Volevamo cambiare il mondo. A partire da noi


di Maria Schiavo


Jeanne Hebuterne


E' apparsa su Repubblica del 2 febbraio un'intervista di Simonetta Fiori ad Anna Bravo in occasione dell'uscita di un suo saggio sugli anni 70: "Noi e la violenza. Trent'anni per pensarci", oggi in libreria con la rivista Genesis. Non avendo ancora letto il testo, mi chiedo se, come succede, possa esserci stato qualche equivoco di interpretazione da parte dell'intervistatrice. D'altra parte, le affermazioni di Anna Bravo, citate con tanto di virgolette, sono così insistentemente articolate intorno alla violenza della lotta politica in quegli anni da non lasciar dubbi.

Spiego subito il motivo di disagio: queste affermazioni sono molto scioccanti, non per la condanna da parte sua della violenza politica dei gruppi politici extraparlamentari negli anni in cui lei fu militante di Lotta Continua. Anzi, la riflessione autobiografica di una militante di quei gruppi potrebbe essere di grande interesse, preziosa perché rara, se si collocasse in un contesto storico, in uno sfondo politico ben chiaro e individuabile. Purtroppo non è così, c'è nelle affermazioni di Anna Bravo una fortissima ambiguità, che non ha basi storiche fondate, il tentativo di coinvolgere tutto il femminismo nell'avventura che fu sua, del suo e di altri gruppi politici, attribuendogli attrazione per la violenza, incapacità di interrogarsi su di essa, in occasione della lotta per la legalizzazione dell'aborto. Fino ad affermare che se c'è un vuoto storiografico sul femminismo degli anni 70, ciò è dovuto al «rapporto irrisolto con la violenza».

Ma di quale femminismo parla Anna Bravo? Quale esperienza femminista ha vissuto all'interno di Lotta Continua? Dovrebbe parlarci di questo per farci cogliere nelle loro giusta collocazione storica le sue affermazioni sull'attrazione per i maestri violenti, per gli scontri di piazza, per la lotta armata. Il femminismo di cui lei parla, lo si deduce dalle battaglie che gli attribuisce, è quello delle donne dei gruppi extraparlamentari, che all'epoca si chiamavano donne della doppia militanza e che in effetti lottarono esclusivamente per l'aborto e per altri obiettivi legati alla politica tradizionale. Scesero in piazza con parole d'ordine dettate dai loro gruppi politici, cercarono di trascinare in questa lotta le donne del femminismo autonomo, che facevano - non dimentichiamolo - autocoscienza in piccoli gruppi, si riunivano in collettivi, ed erano alla ricerca di in un modo di far politica nuovo, non gerarchico, lontano da quello della lotta politica, anche di quella rivoluzionaria della tradizione marxista. Tutto il contrario delle femministe di cui parla Anna Bravo nell'intervista, che ricalcavano gli schemi dei loro compagni e maestri.

Mi permetto di osservare che se non si riconosce che il movimento delle donne è stato un movimento complesso, a più voci, non si potrà mai i capire quel che è successo in quegli anni. In questa complessità, tuttavia, una cosa rimane chiara e indiscutibile: da una parte, ci sono stati i gruppi di donne che attraverso l'autocoscienza cercavano un modo di far politica diverso. Il famoso partir da sé. E questa è stata la pratica innovativa del femminismo autonomo, la rivoluzione pacifica delle donne legata alla presa di coscienza, allo scambio, all'ascolto dell'altra, alla rimessa in discussione della società patriarcale, del rapporto con l'uomo, nel pubblico e nel privato. Dall'altra, ci sono stati i gruppi di donne che militavano in gruppi e partiti, che hanno dato luogo a un femminismo, che pur cogliendo qualche elemento dell'altro, come l'autocoscienza, alla fine voleva sempre coinvolgere le donne (le masse) su degli "obiettivi". Quando negli anni 70 iniziò la battaglia per la legalizzazione dell'aborto, queste donne della doppia militanza si mobilitarono cercando l'alleanza del femminismo autonomo che, come risulta da libri e documenti, non approvava la loro pratica politica, si interrogava sulla violenza dell'aborto.

Basta del resto guardare il Sottosopra rosso del 1975 per smentire quanto sostiene Anna Bravo sulla mancanza di riflessione nel femminismo circa la pratica abortiva. Stupisce quindi che una storica della sua scrupolosità consideri il femminismo legato a gruppi e partiti, e quindi non autonomo, non fondato sull'autocoscienza, sulla riflessione a partire da sé, come "il" femminismo tout court. Lei che ammira tanto la figura di Carla Lonzi, al punto da aver scritto anni fa un pezzo che ne faceva quasi un'icona, sul giornale Liberal, non può ignorare che esisteva in quegli anni un altro femminismo.

Una volta fatti i dovuti distinguo, sono felice che Anna Bravo si interroghi oggi sulla mancata riflessione, sulla leggerezza con cui affrontarono questo tema le donne inquadrate politicamente in gruppi e partiti, che appoggiarono la campagna per la legalizzazione degli anni 70. E' da parte sua, anche se nell'intervista non appare chiaramente, (spero appaia nel saggio), un modo di riconoscere a posteriori, anche se un po' troppo indirettamente, l'assenza della pratica politica dell'autocoscienza, del partir da sé, nel femminismo cui lei si riferisce e che dichiara di aver praticato negli anni della militanza in Lotta Continua.

I gruppi femministi radicali autonomi di Roma, Milano, Torino, e di altre città, non commisero questo errore (ne commisero altri sui quali nel libro Movimento a più voci ho cercato di riflettere) e discussero dell'aborto come di un rimedio estremo, cui ricorrere in situazioni particolarmente gravi. Molte donne si rifiutarono addirittura di parlarne per il profondo disagio che provocava in loro quel tema; altre, perché avevano spesso radicalmente rimesso in discussione l'eterosessualità, scegliendo di vivere (o vivendo da sempre) la loro sessualità insieme a un'altra donna. E più in generale, anche se non avevamo allora la consapevolezza, la cautela cui ci ha abituate (o dovrebbe abituarci) l'ingegneria genetica, ci rendevamo confusamente già conto che nell'oppressione femminile si rispecchiava un rapporto di dominio dell'uomo sulla natura, sul quale era necessario riflettere più ampiamente.

In realtà, quando Anna Bravo parla della violenza, dei morti, del desiderio di vendicarli, facendo un'autocritica su quegli anni, evoca un'esperienza profondamente diversa, un concetto di rivoluzione armata da cui il femminismo autonomo degli anni Settanta fu lontanissimo. Quando evoco quel periodo per me il concetto di rivoluzione è ancora vivissimo ma non è associato ad alcuna idea di fucili e di spari. Rivoluzione mi evoca la forte tensione di cambiamento che ci attraversò, che in quegli anni ci apparve innanzi, nitida, insistente, come una visione che l'atmosfera di fluidità, di estrema mobilità dell'epoca rendeva ancora più imperiosa. Fu il tentativo di cambiare noi stesse, di chinarci a meditare anche sulla violenza che era in noi, oltre che nell'altra/o, di rivoluzionarci, di "convertire" la nostra vita. Fu il desiderio fortissimo, che ancora dura, di provare a costruire insieme un mondo migliore.
 


Questo articolo è apparso su Liberazione del 4 febbraio 2005