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Maschi, perché uccidete le donne?
      
Frida Khalo
«Non è vero e non ci credo». «La nostra epoca ridà legittimità alla
guerra, nella famiglia fioriscono violenza e sopraffazione». «La nostra
cultura è patriarcale». Non è immediatamente facile
trovare spiegazioni al dato reso noto una settimana fa dal Consiglio
d'Europa: la prima causa di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni, nel
mondo, ma anche in Europa, è l'aggressione violenta da parte dei loro
compagni di vita. Lo afferma una ricerca del neonato "Osservatorio
criminologico e multidisciplinare sulla violenza di genere".
Ci indigniamo
davvero? O ci limitiamo a scuotere la testa?
Alessandro Curzi
Lo confesso: sono stato uno dei tanti "miscredenti". Nel senso che,
ascoltata distrattamente da un qualche telegiornale (ero in Francia ed ero
più attento a quanto stava succedendo nella periferia nord di Parigi, fra
i giovani immigrati senza lavoro) la notizia sulle donne morte per
violenza nell'Unione Europea, avevo pensato a un sicuro errore.
Più uccise o sfigurate nel corpo, fino a esserne invalidate, per mano del
compagno o del figlio o dello spasimante o d'un altro qualsiasi familiare
che non dalla guerra o dal cancro? Resistevo, istintivamente direi, ad
accettare quell'idea, non perché non conosca quale e quanta sia la ferocia
in mezzo alla quale viviamo ma, credo, perché l'idea mi era
insopportabile. Mi ha soccorso mia moglie che crudemente m'ha detto: non
c'è peggior cieco di chi non vuol vedere; e soprattutto di chi non vuol
credere che le sue battaglie non siano in realtà servite a modificare la
realtà.
Credo abbia ragione. Anche in quella parte di mondo, benché ancora
limitata, nella quale le donne hanno raggiunto una condizione di non più
aperta sudditanza e sopraffazione (miglioramento certo dovuto alla lotta
continua e sincera dei progressisti), anche lì resiste una zona oscura
dovuta al più antico dei retaggi, che vede nella donna se non più un mezzo
per stringere alleanze ed allargare regni, se non una pura merce di
scambio… qualcosa comunque che "appartiene".
Appartiene all'uomo che l'ha amata o la ama, che l'ha sposata o vuole
sposarla o l'ha abbandonata, o che vanta comunque su di lei un diritto di
sangue o d'affetto. Figlio, fratello, padre, marito, compagno d'una
stagione magari breve. E' la cruda verità: noi ci indigniamo per le
bambine mutilate nel sesso, per le adultere lapidate a morte, per le madri
che per guerra o per fame vedono morire i figli. Ma riflettiamo un attimo:
ci indigniamo davvero altrettanto per uno di questi assalti violenti,
tanto spesso mortali, dei quali è vittima una donna?
O ci limitiamo a scuotere la testa e a dire che il mondo è pieno di pazzi?
Credo valga la pena di pensarci un po' su.
La gravità dei
fatti sempre sminuita colpevolizzando le vittime
Giuseppe Di Lello
La violenza subita da parte di un partner o padre o fratello o marito - e
cioè la violenza giustificata dal primato patriarcale - è la prima causa
di morte delle donne (tra i 16 e i 46 anni) nell'Unione europea e nel
mondo. Sembra una notizia incredibile: non è vero e non ci credo.
La fonte, però, è attendibile perché si tratta del prestigioso Consiglio
d'Europa (un organo che non ha nulla a che vedere con le istituzioni
comunitarie dell'Unione) il cui principale obbiettivo è la salvaguardia
dei diritti fondamentali per mezzo della Corte europea dei diritti
dell'uomo di Strasburgo, un organo giurisdizionale alle cui decisioni gli
stati membri non si sottraggono mai: è vero, ma non ci credo.
Stento a crederci anche perché, come hanno spiegato quelli che ci hanno
ben riflettuto, nei mezzi di comunicazione la gravità della violenza e/o
dell'omicidio di una donna viene sempre sminuita con spiegazioni che
tendono a colpevolizzare la vittima e a giustificare il carnefice: lui che
non regge all'abbandono; la gelosia (ovviamente indotta dalla vittima) che
l'acceca; lui che non regge al richiamo dei sensi; lui che la vuole
ricondurre sulla retta via; lui che vuol salvare l'onore della famiglia; e
simili. Nulla di strano se, a furia di sminuire, non si fa più caso ai
numeri e, alla fine, ci si ritrova con questi dati apparentemente
incredibili: è vero e ci credo.
E' vero e ci credo anche perché le radici "culturali" della nostra società
globale sono giudaico-cristiane-islamiche, con tre patriarchi come entità
supreme.
Questa potrebbe essere una delle centomila spiegazioni dei dati fornitici
dal Consiglio d'Europa. Sarebbe, comunque, interessante avere i dati
disaggregati di paradisi socialdemocratici (la Svezia?) o socialisti
(Cuba?) o comunitari (il Chiapas?) prima di decidere se suicidarsi
(ovviamente le sole donne) o insistere a lottare.
E' una guerra
mondiale, ora non puoi dire:io non c'entro
Pietro Folena
E' in corso la grande guerra mondiale. Il fronte è in tutti i paesi, al
nord e al sud, a levante e a ponente, dov'è freddo e dov'è caldo, tra i
poveri del pianeta e fra i privilegiati. Investe antiche società tribali e
modernissime società dell'innovazione. La guerra di genere - assassinii,
stupri, violenze, maltrattamenti, abusi - di noi maschi contro le donne.
Ce n'è un'altra, collaterale, sorella, indotta: dei padri contro i figli,
dei grandi contro i bambini.
E' difficile chiamarsi fuori: riconoscersi in quella generazione che è
stata travolta dal ciclone femminista, che si è rimessa in discussione,
che condivide pratiche di cura, che ha scoperto in sé la propria
componente femminile, che - eternamente e a volte un po' stucchevolmente
in crisi - cerca nuovi paradigmi. Ora non puoi dire: io non c'entro. Come
di fronte a un genocidio, a una strage, al terrorismo. Per una generazione
di maschi colta, progressista e nonviolenta nel proprio codice genetico
c'è la letteratura e il pensiero che ha rimesso in discussione la natura
sociale del maschio cacciatore e guerriero. Ma c'era anche l'intima
convinzione che la rivoluzione delle donne avrebbe quasi naturalmente
portato, nella modernità, un nuovo modello sociale.
Il problema, invece, in tutta evidenza è quello della modernità, non
dell'arretratezza. Di come in questa modernità Thanatos - l'istinto di
morte come cultura della realtà, la violenza come pratica politica - abbia
fatto arretrare Eros - l'istinto di vita, l'amare il prossimo, anche il
nemico, come sé stesso. Thanatos sposa la politica con la morte, Eros
rifonda la politica nella vita. La procreazione, la gravidanza, la
generazione di nuova vita è intrinsecamente donazione, ricerca dell'altro,
consapevolezza del limite, coscienza che la vita è anche perdita.
La nonviolenza diventa allora l'unica via - dolorosa ma ragionevole,
ricerca permanente di coerenza tra il dire e il fare. Resiste e indica un
altro modo di pensare e di vivere rispetto a quello fondato sulla
reificazione delle relazioni umane - in questo inedito mix neoliberista
tra spirito proprietario, costruzione di un mercato del corpo e della
vita, brevettabilità di ogni forma vivente, aggressività, fanatismo
fondamentalista, familismo chiuso - e all'idea attualissima che la
politica sia la prosecuzione della guerra con altri mezzi, e che anche la
vita faccia parte di questa guerra.
Altro che famiglia tradizionale/unioni di fatto: vogliamo ricominciare a
discutere di come - pensando all'amore come grande forza collettiva, alla
cura di sapersi stupire di cui ci avvertiva in modo illuminato Paul
Ricoeur - facciamo uscire la guerra, a partire da quella quotidiana dei
maschi, dalla storia?
www. pietrofolena. net
Come Quasimodo mi chiedo:
siamo ancora quelli della pietra e della fionda?
don Vitaliano Della Sala
I dati diffusi dal Consiglio d'Europa e riportati da Liberazione sabato
scorso (e come spesso accade, solo da Liberazione!) sono di quelle notizie
che sembrano assurde o inventate, se non fosse che a raccogliere i dati è
stato un organismo tanto autorevole: «La prima causa di morte delle donne
è la violenza subita in famiglia, dal padre, dai fratelli, dal fidanzato,
dal marito».
Quello che i dati non possono dire è il "perché" una cosa tanto assurda
accade. E non solo in quelle realtà dove la donna è maltrattata per…legge,
ma anche nei Paesi che si dicono progrediti, dove la discriminazione tra
sessi sembra retaggio di un passato remoto.
Ma se ci pensiamo bene, proprio in questi Paesi le "pari opportunità" si
danno, anche qui, per…legge, che non è proprio una bella cosa. Ad esempio,
ultimamente abbiamo assistito ad uno di questi falsi momenti di promozione
della parità tra i sessi, dove i politici maschi, che solitamente occupano
la stragrande maggioranza dei posti di potere, hanno concesso alle donne
di proporre un articolo della legge elettorale che prevedesse le
cosiddette "quote rosa", nella compilazione delle liste elettorali,
articolo prontamente bocciato dalla maggioranza maschile del Parlamento.
Qualche tempo fa, poi, alle elezioni regionali della Campania, il
presidente Bassolino impose un listino esclusivamente composto da donne,
badando bene, però, a conservare il posto più importante per sé e, secondo
me, offendendo le donne come persone incapaci di costruirsi carriere
politiche da sole.
In politica, come in ogni ambito della nostra società "progredita",
maschilismo e patriarcato sembrano sconfitti, ma comunque è sempre il
maschio che concede, che accontenta, che regala alle donne, forse con più
eleganza rispetto al passato, però badando bene a conservare per se il
potere di dare e di togliere a proprio piacimento, raccontando poi la
favoletta consolatoria che "dietro ogni grande uomo, c'è una grande
donna": una grande donna ma sempre "dietro" l'uomo. Perciò può essere
contenta, ad esempio, la "grande" signora Mastella, diventata presidente
del Consiglio Regionale della Campania, non per suoi meriti, ma grazie a
quelli (?) del "grande" marito!
Tutto questo per dire che la nostra società è solo apparentemente
progredita, almeno in ambito di parità tra i sessi; o meglio, noi siamo
convinti che è progredita perché così ci raccontano, così ci dice la
legge, così appare, così ci impone il salotto buono d'Italia, quello di
Bruno Vespa. I dati sconvolgenti del Consiglio d'Europa - tanto
sconvolgenti da non venire diffusi se non da qualcuno - ci dicono che
dietro la facciata di rispetto "femminista" all'interno della nostra
società si nasconde, subdolo, il maschilismo e il patriarcato di sempre,
che ha escogitato metodi sempre più raffinati di controllo e di
repressione del mondo femminile, soprattutto in ambito familiare.
Questi metodi sono tanto nascosti e tanto camuffati da non apparire, ma
provocano comunque sofferenze e morte: come sempre, come prima, forse
peggio che prima, perché oggi è più difficile denunciare tale stato di
cose. Una donna che parla di maltrattamenti probabilmente viene irrisa,
accusata di complesso di persecuzione, tacciata di vittimismo. «Non siamo
mica un paese islamico», si sente sempre più spesso dire in giro, e «il
femminismo è cosa del passato», come a dire «vi abbiamo concesso di
protestare, ora tornate al vostro ruolo di sempre».
Salvatore Quasimodo si chiedeva: «Sei ancora quello della pietra e della
fionda, uomo del mio tempo?». Sì, siamo ancora "quelli" delle caverne, i
primati delle prime scene del film "2001: odissea nello spazio", che hanno
scoperto quanto gusto si prova a dominare, ad esercitare potere, a
spadroneggiare, non solo sugli altri animali, ma soprattutto su quelli,
quelle, della propria specie; e il godimento che si prova nell'esercitare
il "potere dei poteri", quello di dare la vita o la morte.
Forse è qui la risposta al "perché" della violenza sulle donne: loro danno
la vita, i maschi, invidiosi di tanto potere, danno loro la morte. O è
l'eterna paura del "diverso", e della femmina in quanto essere totalmente
diverso dal maschio; paura che ha prodotto, e produce, il peggiore
patriarcato, il maschilismo, la caccia alle streghe, i roghi, le
lapidazioni, gli "studi" e le teorie sull'inferiorità femminile.
I dati raccapriccianti del Consiglio d'Europa confermano una sensazione
che chi, come il sottoscritto, raccoglie spesso le confidenze di tante
persone, non solo nell'ambito del Sacramento della Confessione, aveva da
tempo. Sempre più spesso sento storie di donne maltrattate dai familiari,
di mogli e fidanzate umiliate dai rispettivi mariti e fidanzati, di figlie
offese dai padri. Non sono storie di grandi violenze, ma non c'è un metro
per misurarle! Violenze "piccole" di quelle per le quali non ci sarebbe
posto nemmeno nei trafiletti dei quotidiani, comunque violenze; spesso non
violenze fisiche, ma psicologiche, comunque violenze.
Quello che mi colpisce non è però il racconto di queste "piccole"
violenze, ma la paura che si sappia in giro, la rassegnazione che «tanto
così sono sempre andate le cose», il terrore delle ritorsioni dei maschi
di casa e forse quello dell'irrisione degli altri: «Non siamo mica
l'Iran».
Forse è proprio questa la peggiore violenza, quella "piccola", quotidiana,
quella che si consuma nel chiuso delle case e all'ombra delle famiglie.
Una violenza travestita di amore (anche questo mi è capitato di sentire:
«Mi picchia perché mi ama!»), una violenza difficile da denunciare, anche
per l'opposizione delle vittime alle quali basta sfogarsi con il
confessore. Una violenza che, come confermano i dati del Consiglio
d'Europa, troppo spesso causa la morte.
Una violenza che dovrebbe farci solo vergognare: più cresciamo, più
progrediamo, più diventiamo super-uomini… più diventiamo disumani!
Tra chi picchia e
chi no un confine molto labile
Andrea Milluzzi
Innanzitutto, una premessa: chiunque abbia alzato le mani su una donna è
un vigliacco violento. Perché non c'è niente di più semplice che far
valere la propria forza sapendo di non rischiare praticamente nulla.
Detto questo, perché gli uomini picchiano le donne? E, soprattutto, perché
le picchiano così violentemente da arrivare ad ucciderle? Difficile dare
una risposta valida per tutti i casi.
I dati che abbiamo a
disposizione ci dicono che le violenze avvengono per mano di mariti,
fidanzati e padri e che l'età in cui le donne rischiano di più va dai 16
ai 44 anni. Cosa vuol dire questo? Che il male da ricercare è all'interno
della famiglia, o comunque degli affetti più cari. Si potrebbe quindi
azzardare la teoria che più stretto è il legame che ci stringe ad una
donna, più alto è il rischio che le facciamo correre. Ma anche questa è
una spiegazione che non convince del tutto.
Se facessimo una proporzione fra rapporti d'amore e
rapporti violenti, la bilancia penderebbe sicuramente a favore dei primi.
Gelosia, manie possessive? Esistono, eccome. La ferrea sicurezza che le
donne non possano avere opinioni e tantomeno rivendicazioni è purtroppo
dura ad estinguersi. Come dimenticare poi l'alcoolismo, i raptus di
follia, i "padri padroni"? Insomma, le spiegazioni sono molteplici,
potremmo trovarne una diversa per ogni caso di violenza accaduto.
Il confine che separa gli uomini che picchiano le donne da quelli che non
lo fanno si basa soprattutto su una differente scala di valori e su una
differente capacità di auto-controllo. Però è un confine molto labile
perché credo che la volontà di imporsi faccia parte della natura umana. E
credo che questo dovrebbe interessare anche le donne, perché solo loro
potrebbero insegnarci ad imporci senza dover necessariamente ricorrere
alla forza bruta.
questi articoli
sono apparsi su
Liberazione del 6 novembre 2005
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