafisiche, essenziali delle storie a cui ci siamo abituate dopo lo strappo  tra cosmo e umano: le cosmogonie olimpiche, per esempio, stanno a questi primi racconti di creazione come un quadro del rinascimento vicino a una scultura “primitiva” africana.

E  per mostrarvi il capovolgimento subito da quasi tutti i più antichi simboli sacri, vi porterò qualche esempio, quello del triangolo e della trinità, soprattutto, ma anche quello del binomio madre/figlio, così tipico dell’area mediterranea.

E come fin da 30.000 anni fa, tre donne – naturalmente disconosciute dall’establishment patriarcale –  sostengono le mie parole: Jane Ellen Harrison, Marija Gimbutas e Momolina Marconi.

 

Ho pensato di leggervi subito una preghiera, quella alla Regina del Sole di Arinna, che risale a circa 6000 anni fa e che penso suonerà anche a voi stranamente familiare. Viene dall’Anatolia.

Regina del sole di Arinna

tu sei la più altamente onorata.

Sia santificato il tuo nome,

perché sei più grande di ogni altro dio.

Tu sei colei che regna su tutto,

e reggi  ogni cosa

in cielo e in terra,

componendo le dispute,

dispensando la tua misericordia,

provando compassione per tutti

quelli che invocano il tuo nome.

Tu sei sorgente di ogni calore,

madre dei popoli di tutte le terre.

Celebriamo il tuo culto con la massima riverenza,

perché la tua giustizia è sempre presente,

anche quando permetti che altre divinità siano venerate,

nei loro giorni santi, con i loro sacrifici,

poiché esse proteggono i cancelli del cielo

stando rispettosamente ai tuoi fianchi

mentre trascorri per ogni giornata

in tutto il tuo splendore e la tua onnipotente gloria.

 

Notate, per inciso, che la dea è il  Sole, che ovunque in origine era percepito come femminile, come erano considerati originariamente femminili il cielo e l’acqua: il passaggio da femminile a maschile del sole è uno di quei momenti  che segnalano un cambio di paradigma, quando la dea si fa di terra, e il sole viene partorito dalla dea-terra e nella terra ritorna ogni sera. La dea si è fatta mamma. Il sole è diventato Ra,  Signore del Cielo e della Terra.

Ma di primo acchito, penso che di questa preghiera colpisca l’invocazione che ha delle evidenti analogie con «e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Si chiede alla dea di svolgere un ruolo regolatore, e ci si aspetta che risponda con compassione, amore, benevolenza. Anche il più tardo Padre nostro non mette in scena il dio terribile della Bibbia, ma conserva questa immagine di benevolenza che ne fa una delle preghiere più umane del cattolicesimo, che immagina dio come un buon padre, che è esistito nella nostra cultura più come ideale che nella realtà. Forse proprio perché che non di un padre si trattava all’origine, ma di una madre.

 

Ma veniamo  alla Storia. Si possono individuare almeno tre fasi distinte.

 

1. L’Europa è stata abitata almeno a partire da 400.000 anni fa: per esempio, nella Spagna centrale ad Atapuerca, vicino alle montagne di Burgos, sono stati ritrovati resti fossili di ossa in una caverna usata come tomba. Non era ancora né Neanderthal né  il Sapiens Sapiens, ma una varietà europea di homo erectus, chiamato homo heidelbergensis.

Nella Repubblica Ceca, a Dolnj Vestonica, sono stati trovati resti di tessuto, databili intorno al  27.000 a.c. Ed è proprio dal 30.000 in poi che inizia il  primo periodo ben documentato di una cultura che ha ritratto la dea in innumerevoli  modi e per tutta Europa:  da Lespugue e Laussel  nel nortd-ovest della Francia,  a Willendorf in Austria, in Italia nelle cosiddette Veneri di Savignano e del lago Trasimeno  e, andando verso est, nelle innumerevoli statuette trovate da Brno fino in Russia e in Siberia, tutte appartenenti allo stesso periodo. Nella grotta di Laussel possiamo addirittura indicare il primo “tempio”, scavato nella roccia, con la triplice rappresentazione delle “dee” con il corno lunare e il primo esempio di numerazione (13 tacche, calendario lunare o mestruale).

 

2. Il secondo periodo, successivo alla glaciazione, va  da circa 10.000 anni fa  fino ai primi arrivi documentati di genti proto-indo-europee, a cominciare dal 4000 a.c. E’ il periodo riportato alla luce da Marija Gimbutas nei suoi scavi nelle zone danubiana, balcanica e in Puglia..

Riferendosi alle sue scoperte Harald Haarmann, professore di Linguistica a Helsinki, ha potuto formulare la teoria secondo cui nell’Europa Antica, a partire dal 5300 a.c., cioé 2000 anni prima che in Mesopotamia, esisteva una scrittura lineare chiaramente collegata a funzioni sacre. Questa scrittura si era diffusa fino al mare Egeo, dove rimase in uso fino al periodo minoico-cretese.  In questa vasta area centro-meridionale d’Europa, anche le zone distanti geograficamente mantenevano contatti frequenti  non determinati da un qualche potere centrale. Si trattava cioè di un modello di civiltà molto diverso da quello della civiltà sumera (ritenuta fino a oggi la culla della scrittura), che era fortemente centralizzata e sovradeterminata dalle crescenti funzioni amministrative delle nascenti città-stato. Nell’Europa Antica non si sviluppò nessuna organizzazione di tipo statale centralizzato, dove la scrittura nacque dal bisogno di inventariare, numerare, catalogare beni, merci , ecc. Qui le iscrizioni avevano una funzione sacra, molto spesso legata al mondo dei morti e compaiono molto spesso anche su figurine femminili, oggetti di culto e offerte votive.

 

3. La terza fase interessa un’area geografica più periferica e ha una differente iconografia: è la cosiddetta Cultura Megalitica, che si estendeva dal Mar Nero alle isole del Mediterraneo  e poi risaliva  lungo le coste atlantiche della Spagna e della Francia fino alle Isole Britanniche, in un periodo presumibilmente (recenti scoperte farebbero arretrare la datazione di qualche millennio) compreso tra il 4.000 e il 2.000 a.c. La sua estrema manifestazione fu la civiltà cretese e terminò con l’arrivo dei popoli indoeuropei più famosi, i Greci e i Latini.

La maggior parte delle dee di questa area vennero assunte nel pantheon olimpico e le possiamo ancora trovare nei poemi omerici e nelle cosmogonie e leggende del mondo celtico e della mitologia nordica.

Dalla ricerca di Momolina Marconi vediamo che l’area coperta è in realtà più vasta, esce dall’Europa:

“Grazie allo studio delle sopravvivenze religiose di alcune divinità femminili nella religione romana, possiamo vedere come la grande civiltà mediterranea passasse attraverso il Mar Nero, attraversasse le valli del Tigri e dell’Eufrate fino ad arrivare alla valle dell’Indo (qui si riferisce alla pubblicazione delle scoperte di Gordon Childe 1935 e Ernest Mackay 1936): i ritrovamenti di Mohenjo Daro e di Harappa rivelano impensati rapporti tra il mondo religioso anatolico-egeo e quello dell’India pre-aria e farebbero pensare ai Dravida come a popoli di provenienza occidentale che, sovrapponendosi ad una primitiva popolazione negroide, sarebbero stati il veicolo della civiltà mediterranea sino alle foci del Gange ed all’isola di Ceylon”(in Riflessi Mediterranei nella più antica religione laziale, 1939)

 

M. Marconi chiama questo popolo, che aveva dato vita a una ricca e civilissima koinè, “i Pelasgi, un popolo dolicomorfo (cioè con una circonferenza cranica e struttura ossea leggermente minori rispetto ai successivi brachicefali indoeuropei), mediterraneo e preindoeuropeo, che attesta la sua presenza fin dal paleolitico superiore a ovest e a est dell’area egeo-anatolica….. In Italia possiamo trovare tracce di queste prime popolazioni a nord nei Liguri (i terramaricoli che abitavano l’Italia settentrionale da tempo immemorabile) e a sud (inclusa la Sardegna) nei Siculi, probabilmente oriundi dall’Africa e diffusi sino all’Asia minore e assai più oltre.

Solo nella parte finale dell’età del bronzo e la fase più arcaica dell’età del ferro si riconosce l’arrivo in Italia di nuove genti…Sono i Protovillanoviani… premuti da gravi rivolgimenti etnici avvenuti nella Balcania….non navigatori, non conquistatori bensì agricoltori in cerca di terre (inceneritori e non inumatori dei loro morti come i Pelasgi) che soltanto alla fine di un lungo processo si riconobbero col nome di Latini.”

Va ricordato che nemmeno i Villanoviani sono ancora indoeuropei ma mediterranei indoeuropeizzati nella loro sede balcanico-danubiana e che parlano lingue indoeruropee come effetto della colonizzazione, lingue che che avranno in Italia una lentissima infiltrazione sul blocco linguistico osco-umbro-volsco originario.

 

Le varie ondate di popoli indoeuropei (prevalentemente Greci e Latini nel mediterraneo, Celti a nord delle Alpi), tutti provenienti da est come più tardi anche i gruppi germanici e slavi e tutte le altre più recenti invasioni barbariche, ebbero enormi conseguenze sui modi di vita e sulle forme di culto delle popolazioni indigene.

Arrivavano a cavallo,  con abitudini nomadiche e non agricole, con la tecnologia del ferro, una organizzazione gerarchica al loro interno e un sistema di valori completamente diverso, basato sulla guerra e la conquista, le virtù del guerriero.

E dove non riuscirono le armi, gli incendi e gli stupri  alla fine trionfò lo shock culturale. La “dea” fu costretta a “sposare” il dio guerriero, la Madre di tutti i cicli vitali della natura rimase al massimo come memoria nell’antenata mitica di un clan, il Figlio prese il posto della Madre.

Dopo alcuni millenni (il processo non durò poco tempo) di continue migrazioni e di resistenza da parte della millenaria cultura dell’Europa Antica, il sistema guerriero vinse e il patriarcato si impose. 

Ma l’antico ordine non fu cancellato, semplicemente sparì dalla superficie. Sopravvisse e sopravvive

sotto le fondamenta dei nuovi templi e poi delle nuove chiese, nei significati nascosti dietro i  “nuovi” simboli, nelle leggende e nelle feste popolari soprattutto nelle aree periferiche dell’Europa, nelle mitologie e nei cuori della gente comune, negli abitanti dei villaggi, chiamati Pagani.

 

Dopo gli eserciti e l’Impero di Roma, il Cristianesimo sembrò portare un nuovo periodo di spiritualità e di pace, ma fu una breve illusione e l’imposizione di un Solo Dio Padre Onnipotente accese alla fine i Fuochi delle Streghe per oltre tre secoli ininterrottamente. E poi, né i principi dell’Età dei Lumi portati dalla rivoluzione francese né il marxismo posero fine alla distruzione di una spiritualità femminile e pacifica, che tuttavia attraverso la figura delle Madonne, sia bianche che soprattutto nere, delle fate e persino delle Frau Holla e della Befana non si è mai spenta del tutto negli interstizi della nostra civiltà patriarcale, cristiana, materialistica e scientifica.

Perché si possono tagliare e bruciare i tronchi degli alberi, ma non è altrettanto facile eliminare le radici, che qui o là, prima o dopo, ricacciano un nuovo germoglio (devo questa immagine a Mary Daly  in Quintessence, Realizing an Archaic Past).

 

Vorrei adesso darvi un’idea delle visioni cosmogoniche ginocentriche che sono incredibilmente sopravvissute a tutte queste vicissitudini. A differenza degli altri continenti, dove le antiche cosmogonie sono state rinarrate fino quasi a oggi, in Europa l’avvento  di una religione monoteista, di un Dio molto geloso, di una cristianizzazione forzata unita ad una sistematica demonizzazione di tutte le forme di credenza precedenti, le memorie dell’antica sapienza sono state più capillarmente cancellate, spesso capovolte o perlomeno filtrate attraverso la visione e i pregiudizi di quegli scrivani cristiani cui toccò alla fine di registrarle in scrittura.

Come ha ben mostrato M. Gimbutas, in origine la dea non ha un nome.

Era la manifestazione delle forze vitali che davano forma al mondo, era il simbolo delle leggi che regolano l’universo, era il Serpente, la Danza della Spirale nata dal Caos, che oggi chiamiamo DNA con il linguaggio della narrazione scientifica. Tutto l’universo danzava con lo stesso ritmo, seguiva la stessa armonia. Lei era la Dispensatrice di vita, collegata innanzitutto con l’Acqua e tutti i suoi simboli (zigzag, serpentine, reti, ecc.), rappresentata come corpo gravido pieno della promessa di vita e abbondanza, associata con l’Orsa e la Vacca e spesso accompagnata da animali selvatici che le stanno accanto.

Dopo la diffusione dell’agricoltura, fu collegata  con la Terra e i suoi cicli di nascita, raccolto e morte, ora più spesso accompagnata dall’Ariete, il cui vello veniva tosato, attorcinato e filato per la tessitura. Ora viene rappresentata piuttosto come fertile Scrofa, ma anche come Dea Uccello, associata all’acqua primordiale.

Nelle Età del Bronzo e del Ferro, è vista soprattutto come Colei che dà la Morte e la Rigenerazione: ora viene rappresentata come Avvoltoio, Corvo e Civetta, accompagnata dal Cinghiale, le cui corna hanno il potere di uccidere l’Amato dalla Dea (come viene raccontato nei miti di Iside e Osiride, di Cibele e Attis, di Afrodite e Adone, in cui il Figlio/Amante viene ucciso nel pieno dei suoi anni). Ma era sempre ancora Energia e Sviluppo, spirale e serpente. Albero della Vita, chevron, triangolo, occhio…..

La concezione della morte che regna durante tutte queste fasi è comunque quella secondo cui il morire è carico di significato, in quanto è momento di passaggio necessario di un processo in eterno divenire, e non il punto senza ritorno della vita. Tornare alla Terra è come tornare nel Corpo Vivente della Madre, perché la terra non è ancora “polvere” inanimata come nella maledizione biblica di Dio ad Adamo: “Polvere eri e polvere sarai”.

 

Una delle più antiche storie di creazione sopravissute in Europa, e che mostra molti di quei tratti messi in risalto da Gimbutas, è la storia di Ilmatar. Ilmatar significa sia Madre Cielo che Madre Acqua, e cielo e acqua si mescolano nella sua figura, che è molto simile alla madre creatrice degli Inuit, che noi chiamiamo Eschimesi.

 

Ilmatar scese sulle acque ondose dell’oceano sballottata tra i marosi, la schiuma e i venti dell’est. Spinta dalle onde, ondeggiò prima verso est, poi verso ovest, poi a sud e poi a nord. Infreddolita e spaventata cominciò a pentirsi di aver lasciato le gentili brezze della sua terra e quando ormai era al culmine della tristezza, si posò su di lei un’alzavola, che cercava un punto fermo su cui riposare e fare il proprio nido.

Allora la gentile Ilmatar alzò il suo ginocchio traendolo fuori dall’acqua e in questo modo dette forma alla prima collina, dove l’alzavola subito costruì il suo nido. La collina diventò verde e fiorita. L’alzavola depose sei uova d’oro e una di ferro. Ma Ilmatar dovette muovere il ginocchio, e nel farlo le uova caddero e si frantumarono. Ed ecco che dal guscio interno delle uova si formò la terra, da quello esterno la volta celeste, dal giallo il Sole, dal bianco la luna e dalle macchioline dell’albume le Stelle.

Ora Ilmatar galleggiava serena sull’oceano, fino a quando, un giorno sollevò la testa e iniziò una nuova fase della creazione. Con il dito formò i fiordi per procurare gli approdi, con le dita dei piedi sul fondo dell’oceano dette forma a caverne e anfratti in cui i pesci potessero deporre le uova; poi si allungò formando così le baie e le spiagge. Pose dei pilastri per sorreggere il cielo e con le rocce delle montagne  infine creò tutte le altre creature esistenti sulla terra. Finito questo lavoro tornò nell’acqua e ancora oggi vive da qualche parte nel mare.

 

 

Achlis, Gaia e Nikta nel mondo greco, Nut in quello mediterraneo-egizio e Audbumbla in quello scandinavo sono i nomi che ci restano nei pochi ricordi articolati di cosmogonie femminili.

Achlis esiste prima del caos primordiale, è pallida e sottile, ha lunghe unghie e occhi lacrimosi

Gaia è il caos che prende forma in un corpo di donna-madre: esiste prima del Tempo, perché Crono è uno

dei suoi figli. E’ per desiderio d’amore che Gaia crea Urano, il cielo, separandolo dalla terra e con lui si accoppia. E poi anche Ponto, il mare.

Nikta, avvoltoio scuro come la notte e la pelle dei primi abitanti del Mediterraneo, dà alla luce il giorno

ma anche Eros, che esce dall’Uovo da lei partorito nel vento; corrisponde a  Nut in Egitto (la volta del cielo stellato, la via lattea,  che ama così intensamente il suo piccolo fratello Geb -la terra-  da giacere su di lui in costante accoppiamento) e a Nakta nell’India pre-ariana, che  partorisce un’altra dea, Ushas, l’aurora. Achlis, Gaia e Nikta rappresentano una delle più antiche triadi (vergine, madre, morte che rigenera).

Il tempio più famoso a lei dedicato giace sotto il tempio di Delfi dedicato ad Apollo in epoca storica, dopo che lui lo ebbe conquistato col fuoco e lo stupro. Lei è la Profetessa Primeva, associata al Sacro Serpente chiamato Delfina o Pitone. A lei vengono accesi fuochi sul monte Olimpo, per lei si entra nelle viscere delle caverne oracolari per scrutare il futuro.

Audbumbla nasce invece dal caos come se lo immaginavano alle latitudini più fredde: quando a nord esisteva solo il ghiaccio e a sud solo un fuoco costante, in mezzo, dal caos  tra caldo e freddo, tra espansione e contrazione prese forma Audbumbla, la mucca ricca di latte (e Ymir, un malvagio ometto che, geloso come Urano con Gaia, le strappa i figli dal seno…..)

 

 

Del lavoro di J.E. Harrison prendo solo un aspetto funzionale al discorso che sto facendo, la sua dimostrazione di un passaggio fondamentale nella nostra storia comune, quello rappresentato da Zeus che, con il suo fulmine, pietrifica la parte del daimon di cui l’umano partecipa e trasforma tutte le potenti energie delle passioni e degli impulsi in statuette personificate. Il suo atto finale, dopo aver ingoiato sua “moglie” Themis - personificazione della sapienza femminile precedente – sarà quello di dare finalmente alla luce la Donna Nuova, Athena, nata dalla testa di un uomo. Non più “dea” per genealogia materna. E intanto, sull’altra sponda del Mediterraneo,  i misteri di Iside e Osiride, mescolandosi col Dio Padre dei Semiti, stanno preparando l’ingresso sulla scena di Maria e di suo figlio, Gesù.

 

Mentre questi fatti succedono più a oriente, nella nostra penisola è riscontrabile un passaggio un po’ diverso, che vi dirò con le parole di Momolina Marconi

 “Il culto della natura nella penisola italica, che testimoniava una visione immanente del divino, prese forma in innumerevoli divinità femminili come Marica, Feronia, Angizia, Kirke, Pasifae, Mestra, Agamede, Bona Dea, Hygieia, Diana, Flora e altre. Ciascuna di esse rappresentava un’immagine locale e individualizzata della Grande Dea  mediterranea, così come si era sviluppata in questa area geo-storica: la potnia phytòn (Signora delle Piante) e la  potnia pharmakòn (Signora delle Medicine)…….Signora delle erbe dei fiori delle piante, signora delle belve e degli armenti, signora degli agricoltori e dei marinai,  signora delle fanciulle mature per le nozze e delle spose feconde: a questo suo vastissimo mondo essa guarda benigna e soccorrevole, pronta a favorirne e a proteggerne il prodigioso moltiplicarsi…Questa onnipotente divinità è specialmente adorata come elargitrice di salute, di benessere….Helios,  illuminando la terra e riscaldandola, operava accanto alla dea, vera Potnia del mondo universo, di cui egli era paredro ( colui che le siede accanto, poi Picus padre di Fauno e avo del re Latino ……)

“Il suo culto era all’aria aperta, sulla cima verde di una altura, nelle  radure luminose di un bosco, presso le  rive opache di un lago, nell’ansa tranquilla di un fiume dove l’acqua scorre più silenziosa”.

Questi passaggi sono tratti da Kirke, 1942, mentre nel saggio Da Circe a Morgana del 1941, aveva rilevato come tutti questi elementi, che appartengono ad uno strato profondo della memoria, si possono ritrovare molto più tardi, a nord delle Alpi, conservati nella mitologia celtica, dalla Francia alle Isole Britanniche.

 “Insieme a questa immagine della dea, sopravvissero anche l’antico dio della vegetazione, suo paredro e  suo frutto (che ora indossa le vesti verdi di  Robin Goodfellow, Puck, Robin Hood - n.d.a.), il  Dio Cornuto attribuito alle streghe (cui Margaret Murray ha dedicato il libro Il dio delle streghe - n.d.a.) e le loro celebrazioni sono continuate fino in Età Moderna tra i Pagani (ossia le genti dei villaggi), fino alla sua trasformazione finale nel Diavolo delle Streghe dell’Età dei Roghi.

Circe, il nome con cui questa rappresentazione della dea è sopravissuta  nella letteratura greca, è perciò molto di più che una delle seduttrici incontrate da Ulisse: rappresenta l’archetipo della potnia phytòn, l’esempio più pregante delle pharmakides, la dea nella sua piena manifestazione come Signora delle Fiere, guaritrice e sciamana, la maga più famosa del mondo mediterraneo antico assieme alle due sue sorelle  Medea, la maga più famosa d’Anatolia, e l’italica Angizia, dea del culto dei serpenti dell’Appennino abruzzese.  

 

E veniamo infine molto brevemente ai simboli: il triangolo, la triade o trinità, la madre con figlio.

Dopo la trasformazione delle società preistoriche in società patrilineari e l’avvento di una religione monoteistica, questo insieme di simboli è sopravvissuto in forma o con attribuzioni capovolte. Il triangolo sacro, in origine con la punta rivolta verso il basso, era la forma stilizzata del triangolo pubico, inciso nelle grotte, sulle statuette, sulle pietre,  simbolo dei genitali femminili da cui sgorga la vita.

La trinità, anche quella di Dio, che ci insegnano essere uno e trino,  deriva dalle antichissime rappresentazioni della dea, che si manifesta come giovane fanciulla, madre matura e vecchia saggia, che rendono il trascorrere della ruota del tempo e la ciclicità della vita.

Quando poi la dea mette al mondo il  Dio della Vegetazione, il Figlio prezioso dovrà essere sacrificato perché - nato sul piano definito e singolo della materia, differentemente dall’energia femminile del cosmo che si mostra attraverso il corpo della dea - fa parte del ciclo delle generazioni delle piante e degli animali.

Questo simbolo in particolare, prima manifestazione dell’Icona tipicamente mediterranea della madre con figlio, sembra proprio un parto unico e più caratteristico dell’area mediterranea/europea, perché non si trovano corrispondenze equivalenti nell’evoluzione cosmogonia degli altri continenti. Tanto che potremmo chiederci che relazione c’è tra questo binomio e l’unicità – nel bene e nel male - della cultura Occidentale.

 

Concludo con le parole di Riane Eisler, che suonano pressapoco così:

“Un aspetto poco sottolineato e tuttavia assai critico della lotta che si sta svolgendo circa la ricostruzione delle origini dell’umanità sta nel fatto che non si tratta affatto di una disputa di puro interesse accademico. Leggere la storia alla luce della mia teoria della Trasformazione Culturale significa riconoscere che la tensione originata dai due modelli, quello della dominazione e quello della collaborazione, specialmente in tempi di grande disequilibrio sociale e tecnologico, quale quello presente, può provocare un radicale spostamento di direzione, come è già avvenuto in passato. Riconoscerlo è della massima importanza perché riguarda la capacità di immaginare il nostro futuro”.

 

E come dice Mary Daly , è Qui e Ora che si realizza il nostro Futuro Arcaico.