L'uomo che verrà

di Lietta Tornabuoni


 

Nel settembre 1944, durante la Seconda guerra mondiale e la prima offensiva degli Alleati contro la linea Gotica, le formazioni partigiane dell'Appennino tosco-emiliano intensificarono le azioni per impedire ai tedeschi di attestarsi nella zona.

Si scatenò un violento contrattacco nazista. Reparti della 16a divisione delle SS Adolf Hitler respinsero i partigiani del gruppo Stella Rossa operanti sui monti intorno a Marzabotto.

Due reggimenti comandati dal maggiore Walter Reder perpetrarono uno dei massacri più feroci.

Dal 29 settembre al 18 ottobre sterminarono 1.830 persone, o secondo altri 770 persone, perlopiù donne, piccoli, preti, vecchi, nella cosiddetta strage di Marzabotto. I bambini uccisi furono 200.

Giorgio Diritti, già autore de 'Il vento fa il suo giro', evoca il fatto ne 'L'uomo che verrà' e fa un film molto bello.

Gli avvenimenti visti con lo sguardo di una bambina di otto anni procedono parallelamente alla gravidanza della madre, il parto coincide con la strage: il neonato è 'L'uomo che verrà' del titolo, il portatore di futuro che sarà giovane nel boom economico, vecchio nella crisi globale.

Nell'originale i personaggi parlano nel loro dialetto emiliano, sottotitolato in italiano.

Il film comincia prima del massacro e consente di conoscere il modo di vita faticoso della campagna, lo sfruttamento, la volontà rurale di non abbandonare case né animali, la paura, la bellezza insopportabile della Natura.

Non ci si trova di fronte a un avventuroso 'Bastardi senza gloria' né a un epico-politico 'Achtung banditi!' né a un documentario storico.

'L'uomo che verrà
' è la narrazione alta, nobile e semplice d'una grandezza umana e morale calpestata a morte.

I protagonisti sono quelle che nella pittura figurativa vengono dette 'figure iconiche': ossia immagini realistiche e insieme icone eloquenti, ricche di significati, capaci di condensare la Storia. Eppure sono la sobrietà rispettosa dell'autore e la bravura degli interpreti a rendere il film ammirevole come nessun'altra opera italiana del presente.

da L'Espresso 28-01-10