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Yawulyu: White Culture and Black Women’s Law,
Nell’aprile del 1999, le anziane del villaggio di Wirrimanu allestirono, nel Grande Deserto di Sabbia australiano, un tradizionale accampamento di donne, il Centro della Legge e della Cultura delle Donne Aborigene Kapululangu (dal nome della sorgente del posto), in una baracca proprio fuori dai confini dell’insediamento. Nella baracca, le donne crearono tante piccole tende dotate di cuscini, oggetti personali e materassi. A un’estremità della baracca c’era uno stanzino che comprendeva anche un ufficio improvvisato e dall’altra, una veranda. Fuori dalla baracca sistemarono un posto per il fuoco. Lì si sarebbero poi radunate per raccontare storie, per socializzare e impegnarsi in discussioni politiche. Ben presto il centro divenne la casa di tredici anziane dai sessanta ai novant’anni. Al campo le donne, insieme, mettevano in pratica le tradizioni della loro cultura come non sarebbe stato possibile fare quando erano sparse nelle case dei loro figli. Rifiorivano i rituali, man mano che si dedicavano a cerimonie spontanee o organizzate, senza paura di essere viste o udite dagli uomini. Eseguivano con regolarità spedizioni di caccia, ridando vita non solo alla loro cultura, ma anche al rapporto con la terra. Le donne del centro culturale si resero conto che la loro comunità aveva subito un trauma con la perdita dei propri saperi tradizionali. Avevano visto quest’erosione spirituale portare confusione tra i figli e i nipoti, tra i quali alcuni avevano manifestato comportamenti autolesionisti. Per contrastare questa tendenza distruttiva, volevano ora assumersene la responsabilità in quanto antenate e depositarie della cultura tradizionale e insegnare ai nipoti le vie della terra. Hanno insegnato così i canti e le tradizioni alle giovani del villaggio, fino a organizzare un gruppo di danza che potesse recarsi oltreoceano per esibirsi con le indigene hawaiane, canadesi e le abitanti delle isole del Pacifico. Quest’esperienza ha mostrato alle donne più giovani che l’iniziativa delle anziane faceva parte di una rivitalizzazione della cultura indigena e avrebbe piantato i semi di un futuro femminista transnazionale. In quanto vedove che non devono più prendersi cura dei mariti e dei figli, al campo le donne più vecchie godevano della “libertà di vivere e lavorare insieme condividendo il piacere delle usanze e delle pratiche culturali della Yawulyu” – la Legge – come scrive l’autrice Zohl de Ishtar, che ha vissuto con loro per due anni. De Ishtar è arrivata a comprendere che, per le donne, la Yawulyu comprende qualcosa di ben più grande di ciò che è legale o no. Rappresenta un intero corpo di tradizioni, costituisce “il passaggio che conduce alla comprensione, alla percezione, alla messa in pratica, alla conoscenza e alla gestione della Tjukurrpa [“la forza vitale che pulsa nell’intero universo”] e del posto che ciascuno occupa all’interno di esso”. Quindi, la Yawulyu comprende il potenziamento dei poteri spirituali attraverso quei rituali finalizzati a mantenere la connessione con il cosmo. Racchiude un codice morale e un modello che va oltre l’individuo e la creazione umana.
De Ishtar ha lavorato con le comunità di donne indigene australiane e del Pacifico fin dal 1979, e ha incontrato per la prima volta le donne del centro culturale nel 1993. Non sorprende, leggendo la breve biografia all’inizio del libro che, prima di allora, de Isthar avesse partecipato al Greenham Common Women’s Peace Camp in Inghilterra. C’è una linea di continuità tra queste attiviste contemporanee, che creano rifugi sicuri dove si riuniscono donne di tutte le età per intraprendere azioni politiche e ritrovare il legame con la terra e le loro tradizioni culturali, e le donne delle culture indigene. Dopotutto è dalle donne di tali culture che si è presa, più o meno fedelmente, l’ispirazione. Quando de Isthar incontrò le anziane di Wirrimanu, fecero con lei il rituale del sogno, attraverso il quale la sua vita si legava alle loro. Per le indigene i sogni sono viaggi dello spirito in grado di metterle in contatto con gli esseri e la conoscenza ancestrali. Nel corso del rito, de Isthar sognò di incontrare due messaggere, che insistevano sulla sua responsabilità di proteggere la Legge (Yawulyu) e sul fatto che una delle anziane le avrebbe fatto da maestra. Crearono una tavola del sogno – un’immagine rituale che le donne dipingono sul tessuto e sui loro corpi mentre cantano insieme. Il mattino dopo, durante la visita al centro, quando de Ishtar incontrò l’anziana che le era apparsa in sogno, anche la donna disse che aveva sognato che dipingevano insieme. In realtà, disse l’anziana, il sogno era stato così vivido che al risveglio era rimasta scossa nello scoprire che de Ishtar non era lì con lei. De Ishtar pensò che la vividezza del sogno significasse che sia lei che l’anziana avevano ricevuto la visita delle antenate e che l’esperienza avrebbe segnato l’inizio dell’impegno a cambiare la vita delle donne. Dopo aver superato gli ostacoli posti dal governo e dopo numerosi viaggi all’estero per raccogliere fondi, de Ishtar si trasferì al campo. Le anziane la istruirono nelle pratiche religiose, rituali e in quei saperi che volevano fossero documentati. Inevitabilmente, essere una “donna di cultura” la indusse a riposizionare e reinventarsi il ruolo di sociologa; e viceversa, l’essere sociologa le ha imposto di rivedere la sua funzione di donna di cultura. Come spesso accade in questo campo, l’esperienza l’ha spinta a esaminare i processi interiori e la storia personale che l’avevano portata a quella specifica ricerca. De Ishtar appartiene alla seconda generazione di australiane irlandesi; è figlia della resistenza irlandese contro l’esproprio del territorio e la proibizione di parlare la madrelingua e si è cimentata nella riscrittura della sua storia. Anche lei è stata testimone dell’effetto distruttivo dovuto all’erosione delle proprie conoscenze culturali tra gli australiani di origine irlandese, allo stesso modo delle indigene che l’hanno visto nelle loro comunità. Al centro culturale, de Ishtar si è ritrovata nel doppio ruolo di apprendista e rappresentante della struttura di potere dei bianchi che domina la vita delle donne – contro la quale poi si sono ribellate costruendo il centro. Parla dell’orrore di trovarsi di fronte al proprio razzismo e, insieme, alla consapevolezza di come stava portando all’interno del campo le dinamiche di una cultura aliena. Le sue riflessioni sulle reazioni che aveva nella vita di tutti i giorni sotto l’influenza delle sue certezze sono a un tempo utili e disarmanti. Ad esempio, annota cosa le succedeva di fronte al “disordine indigeno”: Vivere con le anziane … comportò per me essere coperta di polvere, di sabbia rossa del deserto, di cenere e ocra … Mi ricordo che tornavo al campo … dopo aver vissuto nel wilytija (rifugio fatto di arbusti) … per due mesi e aver partecipato a cerimonie dove ogni giorno venivo tutta colorata di ocra. Mi sentivo strana nei luoghi Kartiya (bianco, non australiano, non indigeno ..) circondata da un ambiente pulito e racchiuso fra quattro pareti e un tetto. Mentre attraversavo quegli spazi, sentivo di aver messo una parte essenziale di me fuori posto, di essermela tolta e lasciata fuori dalla porta, come si fa con un abito. Comincia a osservare che le indigene usavano i rifiuti come indicatori della loro diversità dalla società dei bianchi. Pienamente consapevoli dell’associazione che i bianchi fanno tra disordine, caos e perdita di controllo, molti residenti del posto lasciavano rifiuti per connotare i luoghi come spazi indigeni. Tramite queste riflessioni, de Ishtar rende il lettore partecipe di come ha modificato la sua coscienza. Ci offre una lezione di etnografia attraverso il suo coraggio di lasciare completamente liberi i processi del lavoro sul campo. Il libro di de Ishtar è un contributo al crescente numero di opere di quelle donne che pongono il loro intenso vissuto come parte della ricerca. Opera seguendo una tradizione di autocoscienza femminista che comprende il lavoro di Ruth Behar, ebrea cubana che ha studiato in Messico, e quello delle pioniere Liz Stanley e Sue Wise, che hanno scritto Breaking Out: Feminist Consciousness and Feminist Research. Il libro di de Isthar sarà prezioso anche per quelle che lavorano fuori dall’Australia – senza nulla togliere al suo specifico contributo alla ricerca sulle donne indigene australiane. Il suo resoconto è destinato a diventare una guida per la prossima generazione di ricercatrici sul campo e, ovunque andranno, porteranno il suo libro nello zaino o nella valigia. Troverà un posto anche sugli scaffali delle donne rurali o che abitano in rifugi fori dal mondo. Sebbene le donne di questi posti non siano molto interessate ai protocolli dell’etnografia femminista, vogliono tuttavia sapere delle donne di altri posti, dove i canti e la connessione con la spiritualità del cosmo hanno rafforzato l’attivismo politico e il senso della continuità culturale.
Batya Weinbaum è fondatrice e capo redattrice di Femspec, e anche autrice di molti libri e articoli. Fra i suoi libri Islands of Women and Amazons: Representations and Realities; Picture of Patriarchy; Curious Courtship of Women’s Liberation and Socialism e Island of Floating Women.
Traduzione dell’Anonima Network
(pseudonimo tratto da
Quintessenza: realizzare il futuro arcaico dell’ecofemminista radicale
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