I giganti nell'età dell'argento

Aharon  Shabtai

noto poeta israeliano e traduttore delle tragedie greche in ebraico


foto di Bruna Orlandi dal sito Frammenti

Oggi , in un periodo di imperialismo globale  la politica viene privatizzata. Ha perso la sua funzione di produrre  cambiamento, di curare, di ripristinare la solidarietà  e l’ha ceduta ai privati. Come parte della medesima tendenza  si pensa che anche la cultura e l’istruzione superiore siano cose da privatizzare. (l’Italia ne è un esempio. N.d.T) Si suppone che siano “libere dalla politica” , “oggettive”, in altre parole si suppone che procedano insieme al consenso.
Gli antichi greci avevano un termine per definire il cittadino che si preoccupa soltanto dei propri interessi personali e non partecipa ai problemi della comunità, alla politica:  Idiotai; essi  si distinguono dai politai,  che sono cittadini nel vero senso della parola. Ecco, questa attitudine di rinchiudersi nel privato  è una prerogativa degli Israeliani, in particolare dell’intelligentija.
In Israele oggi parlare di politica e dei politici è come bestemmiare.  L’occupazione, l’esercito e il capitalismo stanno distruggendo il paese, sia il paesaggio vero e proprio sia il paesaggio umano che in parte è costituito da Palestinesi che hanno qui le loro radici.
Israele avrebbe dovuto prendere esempio da paesi come il Belgio, la Svizzera, gli USA, il Canada che hanno predisposto la cornice per rendere possibile la convivenza dei vari gruppi.

Il monumento che rappresenta meglio la cultura israeliana è il muro di separazione.  Esso è conficcato nella coscienza della nazione e nella letteratura ebraica che non funziona come mezzo per creare opposizione, come mezzo per cambiare la vita. In Israele, oggi, è convinzione corrente che le questioni culturali come la poesia siano fine a se stesse, esistano in una sfera a parte che non ha niente a che fare con   gli argomenti in discussione,  e specialmente con le dichiarazioni politiche. 
Letteratura e cultura non hanno niente a che fare con l’etica civile. E’ una cultura di idiotai, in cui ognuno agisce per se stesso,  e tutti i problemi finiscono sulle spalle dell’individuo diventando traumi di un ego gonfiato  e concentrato su se stesso. 
Come è successo in America dopo la guerra del Vietnam, la poesia  si è trasformata in workshops di scrittura.  Essi costituiscono una nicchia economica fiorente  per fare terapia con l’arte, per autare le persone ad adattarsi. La psicologia è diventata una ideologia. 
Tutti i traumi di una società  caratterizzata  dall’omicidio politico e dallo sfruttamento (di terre occupate) vengono interiorizzati individualmente suscitando problemi che isolano l’individuo in una massa nazionalistica. 
Questi  problemi sono sempre  visti come privati, l’individuo diventa un paziente, e affonda in una eterna infanzia  come i “Giganti nell’età dell’Argento”  di Esiodo, ciascuno “allevato per cento anni al fianco della propria madre,  un perfetto idiota che gioca come un bimbo dentro le pareti domestiche”.   
Tutto si riduce ad una terapia. L’arte, come psicoterapia è al servizio  di una ideologia in cui i cittadini sono individui senza un possano raggiungere  la coscienza e possano trovare una soluzione. Senza uno spazio politico l’arte è come il pongo con cui s’intrattengono i folli o i bambini, che  non hanno alcuna responsabilità.

Per  la  “sinistra soft”, come il mio amico Nimrod Kamer  definisce  i nostri scrittori di successo, Amoz Oz  e David Grossman,  ha funzionato il sistema di cooptazione. L’establishment li adotta, li coopta, è il suo metodo. Su un piano generale loro si oppongono a voce alta all’Occupazione la qual cosa li rende credibili quando  sstengono il regime  su questioni specifiche.  Per esempio hanno sostenuto gli accordi di Oslo, l’imbroglio di Camp David del luglio 2OOO (gli accordi sono falliti  perché Barak non ha avuto il coraggio della pace, non perché Arafat li “ ha rifiutati  determinato a rigettare in Mare Israele”, come tutti hanno finto di credere N.d.T),  le misure prese contro l’intifada,  la seconda guerra del Libano. Gli scrittori della sinistra soft non consegnano un messaggio politico alla letteratura, al contrario sublimano nella cultura ciò che è politico. Sotto la loro penna l’Occupazione diventa la psicomachia  dell’anima bella,  tormentata di Israele. Sono riusciti a farne un cliché del discorso culturale israeliano. Alla fine l’occupazione è stata espunta dal campo della lotta politica per diventare grafomania. La gente non ne può più di sentirne parlare.

Ma la letteratura ha una funzione etica e politica . E uso politico nel senso greco classico. Ciò che mette alla prova la letteratura  è la misura in cui essa coopera  o meno con il regime nel costruire il consenso.  Nelle condizioni barbariche  in cui ci troviamo, agli scrittori si richiede di prendere la parola, di assumere una posizione politica  chiara ed etica, di resistete.

In un modo o nell’altro la maggior parte dei grandi scrittori sono stati dei dissidenti. Non è un caso che scrittori, non certo radicali, come Flaubert e Baudelaire, furono portati in giudizio. In periodi  di quiete l’opposizione non si manifesta. Ma in casi speciali, se c’è oppressione, violazione dei diritti umani, fascismo, gli scrittori devono prendere posizione.
In Israele, invece, scrittori come Amos Oz, Sobol, Yehoshua, David Grossman hanno sostenuto la guerra in Libano durante la quale  l’aviazione ha ucciso più di mille civili., ha distrutto villaggi, ha  distrutto i dintorni di Beirut.

Come scrittore mi vedo come uno che lavora all’interno di un sistema in relazione con altri sistemi,  dove  la poesia, che non è  scrittura privata, ha una funzione  e un posto nella sfera pubblica.  Ma  nella situazione attuale  il nostro sistema politico e quello culturale non funzionano, non si ingranano le marce.  Il loro vuoto, la loro futilità ti cacciano fuori.
O sei un bravo bambino e te ne stai buono al riparo con tutti gli altri, oppure diventi un dissidente che agisce ai margini della società.

 

25-03-2009


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