Adania Shibli, La lingua rubata. Di letteratura, Palestina e silenzio. Una riflessione e un dialogo con Maria Nadotti Rosaura Galbiati
A partire dalle esperienze personali e dalle paure più profonde, il libro ragiona sulla lingua e sulla scrittura come strumenti di espressione e di resistenza, sul ruolo della parola di fronte alla cancellazione del popolo e della cultura palestinesi. Nella sua prefazione al testo, Maria Nadotti cita subito Assia Djebar la scrittrice e storica algerina che abbiamo conosciuto anni fa alla Libera Università delle Donne durante un corso dal titolo “La lingua dell'altro, l'altro della lingua”, quindi, mi riporta a quel periodo, ai discorsi non facili di Djebar intorno al tema. La riflessione sul linguaggio occupa un posto centrale negli scritti teorici, nelle interviste e nei discorsi pubblici della scrittrice algerina, entra in molti suoi racconti e romanzi e ne costituisce spesso la tela di fondo. Non si tratta solo dell'inevitabile ricerca di chi lavora con le parole e con le frasi, per lei, formatasi nell’Algeria coloniale, si tratta soprattutto di un'esperienza peculiare della lingua, cioè della non coincidenza, a volte del conflitto, tra la lingua materna e la lingua di scrittura. Nella prima pagina di questo libro, invece, Nadotti ricorda Djebar parlare del lutto delle donne algerine “murate nel sudario del silenzio e di un'amnesia imposta e autoimposta” e in questo caso l'attenzione è rivolta al dettaglio, “capace di riportare alla coscienza l’ineffabile, il rimosso, ciò che è stato sepolto per sempre”. Nadotti ci conduce a fare un ulteriore passo prima del dialogo con Adania Shibli: la riduzione al silenzio dei Palestinesi coincide con la nostra riduzione al silenzio, nel costruire quel muro di indifferenza, ignoranza e impotenza che lei chiama “posture diversamente comode”, capaci di disconnetterci dalla realtà: creano la distanza o forse la approfondiscono rendendola invalicabile. Sempre nel prologo, mi colpisce molto la riflessione con cui Nadotti parla di come lo scrittore affermi contemporaneamente la propria e l'altrui voce, intrecciando con l’altro la propria specifica esistenza che diventa anche testimonianza e racconto. Così facendo lo scrittore si mette accanto a coloro di cui scrive e poi invita un terzo personaggio, il lettore, ad aggiungersi al suo fianco e al loro fianco. Questo aspetto mi ha molto catturato: quella vicinanza è l'esatto contrario della disconnessione, cara a chi esercita il dominio, in questo caso anche chi, dopo il 7 ottobre, ha scelto di sospendere dalla vita pubblica la scrittrice palestinese cancellando il premio destinato al suo libro “Un dettaglio minore”. Quello che non vediamo e non sentiamo smette di esistere - è come se smettesse - però la scrittura è in grado di riparare a questo guasto: il silenzio come tela vuota, come alibi che permette a chi è complice di un'assenza di informazioni di poter continuare a guardare da un'altra parte. Al contrario, i dettagli di cui è piena tutta l'opera letteraria di Shibli “sono un antidoto potente tanto alla rimozione quanto all'amnesia”. Shibli inizia il capitolo “Una volta il mostro era gentile” con la parola emozioni seguita dal punto fermo. Una frase nucleare, un sostantivo che si impianta nella coscienza. Subito dopo arriva l’ammissione della mancanza di emozioni con l'impossibilità di entrarvi in contatto, la paralisi di angosce, il vuoto in cui le parole scompaiono e abbandonano. Questo le è successo da quando “gli atti di crudeltà verso il popolo palestinese hanno raggiunto l'apice”, con un’unica eccezione, la lettura di un articolo giornalistico del 2023 dove si parla di un serpente che cerca di ingoiare un istrice, un errore madornale ai fini della sopravvivenza perché entrambi muoiono. A Shibli appare una profezia animale, un monito per gli esseri umani e, riflettendo sulla metafora, si rende conto di riversare su questi animali morti l'angoscia e il vuoto che prova, le tante domande che l’assillano. Del resto, per lei la letteratura non deve tanto incitare al cambiamento quanto invitare alla riflessione intima, riavvicinare l'altro a noi. Diverse osservazioni mi colpiscono: la sua sensibilità letteraria viene definita dall'assenza di nomi e di volti che da tutta la vita riscontra in Palestina/Israele, con la rappresentazione degli arabi e in generale dei soggetti subalterni. La spersonalizzazione prima e la disumanizzazione poi, un portato di razzismo che giustifica un intervento genocida. Capisce perché negli anni passati a scrivere ha provato affinità nei confronti di personaggi privi di nome e di volto, fantasmi, fantasmi letterari. Un altro punto importante è il fatto che fin dall'infanzia la letteratura è stata per lei un terreno etico - e non è un caso che la parola per indicare letteratura ed etica sia la stessa in arabo, adab -, mentre il comunicato della Fiera del libro di Francoforte è indice di qualcosa di diverso: palesa la logica esclusivista per cui un essere umano ha più valore di un altro e che a volte l'esistenza dell'uno comporta l'esclusione dell'altro. I suoi interventi alla fiera e la cerimonia di premiazione sono stati cancellati a ottobre 2023, poi è intervenuto qualcuno in difesa obiettando che il suo romanzo “Un dettaglio minore” si riferiva alla storia vera di una giovane beduina violentata e uccisa dai soldati israeliani nel 1949, a Nakba già iniziata. Sono completamente in sintonia con Shibli quando ritiene inutile chiedersi se l'episodio di un romanzo sia reale o fittizio, “un romanzo è un romanzo con tutto ciò che contiene”, e qui inizia la sua riflessione sulla lingua che rappresenta il cuore del libro. Non certo l'esistenza di una verità concreta nel racconto - dice Shibli - perché “la lingua è molto di più di uno strumento da utilizzare solo per comunicare, la lingua può essere attaccata, distrutta, maltrattata […] è causa essa stessa di dolore”. Fornisce molti interrogativi che indagano forme narrative praticabili, a partire dall'osservazione che “la lingua è costretta spesso in un'unica, principale forma narrativa, razionale, chiara e comprensibile”. E ancora si chiede: come si fa a scrivere con una lingua muta o ferita? Fin dove può arrivare la lingua oggi? Porsi queste domande le incute spavento, ma sa che occorre procedere tra le paure, inclusa quella di scrivere. In solo due circostanze il metodo non funziona, e sono proprio i casi di due paure: una riguarda il mondo e l'altra la lingua. Riferendosi alla prima, teme che “non arriverà mai il giorno in cui guardandoci intorno potremo dire che oggi è meglio di ieri. La seconda paura invece è perdere la lingua, svegliarmi un giorno e non averla più”. Entrambe sono tornate a perseguitarla negli ultimi mesi. Nell’ultima parte del libro “Una conversazione” si avvia un dialogo stretto tra Nadotti e la scrittrice palestinese che si sono conosciute a Ramallah nel 2003, intorno ai temi di letteratura, scrittura, lettura. Tanti e fondamentali gli argomenti toccati: il potere trasformativo della letteratura, la traduzione, la perdita del linguaggio, a volte intenzionale di fronte al disastro della storia palestinese, la sua sottrazione. Ma il miracolo della lingua resta. E resta il lavoro da fare: scrivere, sapendo che la scrittura ha un’etica da rispettare, che dovrebbe andare con la politica senza tacere su ciò che accade nel mondo.
Adania Shibli, Un dettaglio minore, La nave di Teseo, 2021 (ed.or.2017)
Adania Shibli, La lingua rubata. Di letteratura, Palestina e silenzio. |