Concita De Gregorio, La cura

Rosaura Galbiati

 


Sono contenta quando posso dire di un libro “mi è piaciuto”. Non è un'ovvietà come può sembrare.

So che a qualcuno capita anche il contrario quando legge un testo: una specie di soddisfazione maliziosa nel riscontrare un tono sbagliato, un contenuto non all'altezza - quale altezza poi, di quale giudizio di valore? -, un linguaggio poco accurato, vocaboli che non calzano, insignificanza anche a piccole dosi. Forse, quando non si tratta di soddisfazione, o perfino di invidia, è come trovare un senso nella critica, un’identità nel non allineamento.

Capita anche a me di dissentire, di non verificare la sintonia con un testo ampiamente lodato da altri, e avviene senza ombra di godimento, anzi, mi dispiace sempre, soprattutto quando la persona che scrive la conosco dalla televisione o dai giornali o dal vivo delle amicizie: ho paura di ammettere quello che provo, quello che mi pare di cogliere e che prima o poi dovrò confessare a qualcuno, dopo che a me stessa. In ogni caso, resta il mistero dei filtri che si applicano durante la lettura. Setacciamo tutto, spesso senza esserne consapevoli, vagliamo tutto attraverso un complesso sistema personale segnato dall'esperienza, da quel che ci è capitato, da come ci siamo formati, da come sopravviviamo sia come persone che come lettori, da intenzioni misteriose, da strani fastidi. L’obiettività sta a zero.

Un lungo preambolo, ma non una digressione, piuttosto un passaggio fondamentale, un avvicinamento necessario a quello che mi preparo a dire.

Come soggetti, e quindi anche come soggetti che leggono, ascoltiamo il corpo e diamo retta alle nostre sensazioni. “Il corpo lo sa, quello che sente è sempre vero […] sa come sono andate le cose”. Trovo questa citazione a pagina 115 del romanzo La cura di Concita De Gregorio ed è esattamente quello che penso anch’io, non a proposito di una malattia raccontata e ascoltata, ma delle impressioni di chi legge un libro che ne parla, di me che leggo un libro che faccio fatica a valutare. E poi mi dico: perché farlo? Non ce ne sarebbe bisogno. Eppure.

Esplicito l'aggettivo post-lettura che mi viene suggerito, appunto, dal corpo: coinvolgente. E potrebbe bastare così, ma poi sento il dovere di entrare in argomento e aggiungo che la sintesi più riuscita di questo libro, letto in un paio d'ore serali inframezzate da un giorno di pausa, la trovo nella pagina dei ringraziamenti in cui l'autrice dichiara: “Non solo curare, esserci. La sanità non esiste, è un'astrazione, esistono le persone”. A queste parole segue una fila di nomi tutti caricati d'affetto, in armonia con la toccante narrazione di sentimenti e di umanità. Un linguaggio umanamente sintonizzato che parla di cura con ‘intelletto d’amore’.

De Gregorio racconta la cura attraverso quello che le è capitato: una recidiva di tumore, un'operazione invasiva, una vita altra che segue scalzando la vita di prima senza mai scalzarla del tutto. Ne fa un racconto frammentato, per nulla lineare sia sul piano della successione temporale che su quello della riflessione logica. I capitoli si compongono come a caso, con dialoghi anche poco chiari di cui si intuisce il senso che però a volte sfugge, e sembra che l'autrice lo faccia apposta a lasciare una sorta di vaghezza nel riprodurre la quotidianità degli incontri, una sorta di imperfezione che accompagna l’indeterminatezza, ma anche il gran variare delle personalità e degli atteggiamenti nella riproduzione di scambi tanto semplici quanto, a volte, surreali.

Ritrovo pensieri che sono stati anche miei, che intercetto nei vissuti ascoltati in questi anni di incontri alla Lud, adesso che l’età avanza insieme all’esperienza - ma non solo ora -, discorsi che ruotano intorno al tema della fragilità rigettato da alcuni come debolezza, o il tema della vulnerabilità scambiata per lamento a cui opporre la retorica della forza e della lotta. Il libro parla anche di questo, di come la vulnerabilità sia la condizione che accomuna gli esseri umani, anche quelli che non la riconoscono, animali non umani compresi, naturalmente. Parla della malattia e del cambiamento, parla degli antidoti, di controveleni come il bisogno della bellezza che ognuno cerca dove pensa di trovarla: nella poesia, nell’arte, nella musica, nella natura, negli amici. In un libro.

Di questo, io amo alcune parti, come spesso succede. Sono quelle che condivido? Forse, ma non è detto. Ecco la mia preferita: “Quando mi sono guardata allo specchio la prima volta, tornata a casa, ho visto un ragazzino di undici anni. Magro scheletrico, con le clavicole sporgenti, due segni al petto come due sorrisi storti, come quando si cresce in modo asimmetrico, disuguale. I capelli a zero, gli occhi grandi. Mi è stato subito simpatico. Ho pensato ciao, tu. Dov'eri? Dove sei stato finora? Ciao ragazzino. Benvenuto. Certo. Un ragazzino di undici anni non si comporta come una donna adulta. E difatti. Qualcosa si è perduto, nella metamorfosi, qualcosa si è trovato. La persona di prima non c'era più”.

Mi chiedo perché proprio questa è la frase eletta, quella che evoca qualcosa in più delle tante altre significative, ma è pur sempre qualcosa che sfugge… È certo che mi commuove quel riconoscere e salutare con affetto immediato l’altro da sé, il prodotto di una metamorfosi che però è ancora il sé. Forse c’è il richiamo a un corso online fatto con Giuditta Pieti durante il lock down da Covid, a cui il gruppo di Cernusco aveva risposto bene, anche - evento raro - scrivendo delle proprie metamorfosi, di quando la realtà, mentre si manifesta, si sta già modificando sotto i nostri occhi. Un momento e anche ‘una cura’ da parte di Giuditta che ricordo con affetto e un po’ di nostalgia. Nel frattempo, sono cambiate tante cose, ma nei nostri incontri continuano a contare le percezioni sensoriali, quelle del corpo, le attività creative, le relazioni dei soggetti che accendono e spengono certe valvole interiori, insieme all’interesse.

Nel libro non mancano altri passaggi importanti, sono sicura che è possibile trovarne senza scavare troppo, senza pesantezza. Apprezzo e condivido in pieno la rinuncia alla retorica dell’affrontare la malattia con la forza di volontà, la denuncia del linguaggio militare, dove gli ospedali sono caserme, il corpo del paziente è un campo di battaglia e il personale un esercito che deve sconfiggere il male. La cura come battaglia da ingaggiare con coraggio, sempre, e chi non lo fa non si dimostra forte abbastanza. Una retorica che mal si sopporta e che non fa bene alla vita.

Tuttavia, devo ancora capire bene perché la scrittura di De Gregorio a tratti mi irrita, intanto che mi commuove. In alcuni punti la percepisco perfino costruita - il che mi suona come un parziale controsenso - perché è troppo volutamente semplice, spezzettata, in particolare nella riproduzione dei dialoghi. Non so. Forse è un problema mio, a proposito di quei filtri del lettore… Certo, ho tra le mani l’opera di una scrittrice-giornalista profonda e intelligente che nello scrivere quello che stento a chiamare un romanzo non si discosta dalla modalità narrativa dei suoi articoli; il suo stile mi sembra poco argomentato come se ti dicesse: tocca a te che leggi interpretare e tirare le somme, se puoi e vuoi farlo, col rischio di “capire Roma per toma”. Lo dico ancora: non so.

Tutti plaudono al capolavoro, il mercato premia, il libro compare al primo posto nelle classifiche dei più venduti su Amazon e mi chiedo quali siano i motivi di un successo editoriale su vasta scala. L’argomento della malattia di sicuro conta, così centrale alla vita di tutti, anche di chi non ha ancora sperimentato né il dolore né la cura, poi c’è la notorietà e l'indubbio valore dell'autrice; anche la facilità con cui si legge aiuta, lo si fa davvero senza alcuno sforzo, e incide il fatto che, come ogni buon libro dovrebbe, fa emergere verità sconosciute, rimossi che risuonano nel lettore, evoca, è ricco di nessi e di collegamenti che si attivano di frase in frase, senza impartire lezioni.

La cura è un testo in cui si entra con timore e si esce con una certa leggerezza, dove ci si dispera o si partecipa senza disperazione, dove si legge il bisogno di condividere la tesi prima e ultima: l'amore è la cura. Trovo coerenza e verità in tutto il romanzo, a partire dall’onesta dichiarazione in esergo della magnifica Annamaria Ortese dal libro Vera gioia è vestita di dolore. Eccolo: “Sapessi quanto bisogno ho io di essere curata, nel senso che mi si comprenda e tratti con tenerezza e fiducia”.

Lo scopriamo vero nella vitalità del libro e, forse, lo scopriremo anche nella vita: prendersi cura degli altri è, in realtà, il modo più efficace e convincente di prendersi cura di sé. Quelle frasi che ci ripetiamo da tempo sulla centralità delle relazioni, sul potere della condivisione, non sono belle parole, possono diventare la luce dei periodi più bui. Ma non è tutto oro quello che si vuol far rilucere: la cura comporta anche l’accettazione dell’insicurezza e della dipendenza. Della caducità e della finitezza delle cose. Tutti elementi che, a mio parere, ci fanno sentire l’autenticità del contatto col reale insieme alla contradditorietà del vivere, a cui attribuire, aggiungendolo, il nostro significato personale.


Concita De Gregorio, La cura, Einaudi, 2026

pag.176, €17, eBook €10,99

 


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