Lucia Valcepina, “Un biglietto per Texel” Rosaura Galbiati
Ci sono libri che più di altri entrano dentro e occupano spazio esercitando un potere caratteristico su di noi, senza che sia possibile indagarne le ragioni fino in fondo. Vero, molto dipende dal genere, più o meno congeniale a gusti e abitudini, o dalle circostanze della lettura, se capita in un momento particolare della vita in cui sembra che il testo parli di noi e a noi, quando si ascolta una voce che suona appartenenza. E poi ci sono recensioni che guidano, amici che consigliano, incontri fortunati con l’autore, parole che scavano e lasciano il segno… Eppure, il coinvolgimento speciale che un libro è capace di muovere, quasi un subbuglio, rimane sempre un parziale mistero.
Provo a capire meglio, senza smontare l’incanto con la razionalizzazione, e considero come primo elemento i titoli delle cinque parti del libro. Ognuno sintetizza l’idea che pervade le pagine di quei capitoli e descrive un passaggio nelle vicende raccontate segnalando un’area di pensiero, una minima rivelazione dell’incognita: “limen”, soglia, “epochè”, sospensione del giudizio, “parresia”, estrema sincerità, “serendipità”, inciampo in un’opportunità preziosa e, come ultimo titolo, forse il più indicativo, “ombre”. ‘Zone che ostacolano la luce’ è la definizione fisica data dal vocabolario, ma, come e più dei precedenti, il termine ombre mi pare convogliare significati simbolici, psicologici e linguistici e intanto mi conduce su una traccia. Da ammiratrice di Jung ho imparato ad amare l’ombra, la parte inconscia di noi, e ad accoglierla come risorsa. Ombra, la zona nascosta, irrazionale e spesso inaccettabile, e persona, la maschera sociale, nella psicologia analitica sono complementari, entrambe plasmano la nostra personalità e la nostra relazione col mondo. Nei personaggi del libro credo di vederle entrambe e forse basterebbe questo a spiegare perché mi abbiano coinvolto, mi siano sembrate figure autentiche e, a modo loro, carismatiche.
Quando un libro mi cattura a un certo livello, mi capita di rileggerlo subito e infatti lo sto riprendendo: ora che conosco la storia e il suo sviluppo, cerco i punti di luce e di ombra, entrambi rivelatori di qualcosa che va aldilà della vicenda narrata. Questi i fatti: nel 2022, Lisa, una giovane chitarrista jazz, scompare da Milano e mentre il fratello e l’amica Giulia ne seguono le tracce in un viaggio verso il Nord Europa, sono accompagnati da atmosfere e ricordi risalenti ai luoghi visitati ventitré anni prima. Nel frattempo, sono cambiati. I protagonisti rileggono loro stessi e le relazioni: il passato torna a illuminare il presente, ma è vero anche l’inverso e il tutto avviene in una dinamica incessante, non tanto descritta dall’autrice, quanto resa evidente dai dialoghi e dagli incontri, profondi anche quando in apparenza poco significativi. La pandemia appena superata, che “ha stravolto i contorni delle cose” ma è stata anche un alibi, “un modo per tagliare i rami fingendo che fossero secchi”, ha lasciato strascichi, ha creato barriere e forse fratture, ma ha portato disincanto e beneficio rispetto a illusioni e utopie del passato. La passione per la musica è un filo persistente che attraversa tutto il racconto e accompagna il viaggio fino al Mare del Nord, in una Europa con la guerra alle porte. Una lettera, lasciata a chi farà la sua comparsa nella casa di Milano deserta, guida Nicola e Giulia in un percorso sui luoghi dove, come scrive Lisa nella lettera, “eravamo interi”, prima di un incidente avvenuto sull’isola olandese di Texel. Il presente appare a tutti un’incognita come lo è la destinazione, mentre lungo il percorso la radio dell’auto “parla delle nuove crisi e paure collettive: inflazione, guerra, emergenza climatica, l’angoscia come categoria del possibile”.
Mentre procede la rilettura, mi accorgo che il senso emerge piano senza mai svelarsi del tutto, ed è bello così, che restino coni d’ombra, riferimenti che sfuggono… Potrei procedere per frammenti del testo, secondo il metodo proposto da Lea Melandri nei suoi corsi, e lo farei senza fatica perché se ne possono selezionare diversi e ognuno aiuterebbe l’approfondimento, ma mi preme arrivare a considerazioni più soggettive, quelle che hanno fatto nascere il desiderio di parlare del libro. Gli anni raccontati, dal 1999 a 2022, non sono gli stessi che hanno segnato il passaggio dalla giovinezza alla maturità per le persone della mia generazione. Noi eravamo già nell’età di mezzo o l’avevamo superata, eppure, nelle geografie emotive trasmesse dal racconto mi è parso di ritrovare i comportamenti, i dubbi e le speranze dei miei anni giovanili, gli anni Settanta e Ottanta, come se le radici fossero le stesse e un passato comune ritornasse per tutti, indipendentemente da quale sia stato il tempo in cui realizzare i disordini, le libertà, le urgenze, gli ideali e i garbugli di una generazione. Penso alla mia esperienza di quegli anni, alla voglia di esplorare la realtà che prendeva forma con noi, di cui cercavamo la chiave comunicando e cercando di continuo, anche viaggiando lontano, disposti a trasformare e a essere trasformati dalle esperienze. Interagire, immedesimarsi nell’altro incontrato non sembrava sufficiente, bisognava trasferirsi nell’esperienza, diventare l’altro: il paesaggio, l’animale, la creatura nuova, senza tracciare linee nette di confine - il limen del primo capitolo -, una soglia lungo cui correre per guardarci dentro e intorno e vivere il mondo in pienezza.
La scrittura di Lucia Valcepina è bella e intensa, procura piacere di per sé e, a mio parere, è una condizione essenziale perché un libro possa essere apprezzato; tuttavia, credo che la completa realizzazione di un testo si raggiunga con la capacità di far entrare il lettore in un pensiero, in un suggerimento per il presente-futuro, in un flash di verità soggettiva che riconduca all’esperienza comune, oltre le epoche, i luoghi, le circostanze concrete. La capacità di creare una connessione. Io l’ho scoperta in molte parti, in spezzoni di dialogo, in riflessioni grandi e minute, in dettagli che non conosco, come molti di quelli dedicati alla musica, che però mi parlano. Anche la malinconia di sottofondo che pervade il libro è una musica e io l’ho percepita principalmente come nostalgia. L’ho trovata soprattutto in queste parole, ed è proprio qui che ho sentito forte il richiamo della sintonia: “Lisa sta scrivendo il finale di un viaggio cominciato alle soglie dell’età adulta, quando giudicavamo la vita in base alla percezione dei nostri corpi e immaginavamo il mondo come uno spazio privo di barriere. I muri erano caduti, il futuro pareva il luogo del possibile. L’ecologia una prospettiva reale. Salvare sé stessi e il pianeta: un orizzonte unitario. E noi, vittime di un fraintendimento, convinti di meritarci la libertà, percorrevamo queste strade con l’entusiasmo di chi non ha limiti”. So bene che ogni lettura - forse anche quella dei critici che lo fanno di mestiere – è un attraversamento personale del libro di cui cogliere aspetti positivi o negativi, consolatori o irritanti del tutto soggettivi, per cui si respinge o si accoglie, ma anche si resta indifferenti, e spesso si interpreta con un taglio che non corrisponde all’intenzione dell’autore. Lo so da persona che legge e che scrive, può essere un limite, ma anche un valore, basta esserne consapevoli e accettare di buon grado che il libro lo si scrive da soli, ma poi diventa di tutti. E a qualcuno entra in circolo, anche in maniere inaspettate.
Lucia Valcepina, “Un biglietto per Texel”, Ronzani Editore, 2025
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