Newton e le signore telescopio

di Sylvie Coyaud

La fisica era sessista e lo è tuttora. Le biologhe superano per quantità e qualità i biologi, le chimiche sono lì lì, stanno per arrivarci. Invece le fisiche, che alla lau­rea e al dottorato in media ottengono voti superiori a quelli dei fisici, riman­gono tra il 20 e il 30% della categoria. Quasi tutte pigiate in fondo alla scala gerarchica. Perché in fisica bisogna sa­pere gestire il potere materiale, dicono i loro colleghi. Per esempio la ricerca sulle particelle richiede grandi accele­ratori, per costruirne uno bisogna con­vincere vari governi a sganciare sui 5­10 miliardi di euro. E quando la mac­china, chilometrica, entra in funzione bisogna organizzare il lavoro di migliaia di ricercatori. Ci vuole Napoleone, non una uscita ieri dal tinello.

Ma va? An­che le imprese spaziali sono costose, "politicamente sensibili", coinvolgono migliaia di scienziati di discipline diver­se, eppure Carolyn Porco guida la missione Cassini, la più bella e produt­tiva mai lanciata nel sistema solare. E Catherine Cesarsky, a capo dello European Southern Observatory, ha fatto ri­pianare montagne in Cile e ci ha co­struito faraonici telescopi. Il mandato le scade a settembre, ma gli astrofisici e astronomi non la lasciano andare in pensione. L'hanno anzi eletta presiden­te della propria associazione mondiale.

Seconda obiezione. La fisica richiede potenza intellettuale. Dai tempi di Ga­lileo, detta il metodo e i concetti alle al­tre scienze e questo le conferisce una forza di gravità che attrae il genio come la fiamma la falena. Purtroppo per le donne, il genio è una dote maschile, sofferta, prossima alle turbe autistiche. Beate voi ragazze, che la natura non dota di neuroni in grado di capire non solo l'esistente, ma ciò che potrebbe esistere: un atomo fissibile, altre galas­sie oltre alla Via Lattea, altri universi ol­tre a questo. Beate voi, risparmiate dal tormentoso dono della profezia.

Ma va? Saltiamo il caso noto di Marie Curie e della figlia che riceve anche lei il Nobel, e parliamo di Lise Meitner. Prima donna a conquistare una cattedra uni­versitaria in Germania, dedica la sua lezione inaugurale alla cosmologia. Un quotidiano rileva l'er­rore - ovvio, no? - dell' annuncio acca­demico e corregge "cosmologia" in "co­smetica". Lei è presa dalla ricerca sulla composizione del­l' atomo, non vede montare il nazismo, non si sente nemme­no ebrea. L'An­schluss le toglie la protezione del pas­saporto austriaco. Otto Hahn - suo su­periore, ma sa quan­to le deve - riesce a farla fuggire all'este­ro appena in tempo. Lei non porta né de­naro né bagaglio, de­sterebbero sospetti se venisse perquisita alla frontiera. Allora mentre sale sul tre­no, lui le mette in mano l'anello di dia­manti della madre. Pochi mesi dopo, un esperimento proget­tato da lei e fatto da Hahn a Berlino pro­duce uno strano ri­sultato che lui, da chimico, non capi­sce. Telefona a Lise che fa pochi calcoli sul retro di una bu­sta e scopre che è stata realizzata la fis­sione dell'atomo. Quando Hahn richia­ma, gli spiega come rifare l'esperimento e che cosa aspettarsene. Prevede, correttamente, che l'esperimento libererà un'energia enor­me da un grumo di materia, ma non che ne deriveranno la pila di Fermi e le armi nucleari. Diversamente dai suoi colleghi profughi, Meitner rifiuta di par­tecipare alla costruzione della bomba americana e Hahn, che partecipa inve­ce al tentativo tedesco, riceve il Nobel. Di Lise Meitner parlano la storia della scienza e ottime biografie.

Di Herta Sponer non ancora ed è un'ingiustizia. Si sa che Albert Ein­stein la riveriva e ne seguiva i consigli. Che era una signora bella ed elegante. In un abito di satin pesante, Einstein in piedi alle sue spalle come uno scudiero, guarda con lieve iro­nia il gruppo in posa nella leggendaria "fo­to del sofà" scattata a Gottinga nel 1921. I suoi contributi alla fi­sica quantistica sono diventati dei classici, ha lasciato la Germa­nia nel 1933 per gli Stati Uniti dove ha in­segnato la libertà e il rigore che ci fanno amare la fisica a dispetto dei suoi misogini.

La terza obiezione è quella citata incauta­mente dall'ex presi­dente dell'Università di Harvard, Larry Summers, per cui le donne non avrebbero i geni adatti a scalare le vette della fisica non potrebbero mai scalare le vette della fisica. Il consiglio di ammini­strazione dell'ateneo ha chiesto a Summers di dimettersi non per la gaffe in sé ma per aver mostrato di igno­rare quanto succedeva in casa sua. Harvard si era infatti ap­pena vantata di aver strappato a un'università rivale la giovane e bionda Lisa Randall, star della teoria di stringhe, il ramo ma­tematicamente più creativo e astruso della fisica.

I fisici, insomma, predicano la merito­crazia, ne hanno addirittura codificato i criteri, e praticano la discriminazione come quei deputati che vogliono co­stringerci per legge a rispettare i valori della famiglia e bigiano Montecitorio per andare dall'amante. Nessuno di lo­ro osa contestare, per esempio, la bra­vura di Elisa Molinari, direttrice del Centro S3 di Modena e coordinatrice dell'Istituto nazionale di fisica della ma­teria. Ma una direttrice ogni cento di­rettori non annuncia il crollo del soffitto di cristallo né deve produrre illusione. “Siamo in poche”, sospira lei, una del­le organizzatrici dell'incontro mondiale delle fisiche all'Unesco, nel 2002. In poche anche nella sua nuova fisica, che federa chimica, biologia, ingegne­ria dei materiali e informatica all'inter­no delle nanoscienze. Lei che aveva trovato troppo facile il liceo classico, non voleva annoiarsi all'università e aveva scelto fisica quantistica "perché era la disciplina più difficile e perché era cultura". La cultura non poteva, non doveva restarle estranea.

Davanti a sé aveva un esempio inco­raggiante, quello dell'americana Mil­dred Dresselhaus, l'autorità insieme teorica e sperimentale nel campo dei nanotubi, nanofili, nanopalloni di car­bonio 60 e graffiti superconduttori vari. Era stata a sua volta incoraggiata da Rosalind Yalow, altra rara Nobel per la fisica. «Ai miei tempi le studentesse erano il 2%», ricorda Mildred. Da fem­minista continua a tenere il conto. E non le pare un successo che oggi le fi­siche siano il 20%. <<E’cambiato l'am­biente, trova, la competizione è diven­tata brutale, soprattutto verso le giovani che devono impegnarsi al massimo proprio mentre hanno voglia di fondare una famiglia». Un dilemma che non tormenta mai gli uomini, pare. «Già. Non conosco nessuna che abbia figli», nota Elisa Molinari. Le dispiace? Se tor­nasse diciottenne, studierebbe altro? «Neanche per sogno!», risponde. Le fa eco Mildred Dresselhaus: «Non esiste un lavoro più gratificante». A Parigi, dove ha appena ricevuto il premio Unesco l’0réa1, ha ritrovato Tatiana Birshtein, una fisica matematica dol­cissima, dell'Accademia delle scienze di San Pietroburgo. Sua pari per fama, anche se nel campo dei polimeri. Co­me lei grata alla donna che l'aveva aiu­tata a studiare. E come lei ispiratrice a sua volta di studentesse alle quali fa scoprire "il puro piacere" della fisica.

Pubblicato su D la Repubblica il 24-02-07