Una manciata di anni e un triangolo
Pratiche e conoscenza dei femminismi italiani intorno alla precarietà

di Adriana Nannicini

 


Ragionare (1) di precarietà negli anni in cui in Italia si è diffuso rapidamente l’uso del termine “epoca postfordista” ha mostrato un carattere innovativo – per quella contingenza- nella discussione e nelle pratiche del movimento delle donne e femminista: precarietà, intesa come concetto esplicativo, come temine umbrella, come condizione che si andava via via allargando a vari ambiti e come indicazione della necessità di rinnovare l’agenda politica, ha rilegittimato l’esigenza di parlare di lavoro.
Precarietà, termine che nella lingua italiana deve comprendere due diversi significati di cui invece dispone l’inglese: precarity e precariuosness, “un concetto che definisce una categoria ontologica e esistenziale che caratterizza la vulnerabilità e fragilità soggettiva e sociale contemporanea”(2) .La complessità e l’ampiezza dei significati restano anche nel termine italiano : l’uso che ne è stato fatto e si continua a fare, ne adatta i significati , assumendo sempre più la connotazione di “fragilità sociale”.
Dal 2000 all’anno della crisi mondiale, dal 2000 al breve periodo del Governo Prodi: quale periodizzazione scegliere per comprendere quella manciata di anni in cui la scena del movimento femminista italiano si è animata di un dibattito dai caratteri fortemente innovatori che ha rimescolato alcune carte: nuovi soggetti hanno preso la parola (giovani e giovanissime ma non solo loro, nuove figure lavorative), nuove forme di aggregazione politica sono state sperimentate ( piccoli gruppi tematici, blogs, luoghi informali), nuovi incroci tra la questione del lavoro e la pratica del partire da sé sono stati esercitati. La produzione ricca e appassionata nata da questo rimescolamento si è mossa privilegiando il piano della conoscenza rispetto a quello dell’azione . Poiché quest’ultimo risulta un vero nodo problematico.
Se apertura e innovazione ci sono state le abbiamo percorse fino ad un certo punto: capire se e perchè un arresto sia avvenuto, se sono mancati un’alleanza, un dialogo tra noi , tra le nostre letture e proposte, è il tema che mi sembra sul tavolo nell’agenda attuale. Perchè lo iato tra sapere e agire è stato anche per noi tanto incisivo?
Quali cambiamenti sono avvenuti nell’arco di alcuni anni, forse cinque o sei, nel modo in cui “noi”, femministe di movimento, abbiamo guardato al lavoro? Come è cambiato il nostro sguardo, e nel cambiamento si è formato un noi? Intendendo “noi” come una soggettività femminista interessata alla questione del lavoro.

Conoscenze
Nella prima parte di questo periodo abbiamo vissuto l’urgenza di costruire un lessico per dire la qualità del legame con il lavoro, per svelarne l’eros, nella seconda metà di questi anni, più o meno verso il 2006, registravamo invece che quel legame lavoro-vita cominciava a mostrare la violenza della dicotomia, stringendo vincoli del tutto soffocanti. Tra di noi si esprimeva il desiderio che la vita riprendesse centralità, e intanto si offuscava l’appeal del lavoro, anche di quello “creativo”.
Il lavoro sembra essersi liberato dall’onere di assegnare identità, di garantire dei diritti, di facilitare la partecipazione sociale e la condivisione di valori, di alimentare i meccanismi di rappresentanza, il lavoro non è più l’accesso alla cittadinanza.
In una parola il lavoro “si libera di noi”. Così registra con una certa rabbia una brillante, lunare quarantenne durante un incontro pubblico: prima che noi potessimo compiutamente spostare il baricentro siamo state “messe ai margini” nei fatti, e siamo diventate superflue anche nel dibattito?è la sua domanda..
 Questo stava già accadendo prima che la crisi diventasse di pubblico dominio.
Poiché dal 2009 viviamo tutte e tutti in una epoca di crisi economica e sociale planetaria, ci toccherà affrontare gli effetti e le conseguenze che la crisi avrà, o sta già avendo, sulle vite delle donne , sulle nostre relazioni con il lavoro, con il reddito.
Con quale patrimonio imperfetto, realizzato nell’urgenza della passione conoscitiva di quel periodo, con quali esiti, con quali domande , ci inoltriamo nella crisi attuale?
L’innovazione è derivata dall’aver intrecciato l’arricchimento teorico del concetto all’antica pratica di partire da sé, esprimendo ancora una volta la radicalità della passione conoscitiva del femminismo originario . Dall’aver costruito il nesso tra creazione di un linguaggio e costruzione di una soggettività, dal valore politico espresso nelle pratiche narrative, dall’ aver sperimentato come una passione conoscitiva possa strutturare pratiche politiche, e sempre più dal misurare l’articolazione di un lessico e di un linguaggio in grado di nominare le condizioni di lavoro e le contraddizioni che le impoveriscono.
Ragionare intorno al lavoro come questione teorica in sé, ma soprattutto intorno ai lavori delle donne nella precarietà/ flessibilità, dei legami mutevoli e cangianti che abbiamo con questi lavori, ha portato in primo piano alcune generazioni, modificando i rapporti tra alcune con altre. Di conseguenza aggregazioni nuove e provvisorie si sono per qualche tempo stabilite. Una delle conseguenze che alle generazioni più giovani è apparsa evidente è lo spostamento dello sguardo dal passato degli anni 70 ( eredità del femminismo) al futuro, e di conseguenza l’agire di ognuna e dei gruppi del movimento è stato rimesso all’ordine del giorno. Intanto si stavano intessendo legami di confronto e di aperture sul piano dell’agire con gruppi misti per sesso, ma omogenei nelle loro condizioni di lavoro.
Acta ( Associazione Consulenti del Terziario Avanzato) ha origine a Milano nel 2004, presidente e animatrice fin dalla nascita una donna, Anna Soru. In questi anni ha sviluppato una costante attività di lobby e ha creato un legame di iniziative comuni con la Libreria delle Donne di Milano:
 “è la prima associazione costituita in Italia per dare rappresentanza a professionisti del terziario avanzato come lavoratori autonomi: formatori, ricercatori, informatici, creativi e altre categorie di consulenti, generalmente operanti al di fuori di ordini e albi professionali, tutte accomunate dal fatto di rivolgersi a CLIENTI IMPRESE o alla PA. Più in generale siamo interessati a trovare nuove modalità per sostenere il lavoro professionale in una situazione di mercato sempre più difficile, che fatica a riconoscere le competenze, a valorizzare conoscenze e professionalità, a tutelare creatività e innovazione, e per supportare la creazione di reti e di aggregazioni tra professionisti che ne favoriscano il rafforzamento competitivo.”(3)
Il collante di esperienze come Acta sembra situarsi sul piano della difesa di interessi soprattutto fiscali, scegliendo di avere come controparte lo Stato. Presenza senza dubbio significativa, ma diversa da quella del movimento delle donne.

Strategie

Nell’arco di una manciata di anni, neanche una decina, in un periodo di cambiamento accelerato sono sorti gruppi e più spesso estemporanee occasioni di incontro, ed è apparso necessario ad alcune costruire una mappa che rendesse visibile una soggettività femminista su questi temi.
La necessità di costruire una mappa si trovava già allora in comune con quell’area, variegata quanto mai, di lavoratori autonomi, di quei ceti medi di cui Sergio Bologna si domanda se siano davvero senza futuro. Esigenza comune connessa a un bisogno di visibilità e di riconoscibilità come nuovi soggetti? Annota Bologna che proprio a partire dall’esperienza dei gruppi di donne si mettono in corso delle prove di coalizione, e osserva che una donna è spesso la “ molla delle dinamiche di coalizione, quella che in molti casi prende l’iniziativa”(4) .
Condivido l’opinione di Bologna che le prove di coalizione costituiscono una questione centrale, tuttavia mi domando se quello che abbiamo sottolineato come il “mondo del lavoro” sia costringibile in segmenti e misurazioni, sia rappresentabile da parte di coalizioni in grado di introdurre rivendicazioni e richieste, misurabili, pesabili, certo ma circoscritte solo a parti di esso, al mercato.
Lo sguardo e la parola dicono che quello del lavoro dev’essere visto, nominato e vissuto come un mondo e non come un mercato: non un luogo di scambio tra offerta e acquisto di soggettività.
Eppure anche se siamo in attesa di qualcosa d’altro che di coalizioni o di corporazioni, sono d’accordo  che “le azioni di autotutela,” si rendono necessarie, soprattutto che sono riconosciute da tempo come un’esigenza diffusa e condivisa, parte della costruzione di una più urgente strategia. Che questa sia talvolta di mera sopravvivenza, intessuta di sottrazione e di ghosting più che presenze e di azioni, è un fatto che appartiene al dibattito e all’esperienza di questi anni e di alcuni gruppi.
Così si chiudeva il documento del Gruppo lavoro di Usciamodalsilenzio(5) ,
Lavoriamo costruendo quotidianamente strategie di sopravvivenza, da sole o con altre/i,
siamo invece convinte che parlare di lavoro sia un agire politico che parla di strategie
dell’esistenza, ora e nel futuro per tutte/i.
Individuare le strategie dell’esistenza non diventa una esigenza in grado di raccogliere voci plurali nel movimento. Anche la brevissima durata di questo gruppetto è un indizio di come fosse acerba l’ indicazione, o espressa in un contesto poco ricettivo. L’esito non muta. Mentre le strategie di sopravvivenza sono apparse a molte più accessibili ed esercitabili, come mostra sempre nel 2006 Cristina Morini (6)(7)
Ma che ci sia anche chi, a livello soggettivo, avverte le conseguenze della perdita di centralità del lavoro, lo spavento del trasformarsi in risorsa umana da “maneggiare”, la caduta di un patto tra knowledge workers e le altre parti sociali. Così preferisce - anche soltanto, per ora, come pura forma di sopravvivenza nel presente, di galleggiamento, di difesa singolare - sperimentare l’infedeltà.
Le pratiche di infedeltà si mutano per altre in pratiche di sottrazione, di fronte all’impossibilità di separare la vita dal lavoro, dalla pervasività ossessiva che il secondo assume nella prima. Ma se una strategia di sottrazione diventa vitale, per salvaguardare quel molto che nell’esistenza delle donne continua ad eccedere dal lavoro, possiamo permetterci strategie di esodo individuali?
Mentre parlare di “ strategie di libertà, i modi per convivere con la precarizzazione, insomma il modo per non restare schiacciati dall’organizzazione del mercato del lavoro è quello delle pratiche femminili”(8) in termini assertivi mi pare circoscriva e delimiti una complessità, ne occulti dei lati, allontani soggettività che sono invece ben presenti sulla scena, anche quando non indossano sentimenti euforici. Se si evocano “ strategie di libertà”, come, dove, da chi sono concretamente declinate? Infatti, come già ho avuto modo di notare, (9) nello sviluppo di pratiche conoscitive ricche e articolate, come si pone il collegamento con pratiche trasformative? Molte riconoscono che la presenza di un gruppo riesce a modificare condizioni di esistenza nel lavoro delle singole, dunque si pone la domanda di quanto una trasformazione individuale possa diventare trasformazione collettiva. Di come si possa esercitare influenza su quei contesti lavorativi che non sono modificabili da una sola persona.
Si immagina una strategia di autotutela, una difesa che possa intervenire con una certa anticipazione sulle condizioni dell’esistenza invece di assumere l’ottica di riparare gli strappi e le lacerazioni nel tempo , nelle relazioni, nelle perdite di reddito quando sono già avvenute.
Una strategia di autotutela collettiva era già evidente per la sua pressante necessità negli ultimi anni precedenti la crisi economica ( per tutta l’area della precariousness, la crisi era già da subito esperienza di vita vissuta, nessuna sorpresa : il cambiamento può tuttalpiù riguardare una contabilità, da orientare verso il minimo, ma la filosofia resta quella originale), adesso è effettivamente urgente e necessaria, e una mappa delle soggettività espresse ne è stata parte integrante.
Sembrava di aver tentato un’operazione importante. Era necessario rendere visibile una soggettività femminista - diffusa in territori diversificati per storia politica, per condizioni produttive, per abitudini sociali - che prendeva forma e si manifestava attraverso una miriade di gruppi più o meno stabili, sorti in Italia tra il 2000 e il 2006, e che aveva dato vita ad un dibattito intenso e urgente, sovente rivolto al proprio interno o negli spazi sociali subito contigui. Una mappa per mettere in relazione delle pratiche diffuse, ma anche localizzate in modo da apparire disperse, disseminate ma esigue. Le brevi note della prefazione del Quaderno di Via Dogana rappresentano di questo tentativo solo una rassegna, il convegno che si tenne a Roma(10) invece era stato un’esperienza preliminare di mappatura. Purtroppo provvisoria e imperfetta, quasi evanescente, a partire da situazioni portatrici di un peso specifico molto ineguale : la possibilità di influenzare direttamente il dibattito , nelle tematiche come nelle iniziative , era effettivamente diversa, per alcune più diretta, per altre più debole o circoscritta al contesto immediatamente prossimo. Il convegno provò a collegare i punti, a farne una mappa provvisoria. L’esito, come quello di altre iniziative, svaporò in breve.
La tendenza ad evaporare era una costante . Oggi che già viviamo in un’altra epoca, mi domando insieme ad altre con cui ho condiviso i pensieri e le domande, quanto questa effervescenza è stata visibile di là di quelle che vi hanno preso parte?
Si è provato a dire l’altrimenti per misurare lo scarto, la distanza, per usare categorie interpretative date, o per farsene di nuove? La precarietà è stata accettata come termine ombrello, e poi troppo frettolosamente usata, messa a disposizione da altri e poi lasciata circolare tra noi, suggestiva all’inizio per la connotazione di provvisorio, che la faceva apparire modificabile o fungibile? Marta Bonetti(11) ha posto da qualche anno queste domande, soprattutto nelle attività durante le quali ha incrociato le giovanissime.
I gruppi evaporano, gli stessi che hanno dedicato tempo ed energie alla costruzione di processi conoscitivi e passione alla creazione di linguaggi, ad innovazioni tematiche, a trasgressioni rispetto ai nessi concettuali troppo noti.
Evaporano quando, perchè?
Con quali orizzonti si sono confrontate le donne che hanno sviluppato saperi esperienziali e linguaggi sofisticati ? quale senso diamo alla transitorietà, alla provvisorietà di tanti dei gruppi che nascono e poi talvolta  in un lasso breve di tempo, “svaporano”? quali linee d’ombra hanno incontrato?

Il confronto tra noi

Non è questa la sede, né il tempo per redigere la mappa che non si riuscì a completare allora: mi preme invece mettere a fuoco alcune questioni, latenti nel dibattito ma che scorrono sottotraccia. Domande che hanno trovato consonanza nelle pagine che Anna Rossi Doria ha dedicato alla storia del neofemminismo italiano. Rivolgo alla nostra recente vicenda le rivolte al femminismo di allora: non solo nelle assemblee degli anni 70 emerse come nodo irrisolto il rapporto tra femminismo e democrazia, “allora mancò, scrive, un’analisi delle differenze di classe tra le donne, analisi che allora si sarebbe potuta avviare in forme nuove”(12) , e che nella fase caratterizzata oggi dalla precarietà, a maggior ragione avrebbe senso avviare. Proprio a partire dal confronto dalle differenze di valutazioni di cui disponiamo.  Poiché oggi siamo noi le lavoratrici, il movimento femminista non ha più bisogno di andare verso quello che si chiamava “lavoro esterno”. Ma evidentemente ciò non è sufficiente .
 Se siamo noi, quarant’anni dopo, a pieno titolo presenti, e in percentuali che sembrano rilevanti,  le precarie-autonome-atipiche, continuiamo a muovere la lampada per illuminare di volta in volta una area elettiva: su uno dei molti lati di questo prisma  riluce la visione celebrativa della libertà femminile anche in ambito lavorativo di cui Lia Cigarini ha scritto in questi anni.(13)
Varie autrici, singole e in piccoli gruppi, affinano analisi e si dotano di strumenti concettuali sempre più raffinati, ma sembrano interloquire in ambiti ristretti, altre percorrono la via della professionalizzazione spinta, cogliendo l’opportunità di incrociare i temi della precarietà delle altre –lavoratici di “basso profilo”- con la propria passione conoscitiva, formando un dialogo a distanza e in differita tra ricercatrici intellettuali e operatrici dell’assistenza : desiderio di trasgredire la professione, di osservare rispecchiamenti tra precarietà in apparenza tanto diverse? (14) Il lavoro di cura delle operatrici e il lavoro mentale delle ricercatrici si fondano su condizioni materiali molto simili, dialogano su una comune esigenza di trovare continuità, identità, senso, autonomia.
I gruppi, gli articoli, i convegni, le iniziative di questi anni, mi sembra spingano verso l’approfondimento da parte di ognuna di una propria e soltanto una linea interpretativa: producono conoscenze più raffinate, mentre le condizioni di precarietà non accennano ad alleviarsi per nessuna delle generazioni presenti; eppure la ricerca di un confronto, che possa esplicitare le domande relativa all’agire, viene evitato.
Durante l’ultimo governo Prodi si sono mobilitate alcune speranze e molte energie anche su questo versante: la presenza di partiti de centro sinistra e di sinistra, di personalità vicine al movimento elette in Parlamento, aveva suggerito come possibile e praticabile un dialogo tra movimento femminista e istituzioni governative anche sul tema della cosiddetta “precarietà”.
Dei tanti gruppi transitori quello che fu convocato da alcune parlamentari, e che vide la partecipazione di figure governative, di esponenti di associazioni e centri studi e alcune rappresentanti di movimento ( chi scrive fu tra queste ultime) , è stato senz’altro un’esperienza significativa. A quel tavolo si discusse della necessità di realizzare una grande inchiesta – partecipativa si disse- sul rapporto tra donne e lavoro, si disse che l’inchiesta avrebbe dovuto essere parlamentare, che sarebbe stato necessario coinvolgere forze e saperi da più parti. Si parlò di Libro Bianco sul lavoro delle donne. Questo gruppetto svaporò senza lasciare traccia , se non nella memoria delle presenti: non scrisse proposte, non redasse documenti, non presentò pubblicamente le sue ragioni. Eppure avrebbe potuto essere il modo per produrre confronti, raccolte di dati e di interpretazioni e proposte di azione, in vari luoghi si erano raccolte attese dell’apertura di un canale tra le esperienze microsociali e  livello parlamentare e governativo.
Le separazioni tra noi restano. Anzi forse il richiamo ad un “noi” si è sbriciolato tanto in fretta quanto fugacemente era apparso sulla scena.
Il rapporto con le pratiche trasformative, risultate tanto efficaci nelle dimensioni individuali e soggettive mentre tanto incerto e problematico appare la loro collocazione su un orizzonte collettivo, costituisce già una linea d’ombra che i gruppi incontrano. Le domande sottese non restano silenti, semplicemente sembra che non vengano raccolte per nessun dibattito. Quanto scrive Paola Di Cori aggiunge interrogativi:
“Tuttavia, è proprio questo – costruire condizioni di confronto aperte - il compito che tutte, giovani e non, abbiamo di fronte come irrinunciabile impegno d’impegno di responsabilità verso un passato , verso un presente che ci vede separate, isolate e ci costringe ad esibire statistiche sulla discriminazione su lavoro, diritto e sulla violenza contro le donne che non ha pari in Europa”(15)

Categorie

La discussione tra le varie anime finora non è avvenuta, restano sul tavolo le categorie interpretative già esistenti, emancipazionismo/femminismo; produrre/riprodurre; precarie/garantite; lavoro pagato/lavoro domestico, restano dicotomie, criteri giustapposti, più utili a stabilire linee di distinzione che ad incrociare saperi e costruire strumenti per l’agire, nella tutela delle proprie condizioni di vita e nella ricerca di strategie che vadano la sopravvivenza.
A queste, dalla dicitura quasi classica, ovviamente se ne sono aggiunte altre, ad esempio cognitariato e femminilizzazione del lavoro, che sembrano specializzare ulteriormente le piste di analisi.
I mutamenti del tempo e la sua accelerazione sono quelli che hanno provocato esiti più dirompenti. Per esempio la disponibilità totale, l’accettazione della frammentazione degli orari, le richieste di dedizione a full time. Altrettanto corrosiva e forse meno visibile era apparsa già a cavallo del millennio l’accelerazione del ritmo del tempo di lavoro, quello individuale soprattutto, che interrompeva le possibilità di relazione ( nonché di ogni azione imprevista) con altri, e di quello sociale . La strategia dell’ordine economico produce, nelle dimensioni del quotidiano, una costante percezione di urgenza capace di erodere le possibilità individuali di controllo, di progettazione di sé.
Il tempo accelerato e frammentato corrode il carattere degli individui, uomini e donne, ma quella stessa mutazione accelerata produce effetti di corrosione anche sulle dimensioni collettive, sui gruppi , sulle esperienze microsociali. Porre un argine all’erosione della progettualità e dell’azione di un gruppo non appare necessariamente come una priorità: qualche volta si valorizza la fluidità delle esperienze, la mutevolezza come capacità di adattamento, come sintomo di maggiore presa sui problemi. Eppure non c’è soluzione di continuità tra gli effetti sulle singole esistenze e sulle esperienze collettive
Riconosco che la maggior parte di questi gruppi sono contraddistinti da passione e da discontinuità.
Passione nel dare corso al valore delle narrazioni: il pensiero narrativo costituisce un elemento processuale significativo - nel narrare la “propria esperienza e quella che gli è stata riferita e la trasforma in esperienza di chi ascolta”.(16) Sul valore euristico che le narrazioni assumono in rapporto alla precarietà molto è stato scritto. Credo sia interessante notare come nella fase iniziale queste abbiano avuto anche un forte valore strutturante, svolgendo il ruolo e le funzioni di medium e di veicolo di relazioni, di codice di appartenenza ad un movimento culturale ed esistenziale, che tendeva a trascendere i reali contorni del gruppo.
La discontinuità segna l’invenzione e l’uso di quelle narrazioni : succede che non vengano più arricchite di parole vivide e di tensione verso la costruzione di quadri concettuali.  Un lato in ombra appare : vi è un valore autoconsolatorio nell’uso di uno strumento e di un registro “brillante”, mentre i dati materiali delle vite singole invece si opacizzano in tutta fretta? Eccesso di enfasi sulla voce narrante e perdita della relazione strutturante tra chi narra e chi , ascoltando, evoca il dipanarsi del racconto? Perdita dunque della dimensione relazionale , politica del senso di quel narrare, esposto al rischio di un mero esercizio narcisistico?
Succede che in breve tempo si sviluppa la reiterazione di un racconto sempre uguale a se stesso, che assomiglia piuttosto ad un resoconto, ad una costante domanda di identità, mentre diventano indistinguibili le voci e le possibilità di passare da uno all’altro significato sembrano esaurirsi rapidamente. Un terreno, quello delle narrazioni di vite precarie, sfigate e folkloristiche, di cui l’industria degli instant book si appropria con facilità e poco onore.
L’industria si appropria anche e soprattutto di specifiche competenze femminili, di quelle che dedichiamo alle organizzazioni: le imprese postfordiste (contesti che tendono alla frammentazione, alla delocalizzazione e polverizzazione e che proprio per questo hanno necessità di costruire sistemi di regolazione cui far sentire vincolati i collaboratori) hanno bisogno vitale di ‘cure femminili’: cura delle relazioni tra i singoli lavoratori e tra loro e l’impresa, cura delle famiglie professionali interne-esterne, dei loro diversi stili comunicativi e del loro rapporto con la mission dell’impresa, cura dell’integrazione di funzioni esternalizzate, ecc. in un’azione costante tesa ad appianare contrasti, smussare angoli, intuire, collegare, ricomporre.(17)
Competenze che l’industria utilizza mutandone di segno le finalità: le cure infatti tendono non più alla ricomposizione, ma alla riproduzione di condizioni minime di presenza, produttività, immaginaria creatività dei lavoratori.
Come annota Civenti(18) si potrebbe “sostenere(...che) le capacità relazionali femminili – che potevano rappresentare una forza di sgretolamento o quantomeno di critica, della dimensione commerciale- sono state da questa recuperate , inglobate e rese funzionali a un progetto di lavoro eterofondato e poco controllabile dalla donne stesse”.
Ciò che colpisce è che mentre questo sviluppo di specifiche competenze organizzative e parimenti di appropriazione da parte delle aziende è avvenuto, tanto da far scrivere testi e manuali di management, lo stesso sia rimasto invisibile al dibattito del movimento delle donne, patrimonio del sapere di alcune soltanto. Ed invisibile sia rimasto il processo di “recupero” eterodiretto di cui scrive Civenti. Forse perchè quelle competenze sono esercitate da lavoratrici intellettuali? Eppure  molte tra loro sono altrettanto precarie e atipiche. Forse perchè quel tipo di contenuto professionale, la ricomposizione organizzativa, non risulta interessante da osservare, troppo simile e troppo diversa dal lavoro di cura domestico? Eppure stimola un’intera area di indagine, intrisa di una quantità di differenze: di sapere, di skills professionali, di reddito, di collocazione, di potere decisionale.
Donne al lavoro come soggetti dispersi, frammentati, contrapposti: quali alleanze sono possibili o desiderate o auspicate, come si pone la questione della rappresentanza, compare questa domanda?
Ineludibile risulta anche la domanda sulle relazioni con le donne del sindacato sul tema del lavoro; come dire sul piano che per queste è fondativo e che per molte dei vari gruppi, invece, rappresentava un incontro appassionato e coincidente con l’ingresso nella fase  sociale della precarietà.
Questione difficile e non priva di scabrosità e incertezze: se infatti le relazioni individuali tra alcune hanno sempre avuto corso e non sono mancate le occasioni di confronto e di dibattito, più incerti mi sembra siano stati gli incontri strutturati e gli incontri dialoganti negli anni cui accenno. Credo che sia le femministe del movimento che le sindacaliste si siano poste l’interrogativo sui motivi che  continuavano a rinviare un incontro più pubblico, più collettivo che potesse avvalersi di saperi e di pratiche provenienti da diverse angolazioni.
Le risposte mi pare non siano ancora emerse, qualche nota si è sentita all’interno dell’esperienza di Usciamodalsilenzio, quando dopo la manifestazione delle 200.000 a Milano nel 2006 , centinaia di donne continuarono a riunirsi in assemblee quasi mensili, dove le donne della CGIL erano presenti e tra le leader di quell’esperienza.(19) Dei tanti gruppi di discussione, dei laboratori aperti a tutte, quello sul lavoro non le vide partecipi, mentre la precarietà come tema dell’esistenza e soprattutto come emergenza delle giovani era centrale e costantemente richiamato.
La domanda per il futuro prossimo invece  (tra chi verrà affrontata) : quale sarà, quale è già, l’effetto della crisi sulle donne e sul nostro rapporto con il lavorare? Come partecipare e immaginare il cambiamento del dopo?

Un triangolo

Provo a rimescolare le mie stesse carte, certa di una ricchezza conoscitiva che abbiamo creato, più dubbiosa e decisamente interrogativa riguardo alla consapevolezza condivisa della necessità di un agire collettivo che attraversi il mondo del lavoro, non si limiti alle tutele del mercato. Nonostante la certezza di uno iato attuale tra queste due dimensioni, provo a ricondurre ad una figura semplice ( e  tuttavia temibile sia in occidente che nel sapere psicoanalitico) pensieri sorti recentemente da riflessioni vagamente sedimentate in questi anni.
Utilizzo la figura di un triangolo per dare forma visiva ad un’ipotesi: se le categorie che abbiamo utilizzato fino ad adesso sono servite più a ribadire posizioni, ad approfondire riflessioni nell’ambito di pertinenza di ogni opzione, piuttosto che ad aprire un grande comune ragionamento, se dunque in questa fase non favoriscono non dico il confronto, ma forse neanche la conversazione, allora fare un piccolo detournement può essere utile.
Un triangolo rappresenta questo: un detour in uno spazio formato da concetti che sono in verità già noti, che singolarmente hanno già mostrato efficacia analitica e fertilità di interpretazione. L’ipotesi è dunque quella di un campo, perchè quello che ritengo di suggerire sono movimenti nello spazio.
A partire da un movimento è possibile avvicinare la questione : un’attesa rimandata del dialogo tra le diverse anime del femminismo.
Disponiamo già da tempo dei concetti posti ai vertici del triangolo, fertili per lo studio e per la comprensione delle questioni.
Approfondire i nessi tra i vertici, rendere visibili possibili traiettorie tra questi, usare il campo come descrittore e come chiave interpretativa dei problemi ricorrenti oggi: dal differenziale retributivo a una domanda sulla rappresentanza collegata alla nostra soggettività.
Propongo come vertici : Esserci, Valere, Riconoscimento.

Esserci
Esserci ( connesso a valere) è un concetto che già Angela Groppi ha proposto nell’introduzione a “ la storia delle donne”, la questione dell’esserci che diventa quella della misura è questione antica ed è merito della ricerca delle storiche aver svelato come abbia mutato di significato nel corso del tempo: sia nella realtà fattuale che nell’interpretazione teorica.
Se è “opinione comune che la questione del lavoro femminile non si esaurisce in un semplice problema di cifre e di presenza”(20) è vero che oggi il problema delle cifre assume una rilevanza specifica e in grado di orientare lo sguardo su temi urgenti dell’oggi, quando diventa un tempo così stretto. Capire quale senso assuma per noi il continuo ripresentarsi della necessità di queste cifre risulta centrale e politicamente rilevante.
Quale senso possa assumere oggi intrecciare ragionamenti basati anche su dati numerici, oggi che abbiamo sperimentato la ricchezza conoscitiva delle narrazioni, e contemporaneamente abbiamo fatto indigestione delle reiterazioni quasi automatiche, congelate invece che vivide?
Ogni ricerca di dati sul lavoro atipico l’ha sottolineato in questi anni: i numeri assoluti e sicuri non ci sono. Per natura del dato stesso ( fluttuante), per differenza dei criteri di misurazione, per assenza di un soggetto interessato a “contare”? assenza imputabile a frammentazione, fragilità incertezza da parte di un soggetto “donne” nell’esigere dati e numeri da enti e istituzioni pubbliche a questo preposte.
Dobbiamo essere visibili per esserci. Eppure non è solo la rivendicazione di una presenza, ancorchè intermittente, quanto di assumerci la questione e il suo senso.
Quante donne lavorano? Già questa domanda apre inevitabilmente l’obbligo di dichiarare cosa è lavoro, di circoscrivere il “lavorare”: quali gesti, quali attività, quali contesti, in breve quali soggetti donna include e quali esclude. Non è una domanda che il femminismo possa considerare neutra o innocente: come viene posizionata la borderline del lavoro domestico? Di tutti quelli non pagati? Le nostre analisi rendono impossibile isolare il lavoro dalle altre traiettorie dell’esistenza, l’attività dall’inattività, il lavoro dal non-lavoro, il luogo del lavoro dallo spazio domestico, la sfera pubblica da quella privata. La concezione del lavoro incrocia per noi una pluralità di dimensioni.
Appunto una pluralità dice che sono ancora presenti le distinzioni, che il gioco della complessità non nega quello di una lettura che possa cogliere elementi distinti, e dopo ( o accanto, o nel frattempo) ricollegarli e metterne in evidenza i nessi.
Sappiamo che l’incertezza dei numeri , giocando a nostro sfavore, ci riporta ai blocchi di partenza : laddove ripropone un’antica presa di posizione, quella che tende unicamente a giustificare la nostra presenza, in virtù della forza innegabile della quantità. Eppure sappiamo che l’incertezza parla anche a nostro favore: non siamo soltanto in quel conto, siamo anche altrove. Se è stato possibile che questa interpretazione dell’incerta presenza ci venisse proposta come una diminutio, oggi possiamo assumercela con tutta la pienezza dell’ambivalenza che sappiamo frequentare. Non si tratta di dimostrare che siamo sempre e soltanto e in primis lavoratrici, o di quanto assomigliamo alla figura del breadwinner, ormai conosciamo i nostri andirivieni.
Non sottostimiamo il carattere intermittente e spesso informale del lavoro femminile, dell’altamobilità che lo contraddistingue.
L’intermittenza e la mobilità vanno a strutturare un profilo di femminilizzazione del lavoro che comprende soprattutto le cosiddette capacità relazionali femminili: vale la pena annotare che il segno non è necessariamente positivo, le qualità che aziende e amministrazioni dicono di valorizzare non vengono premiate nè nel reddito nè tantomeno nelle condizioni contrattuali.
Anzi siamo consapevoli che c’è stata una mutazione, dal mutare di segno che queste caratteristiche vanno assumendo negli ultimi anni. Non più solo tratti di un condizione residuale o contingente ( per quanto replicata da n soggetti) ma tratto distintivo, strutturale. Da più parti, oggi siamo descritte come attori particolarmente “dotati” nel fronteggiare le incertezze congiunturali e nel gestire appartenenze multiple. Nei racconti sembra trovar posto una visione complessa della flessibilità, dei suoi rischi, ma anche delle sue potenzialità, indizi forse, di un modo differente di intendere il lavoro.
Penso che vogliamo conoscere i numeri. L’incertezza su questo dato, su quali possano essere le sue articolazioni interne, pesa su altri elementi della nostra discussione, offusca il senso dei nostri interrogativi , ce li rivolgiamo tra noi: quante avranno una pensione decente? Quante hanno avuto o hanno la maternità garantita? Quante possono appoggiarsi a qualche ammortizzare sociale? Quante sono pagate a fine lavoro?
È dunque sempre necessario ripartire da qui: indicare dove siamo, in quali settori merceologici, con quali qualifiche, con quali retribuzioni, se abbiamo diritto alle contribuzioni e quali.
Sarebbe utile disporre di dati, elaborati a partire dalle nostre domande, evitando che i numeri si presentino come “ neutrali”: è ormai evidente e riconosciuto che i dati quantitativi da fonti ufficiali ( ISTAT; CNEL; INPS) di cui disponiamo sono contraddittori tra loro, spesso semplicemente non sono comparabili Non dicono quante siamo, né in quali settori: quando ad esempio si enunciano dati di una presenza femminile maggioritaria nell’ambito del welfare, cosa si intende descrivere? non si elencano altrettanti dati relativi alle tipologie contrattuali e alle condizioni effettive. Non risulta da questa scelta come dare visibilità e appartenenza sanitaria alle dipendenti di un centro di cure di sanità privata, di proprietà “metalmeccanica”?
Quanti e quali servizi sono stati dal welfare esternalizzati e affidati con gare d’appalto a cooperative, titolari di servizi di natura quanto mai vaga e ampia?
In un ospedale le pulizie- necessità fondamentale, dato che sono parte integrante del processo di assistenza terapeutica- possono essere affidate ad una cooperativa che fa turnare le sue dipendenti tra l’ospedale appunto, il magazzino di un supermercato, la cucina dell’appalto di una scuola. Ogni luogo ha le proprie norme specifiche, materiali e tecniche previste. I numeri che cosa e quanto descrivono? quale processo produttivo, quale appartenenza, tempo di lavoro, gerarchie, norme, contratti? Quale protezione igienica, quale sicurezza garantiscono a chi lavora e all’utente finale?
Nei servizi alle imprese nelle aree metropolitane, Milano come Napoli (editoria, marketing, ricerca, tv, formazione…), le imprese con cui abbiamo collaborazioni sono spesso PMI. Clienti/committenti a loro volta sono spesso presenze fragili e provvisorie sul mercato, clienti residuali del credito. Siamo stagiste di grandi imprese, anche in quelle impegnate nelle grandi sfide globalizzate, di studi professionali eccellenti, affamate di saperi e skills, come pure di contratti.
Anzi come stagiste per definizione non compariamo neppure !
Nè come costo per l’azienda, nè in qualche lista statistica: quale strumento statistico prende nota di questa nuova figura?
Essere visibili deriva anche dal raccogliere le frequenze, le ripetizioni nell’esperienza lavorativa. La durata, il rapporto tra tempo e denaro di lavoro ( orario e salario). I numeri potrebbero dunque aprire la nostra possibilità di “vedere”: quante in uno stesso luogo, come e se sia possibile comunicare lavorando insieme,
Siamo lavoratrici precarie e lavoratrici autonome. Lavoratrici dipendenti nel welfare e nella P.A., nell’industria e nei servizi. Siamo presenti su un ventaglio di collocazioni differenziate.
Siamo tutte queste figure : prima ancora di suddividerci in sottoinsiemi distinti secondo criteri ( elaborati da altri o elaborati da noi), prendiamo atto che siamo presenti con queste figure perché abbiamo in comune domande relative al nostro valere, al nostro riconoscimento.
E affinché la domanda dell’esserci possa diventare: siamo insieme?

Valere
Nell’intermittenza dell’esserci quale certezza possiamo sperare di incontrare nel valere ?
Groppi scriveva che tra esserci e valere “ è esistito e continua ad esistere uno iato che , sul piano interpretativo, rischia di infilare la storia del lavoro delle donne in un imbuto desolato e desolante”(20) Alla fine dell’800 o anche nel secolo scorso lo status lavorativo per una donna non equivaleva ad uno status sociale più elevato : infatti lavorare era spesso una diminuzione del suo valore. Anna Rossi Doria evidenzia le preoccupazioni che sorgevano a proposito delle factory girls  “ le più giovani, le più povere e spesso le più sfacciate operaie(...), la visione delle giovani operaie sta dietro alle dichiarate preoccupazioni per il lavoro fuori casa delle donne, che entra a far parte dei mali sociali”(21) , a Londra nell’800. Oggi sul piano del discorso pubblico e razionale nessuno osa tanto. Sembrerebbe scontato che lo status di lavoratrice abbia un valore, pari o forse superiore a quello di non lavoratrice se si considera la quota di produzione di reddito visibile. Eppure l’interrogativo è stato posto ogni volta che “lor signori” hanno limitato la nostra titolarità di soggetti, perchè anche di questo si parla quando si propone un voucher per la cura degli anziani ad ogni donna che torni  a casa. Allora come oggi il termine valore indica un’identità da cogliere nell’ incrocio tra percezione esterna e percezione/rappresentazione di sé.
Poiché il valore ci definisce gli uni in rapporto agli altri, come Marx affermava, dall’altra parte per vie sottili la rappresentazione di sé definisce il valore in rapporto a sé stessi : due lati della questione che complicano la relazione con le incertezze e le ambivalenze dei valori, monetari, sociali e simbolici.
La relazione con il contesto, quando è contesto lavorativo, è ricca di ambiguità e complessità , di sorprese come fosse un incontro rimandato.
Il “contesto” curiosamente viene descritto come qualcosa che è “tessuto insieme, unito saldamente, connesso, saldato, costruito”, ma il punto è che sono sempre meno sono descrivibili i contesti in cui lavoriamo , sempre meno “saldi e costruiti”. Il contesto ha valore soggettivamente, tutti gli aggettivi e i significati del contesto attengono al fare, necessitano di un soggetto che lo eserciti. Il contesto è una trama e il soggetto che ne fa parte, per descriverlo e modificarne il disegno, deve uscire dalla trama. Il contesto di lavoro può essere descritto come qualcosa con cui non ci si identifica (perché il proprio sogno è altrove), cercando delle modalità per posizionarsi “altrove”, per guardare in un “altro modo ”.
Ma parlare di contesto significa parlare anche di contenuto del lavoro.
Molte amano il contenuto del proprio lavoro ma detestano il contesto, amano la medicina ma odiano l’ospedale . Un rapporto con il proprio contesto lavorativo permette di definire il valore, come proposto in precedenza: senza necessariamente aderirvi, tuttavia cogliendo l’incrocio tra percezione sociale e percezione di sé.
I contesti lavorativi non sono stabili, non risultano duraturi nell’esperienza . Sono variabili e plurali. La percezione che si ha del proprio valore in uno muta nell’altro. Accade di ottenere remunerazioni diverse per attività uguali. Può accadere che ciò dipenda dal valore del contesto e non dal nostro valore. Può accadere invece che qualcuna si ponga interrogativi sulla propria maggiore o minore adeguatezza .
Nei microcontesti lavorativi viene sollecitata l’autovalutazione : ci viene proposto che la misura del lavoro diventi la misura di noi stesse, laddove sappiamo che per le donne vi sono altre “ monete” che non quelle meramente produttive, dell’ottica retributiva.
Si va verso una contrattazione individuale e sembra che questa richiesta parta anche da noi. Le ricerche in questo senso nel territorio della Toscana (22) sottolineano il valore strategico di stili contrattuali individualizzati, volutamente ambigui, messi in atto dalle donne che fanno lavori a domicilio. Finalizzati alla protezione della propria esistenza, al libero attraversamento del personale confine tra vita e lavoro che ognuna conosce per sé.
Quello che sembra apprezzato è la nostra ars combinatoria, la maggiore flessibilità di ingresso e di uscita dal mercato è un elemento favorevole solo per noi : le nostre arti combinatorie risultano un vantaggio rispetto alla rigidità delle collocazioni lavorative maschili.
Nello stesso tempo la misura del “valere” in ambito lavorativo continua a identificarsi con il denaro.
E’ noto a tutte/i quanto siano risorse potenti la visibilità, la capacità di gestione, la capacità di accesso a fondi di ricerca, la titolarità decisionale sui progetti in corso e su quelli futuri. Il denaro come sempre non esaurisce la misura del valore. Ma rimane quella più semplice e chiara, in questo senso potente. Da questa come da quelle noi siamo discriminate, ca va sans dire
Le donne guadagnano meno. E’ un dato scontato e quasi un’affermazione ridondante. Il differenziale retributivo rappresenta una delle invarianti accettate come tali.
Qualcuno, qualcuna lo indica, ma raramente sollevando il pubblico sdegno.
Ma davvero “le donne non chiedono”(23) ? Non chiedono aumenti salariali, e non chiedono passaggi di carriera, collocazioni di maggior responsabilità, o piuttosto non chiedono soltanto perché incerte del proprio merito,  oppure non chiedono individualmente . Chiedere è una parola dal sapore antico e ambiguo, suggerisce posizioni debitorie, un diverso grado di potere sociale. Sarebbe più neutra la parola negoziare, contrattare. Eppure l’eccesso di ambiguità svela che il moto che porta a non chiedere può essere anche quello di ritrarsi da una relazione per niente apprezzata dalle donne: il confronto vis à vis, individualizzato, che le mette su un piano di disparità, di evidente debolezza, per cui il risultato sembra fin dall’inizio uno scacco.
Se la posizione delle donne nel lavoro oggi è spesso quella delle lavoratrici autonome e nel lavoro intellettuale, la domanda che vale per noi vale anche per i nostri colleghi. Qual è il valore del lavoro intellettuale?
Perché il lavoro intellettuale flessibile è remunerato meno di quello dipendente? E soprattutto perché è così difficile che sia remunerato in tempi ragionevoli ( si narra di fatture alla P.A. pagate dopo mesi e mesi...ormai anche Confindustria chiede tempi rispettati, certo dal pulpito di una visibilità e di un potere contrattuale differenti)
Come può essere gestita la contrattazione individuale con la committenza? Se dispone di strumenti, di dispositivi , è possibile apprenderli?
Sarebbero utili strumenti concreti sia alle donne che all’immaginario sociale che le osserva collocate sulla scena del lavoro : una scena eccessivamente ravvicinata, troppo personalizzata, evocativa di altri tipi di relazioni - fantasmi di mercificazione del corpo sono com’è ovvio in agguato- un disaccordo sui termini di valutazione o sulla remunerazione suscita immagini di conflittualità frontale. Molte di noi si ritraggono da questo scenario anche solo prefigurato, come se il timore di perdere fosse più certo del suo opposto. Per gestire diversamente i termini del confronto servirebbero tempi più lunghi, più accessibili a dimensioni processuali , ma la risorsa tempo sembra essere sempre più scarsa nei contesti odierni .
Tempo e dispositivi tecnici gestibili individualmente scarseggiano.
Qual è oggi il valore sociale della nostra presenza nel mondo del lavoro? Mi risulta difficile immaginare una dimensione sociale in questo periodo in Italia; appare troppo frammentata per individuarne un senso condiviso. Certo colpisce che all’annuncio che le donne medico stanno sorpassando di numero i colleghi si possa chiosare che nelle professioni il sorpasso ha luogo ogni volta che quella figura ha perso appeal ( potere, remunerazione), e che si verificherà un problema a breve tempo perchè si svuoteranno le sale chirurgiche: la chirurgia infatti sembra che sia destinata solo agli uomini.
Non importa se il sorpasso sia la causa o l’effetto, quando ha luogo segnala che quella posizione ha diminuito il suo valore sociale.

Riconoscimento
Desiderio di riconoscimento, bisogno di visibilità, presenza in un tessuto di relazioni che sia prossimo e che sia pubblico, di piena cittadinanza.  Quanti soggetti evoca il riconoscimento? Credo, come Trifiletti ha già  indicato, prima di tutto il soggetto rappresentato da sé stesse: “sentirsi lavoratrici” non è una percezione  acquisita una volta per tutte, certa e solida, non lo è mai stata, neanche per un’operaia della Ford. Non soltanto perchè disponiamo di una pluralità di appartenenze identitarie, perché siamo maestre dell’ars combinatoria e costrette ad acrobazie ben oltre la doppia presenza, non solo dunque per aspetti che derivano dalla nostra soggettività.
“Sentirsi lavoratrici” rimanda ad una conversazione interna tra le varie parti del sé, alla conoscenza che si ha del proprio io, delle relazioni con il contesto, del “ perchè non chiedo”. Rimanda all’accettazione dell’ambivalenza quando si esce di casa, alla pena e al sollievo di lasciare i figli, alla pena e al sollievo di lasciare una passione creativa al limite del workalchoolic, al senso di inaadeguatezza nel gestire le ondate di ambivalenza che sembrano non quietarsi mai.
“Sentirsi lavoratrici” : vedersi al lavoro e essere viste dagli altri.
Sentire che questa parte dell’identità è sufficientemente certa, abbastanza solida da poter essere ritrovata domattina al risveglio per poter partire da lì. Quanto abbiamo ricordato finora sembra dirci che in epoca di precariousness questo sentimento e questa percezione di sé non sono favoriti né sostenuti dal “contesto”.
Esistono molti modi di guardare al lavoro femminile, compreso, sempre all’erta, quello di essere considerate delle bad girls, o ladre del lavoro maschile. Quale prevarrà in epoca di crisi? Forse quello che ci vede come produttrici di reddito nazionale, con particolari specifiche qualità relazionali utili a tutti?
Forse è una domanda difficile da porre a una donna precaria: ma la mancanza di una risposta non elude l’esigenza di riconoscimento e di visibilità.
I gruppi  hanno offerto un riconoscimento reciproco alle nostre soggettività, dando origine ad una straordinaria avventura conoscitiva, e prima ancora relazionale.
Come riconoscerci tra noi? Tra precarie e garantite? Tra autonome e dipendenti? Come vederci le une “altre” con le altre? Tra singole e tra gruppi, tra femministe e donne del sindacato? La crisi economica ci porterà forse come possibile esito un modo per oltrepassare quel conflitto generazionale che aveva spinto le femministe degli anni 70 a polemizzare con l’emancipazionismo di cui le donne più anziane apparivano portatrici.
Credo che per affrontare la crisi e i suoi effetti abbiamo bisogno del patrimonio costruito recentemente, già ricche del sapere e delle pratiche del femminismo - insieme ai tratti che ho cercato di annotare - eppure sono convinta che una rivisitazione, con lo sguardo di oggi, delle storie e delle pratiche delle donne dei tempi dell’emancipazione , di coloro che vissero gli anni detti nel nostro paese della ricostruzione, potrebbe arricchire anche il nostro bagaglio. Come e quando compiere questa rivisitazione penso che dipenda da una elaborazione collettiva e comune.

Maputo, 25 giugno 2009
 

(1) Questo scritto non appartiene al genere “ricerche sul lavoro”, non ha pretese scientifiche. Rappresenta piuttosto un’area di sosta, nasce dalla esperienza lavorativa e di condivisone con altre ed altri (talvolta) dei temi del lavoro. Come autrice sono anomala: rispetto ai saperi accademici del tutto periferica, colpita invece da” una magnifica ossessione “ per il tema del lavoro.

(2) A.Murgia, “ from work precarity to social precarity: a gender perpective oftransistions between work e private life” 2007 Paper ( traduzione mia)

(3) dal sito www.acainrete.it

(4) S. Bologna, Ceti medi senza futuro? Roma , Derive Approdi 2007, p 33.

(5) Il gruppo ebbe vita brevissima ( due uniche serate) quasi una farfalla , però in grado di riunire generazioni e condizioni contrattuali diverse. Sintesi Donne e lavoro, 13-17 febbraio 2006, http://www.usciamodalsilenzio.org ( consultato06/ 06/09)

(6) C.Morini, Il valore dell’infedeltà, in Queer inserto di  Liberazione del 15 ottobre 2006

(7) S.Bologna, Ibidem, p34

(8) A. Nannicini, prefazione in C.Borderias et al, Tre donne e due uomini parlano di lavoro che cambia, Milano Libreria delle Donne 2006

(9) Nel giugno 2004 si tenne alla casa Internazionale delle donne di Roma un convegno dal titolo “ Dalle tessere alle figure del mosaico” di cui gli atti furono pubblicati dalla Provincia di Roma

(10) comunicazioni verbali in seminari 2007, appunti personali

(11) A.Rossi Doria, Dare forma al silenzio, Roma Viella 2007, p 257

(13) La Libreria delle Donne da continuità anche negli scritti alla riflessione che avviene al suo interno su questi temi. Parole che le donne usano nel mondo del lavoro di oggi; 2005; Tre donne e due uomini parlano del lavoro che cambia; 2006.  Il doppio sì; 2008 . Milano Quaderni di Via Dogana

(14) M.Bonetti , S.Burchi, M. Guerini e G. Mazzoli “Da fuori non si capisce.il lavoro delle donne nelle cooperative sociali” Lucca Centro Pari Opportunità, 2006
(15) P:Di Cori, Generazioni di femministe a confronto: precarietà versus corporazioni? Posse, Giugno 2008

(16) W. Benjamin, “Angelus novus” Torino, Einaudi 1995, p 251

(17) su questi temi vedi anche Cristina Morini in vari suoi saggi

(18) G. Civenti, Donne e Lavoro, paper in corso di pubblicazione 2008

(19) come molte vicende del movimento delle donne anche la storia di Usciamodalsilenzio aspetta i essere scritta, ricordata e commentata nella sua interezza.

(20) A. Groppi  prefazione a Storia delle donne1996 laterza p VII

(20) A. Groppi ibidem pXIV

(21) A.Rossi Doria ibidem p 12

(22) R.Trifiletti Dare un genere all’uomo flessibile , in a cura di F.Bimbi  ugualianze e differenze  Il Mulino, Bologna

(23) Titolo di un testo di Babcock-Laschever