Arte Femminista
LA RIVOLTA IN BIANCO E NERO DI QUELLE CATTIVE RAGAZZE

di Francesca Giuliani


Eleanor Antin

 

 

Nel pieno degli anni Settanta, quando il mondo era ancora in bianco e nero, un pugno di ragazze, in parti diverse del mondo, si mise a fare altro: tutte allo stesso tempo, perché il tempo era arrivato, tutte «anziché rifarsi il trucco, decisero di ripensare se stesse» (instead of making themselves up, they made up their minds).

Oggi il cammino fuori rotta di quel gruppo di donne forma la Sammlung Verbund di Vienna, la collezione dell' azienda di elettricità austriaca, che ha deciso di investire su una porzione di arte vicina e «in fieri» dal punto di vista della lettura critica. La raccolta di opere, intrapresa nel 2004 per la cura di Gabriele Schor, è in mostra alla Galleria Nazionale d' Arte Moderna di Roma fino al 16 maggio con il titolo Donna: avanguardia femminista negli anni Settanta.

Diciassette artiste unite da un elemento comune e identificativo: un momento in cui le donne prendono la parola per demolire cliché e banalità, per definire identità nuove e più libere. Ne risulta un' arte che mette al centro il corpo della donna per parlare di identità, potere, sessualità, maternità, violenza. Anche i mezzi espressivi sono in certa misura «nuovi», senza gli obblighi di omaggio a predecessori (sempre uomini), senza troppi precedenti conclamati rispetto ai quali dover tarare le proprie scelte. Si spiega anche così l' uso della fotografia, delle mises en scène fotografiche, dei primi video.

L' intera raccolta Verbund risulta impostata su un principio di profondità piuttosto che di estensione, in cui gli anni Settanta sono considerati l' avvio per l' affermazione di concetti e procedimenti artistici che diventeranno punti di riferimento per l' arte fino ad oggi. Per definire la radicalità di quel decennio, si ricorre persino ad un ritorno quasi «vintage» alle parole «avanguardia» e «femminista». Categorie in cui vengono fatti rientrare i (primi) lavori di Cindy Sherman, Birgit Jurgenssen, Renate Bertlemann, Ana Mendieta, Martha Rosler, Helena Almeida, Valie Export, Ketty La Rocca, Leslie Labowitz, Suzy Lake, Suzanne Lacy, Nil Yalter, Annegret Soltau, Martha Wilson, Hannah Wilke, Eleanor Antin, Francesca Woodman.

Dirompente, scandalosa negli anni in cui nacque, quest' arte contiene ancora oggi un potere deflagratorio: nelle grandi sale bianche le piccole foto della Sherman (classe 1954) esplodono con la loro ironia, con la forza di una ricerca che è alle origini, come nelle serie fotografiche in cui il corpo è pretesto e luogo di perenne metamorfosi. Basta guardare le serie dei Bus Riders (1975): dieci, trenta, cinquanta volte l' artista («Je est un autre», la Schor cita a proposito Arthur Rimbaud nel testo in catalogo) con mascheramenti sempre differenti, attraverso diversi luoghi comuni sociali, ruoli cambiati, varie parti in commedia.

Imperdibile Doll' s Clothes, «scena primaria del sistema di personalità multipla dell' artista», un film di due minuti e venti secondi in cui Sherman allestisce un piccolo libro al centro del quale rappresenta se stessa nella forma di una bambolina di carta che si accinge a scegliere uno fra tanti vestitini; ma compiuta la scelta, indossata la veste, una mano fuoricampo la spoglia e la ripone nella tasca di cellophane.

C' è tutto il potere del gesto (e della parola) nei fendenti con cui Martha Rosler, armata di un grosso coltello, teatralizza un ambiente domestico come la cucina nel video Semiotics of the Kitchen: «Nella scelta delle strategie di rappresentazione miro allo straniamento o alla presa di distanza determinata dal rifiuto del realismo, dalla vanificazione delle aspettative, dalla palese violazione delle convenzioni», scrive l' artista nel 1977, stesso anno del suo video più famoso, rappresentazione della follia che sottende un ambito di quiete, di sicurezza solo apparente.

Eleanor Antin, con barba finta e mantello, si aggira per le strade di una cittadina della provincia americana presentandosi come il sovrano del posto( Portrait of the king; The people were enchanted ): situazionismo forse, teatralità elementare, sconcertante documentazione d' epoca nelle foto in bianco e nero in cui una ragazzetta gracile sfida il mondo e gli grida la prospettiva che tutto possa essere diverso (da come appare, da come è): «Mi interessa definire i confini del mio sé. I punti di riferimento consueti per una definizione di sé - sesso, età, disposizioni, tempo e luogo - sono ai miei occhi limitazioni tiranniche della mia libertà di scelta».

Di altra violenza sono armate le sfide di Valie Export il marchio dietro cui si cela l' artista che, armata di mitra (giocattolo), esponendo i genitali nudi attraverso uno strappo sui pantaloni, entrava in un cinema porno minacciando gli spettatori (simboli fallici e paura edipica dell' oggetto desiderato) nel 1969 in Genitalpanik dove si denuncia (già) il corpo per come è orrendamente rappresentato dai media, della percezione (e proposizione) maschile.

Fuori da queste atmosfere di rabbia, di anni di slogan e tentativi furiosi di spezzare certe catene, c' è anche il lavoro di Francesca Woodman. Poeticamente decò, oggi più che famosa, la sua fotografia detiene una forza da grande arte: eppure sussistono modalità e analogie che la legano alle sue, così diverse anche fra loro, compagne di cammino.

Il corpus delle opere della Woodman è stato acquisito dalla Verbund: si tratta di ventotto stampe su gelatina d' argento che ripercorrono il cammino artistico della Woodman, morta suicida poco più che ventenne, ottocento opere in nove anni. Sono scenari di abbandonoe desolazione in cui la donna, il corpo, la vita sono presentati come estranianti eppure concentrati in uno spazio astratto capace di liberare le energie della psiche, della riflessione, ancora una volta alla ricerca di un' identità, di sé. Cosa sarebbe successo se Picasso fosse nato femmina?

A questo interrogativo, lanciata come il sasso di una provocazione da una critica tedesca nel pieno di quegli anni, ciascuna delle artiste della Sammlung Verbund ha dato la propria risposta. In un percorso fuori da ogni rotta, un impromptu che ha contribuito a fare la storia delle donne.

 

Repubblica, 1 aprile 2010