Cinque anni fa, all'alba, le sirene annunciavano l'inizio dei bombardamenti su Baghdad. Bombe giorno e notte per venti lunghissimi giorni. Un incubo. E poi, dal 9 aprile, con l'occupazione, sarebbe stato l'inferno. Questo è quanto ribadito anche nell'accordo strategico bilaterale che dovrebbe legare l'Iraq alla protezione statunitense anche per il futuro. Accordo - contestato dai democratici Usa che ne chiedono la discussione al congresso - che darebbe mano libera all'esercito Usa, con il pretesto di proteggere l'Iraq anche da aggressioni esterne. Dopo aver ammesso non solo che in Iraq non esistevano armi di distruzione di massa ma anche che non c'era nessun legame tra Saddam e al Qaeda, a Bush non resta che far pagare il prezzo della sconfitta anche ai suoi successori, oltre che a tutti gli americani. Sono 4.000 i morti americani sul campo, migliaia i feriti. Dunque Petraeus in Iraq è servito solo per prendere tempo, quel tempo che serve a Bush per arrivare alla fine del mandato. Il generale non ha favorito la pace: l'ha ulteriormente allontanata. Il governo corrotto di Nouri al Maliki, tenuto in piedi dagli americani, è sempre più osteggiato dalla popolazione. Ieri Maliki ha incontrato il vicepresidente Dick Cheney in visita a Baghdad e poi ad Arbil (in Kurdistan) per premere per l'approvazione di leggi ancora ferme in parlamento (compresa quella sulla privatizzazione del petrolio). Gli iracheni mettono in dubbio anche la volontà di riconciliazione del premier. La Conferenza sulla riconciliazione, aperta ieri da al Maliki e boicottata dal Fronte della concordia sunnita e dai laici della Lista al Iraqiya - mentre il gruppo del radicale sciita Muqtada al Sadr si è ritirato - è considerata una pura operazione di facciata. Lo scarto tra il potere, le istituzioni e la gente è enorme. In mezzo si trovano le milizie religiose armate che impongono la loro legge e si sostituiscono allo stato. Di fatto l'Iraq è diviso in tre: al sud gli sciiti con le loro milizie seguono il modello iraniano, al nord i kurdi che hanno un governo sempre più autonomo (il presidente Barzani è stato invitato negli Usa da Cheney) e in mezzo i sunniti e la capitale resa irriconoscibile dagli alti muri di cemento che separano i quartieri ripuliti etnicamente. Della zona «sunnita» fa parte per ora anche Kirkuk (dove si produce il 40 per cento del petrolio) rivendicata dai kurdi. Comunque, prima ancora di varare la legge sul petrolio, i kurdi hanno già fatto contratti con compagnie straniere e hanno cominciato lo sfruttamento di pozzi scoperti di recente. Ad accomunare i tre Iraq, la violenza contro le donne: delitti d'onore e matrimoni forzati, rapimenti e stupri, donne uccise perché non portano l'abito islamico. In un paese in cui sono state ridotte anche le razioni di cibo distribuite dal governo e manca il lavoro, molte vedove (e non solo loro) sono costrette alla prostituzione per mantenere i figli.
Questo articolo è apparso su il manifesto del 19 marzo 2008
2-04-2008
|