L'assedio a Gaza ci coinvolge
di Alessandra Mecozzi

Mona Hatoum, libanese-palestinese
La guerra scatenata da Israele contro Gaza, con l'obiettivo di fermare il lancio di missili da parte di Hamas, subito diventato quello di eliminare Hamas, ha finora ottenuto questi risultati: strage di popolazione e emergenza umanitaria; prevalere del braccio armato di Hamas e dei gruppi islamici più estremisti; alimento alla logica dello scontro di civiltà. Tutto questo ci riguarda: ci riguarda la terribile condizione della popolazione, vicina alla catastrofe umanitaria, arrogantemente negata dal Ministro degli esteri israeliano per respingere anche una tregua temporanea; ci riguarda il prevalere della volontà di vendetta che porterà ancora violenza; ci riguarda il pericolo di uno scontro di civiltà, ideologia della guerra preventiva, contro cui abbiamo manifestato fin dall'inizio della guerra di Bush contro l'Iraq.
Nelle manifestazioni in tante città europee, per la prima volta hanno partecipato migliaia di palestinesi, migranti arabi, comunità islamiche, spesso più numeroso dei «nativi»! E' importante, ma deve farci riflettere su di noi, movimenti pacifici e pacifisti, largamente assenti.
Dov'è la solidarietà attiva di quel grande popolo della pace che dovrebbe stringersi intorno alle vittime, dove sono i simboli della pace, la capacità di lottare per una politica di giustizia che assumano i governi, l'Ue, la Comunità internazionale?
In questi giorni, abbiamo provato dolore per la condizione terribile della popolazione di Gaza, bombardata incessantemente; percepito l'inadeguatezza delle risposte, da quando l'esercito israeliano ha scatenato su di essa un inferno di fuoco; sentita l'indignazione per l'ignavia della Comunità internazionale, per la posizione del governo italiano a sostegno della «autodifesa» di Israele; per il silenzio e l'immobilità delle forze di opposizione. Le responsabilità della politica, a tutti i livelli, sono enormi. Noi dobbiamo assumerci le nostre: crediamo che ogni limite sia stato superato da Israele e sappiamo bene che la violenza chiama violenza, non produce sicurezza. Sappiamo che non c'è equidistanza possibile tra occupanti e occupati, non c'è simmetria possibile tra F16 e razzi Qassam; sappiamo che se si vuole la pace, bisogna trattare con chi è considerato nemico, soprattutto quando è democraticamente eletto dalla popolazione.
L'assedio e l'embargo su Gaza dura da due anni: si tratta di una punizione collettiva illegale e, di fatto, di una sanzione internazionale, dato che ha avuto il sostegno anche della Ue degli Usa. Risoluzioni dell'Onu, diritto internazionale, Convenzioni di Ginevra, tutti i diritti umani, sono stati impunemente violati da Israele in questi anni.
E' ora che la politica di Israele, come quella di ogni altro governo che viola leggi internazionali e diritti umani, sia oggetto di misure sanzionatorie in ambito commerciale e militare, rivolte appunto alla politica dei governi, non contro la popolazione.
Siamo tra coloro che nel tempo della «guerra preventiva e lotta al terrore», di colonizzazioni e di muri, hanno cercato di tenere vivo un impegno per i diritti dei palestinesi, per una pace giusta in Palestina/Israele, un lavoro politico internazionale con palestinesi e israeliani, nella loro terra, in Europa e nel mondo.
Ma abbiamo fatto abbastanza? Nella direzione giusta? La tragica situazione di oggi ci parla anche della nostra inefficacia, ci impone un'analisi seria, veritiera.
Pensiamo che quella società civile, organizzazioni e movimenti piccoli e grandi, che ritiene il diritto internazionale e i diritti umani il cuore di ogni possibile convivenza, la base per la pace e la giustizia, debba attivare iniziativa politica, mobilitazione e solidarietà all'altezza della situazione, un vero salto di qualità
Alessandra Mecozzi è responsabile dell'Ufficio internazionale Fiom
questo scritto è stato pubblicato il 6 gennaio 2009 da il manifesto
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