Evelyn Fox Keller
(1936)

di Sara Sesti

Fisica, biologa e filosofa, è considerata l'esponente di maggior spicco nell'ambito della filosofia della scienza definito 'epistemologia femminista’

Evelyn Fox è nata a New York il 20 marzo 1936, in una modesta famiglia di religione ebraica, immigrata dalla Russia. All’università l’incontro con la fisica fu un colpo di fulmine. “Mi sono innamorata di una disciplina precisa, pura, definitiva… Mi sono innamorata della vita della mente”. Laureatasi nel 1957 presso la Brandeis University di New York, conseguì il dottorato in fisica teorica alla Harvard University nel 1963, con una dissertazione in biologia molecolare.

Nel 1964 sposò l’insigne matematico Joseph Keller, docente alla New York University, dove Evelyn aveva iniziato a insegnare; ebbero due figli. La scienziata iniziò la sua carriera accademica compiendo brillanti ricerche in bio-matematica, ma nel 1969 abbandonò questo promettente settore per seguire il marito in California. Ciò l’indusse a riflettere sul rapporto tra le donne e la scienza e per farlo raccolse biografie di scienziate.

Si rese conto così dell’alta percentuale di donne che affrontano e poi abbandonano il mondo della ricerca; ne individuò la causa nella diffusa convinzione che la scienza sia considerata attributo maschile.
"Mentre la scienza è venuta a significare oggettività, ragione, freddezza, potere, la femminilità ha assunto il significato di tutto ciò che non appartiene alla scienza: soggettività, sentimento, passione, impotenza."
Fox Keller si interrogò sull’origine di tale pregiudizio e sulle sue conseguenze. Passò quindi dal ‘fare scienza’ allo ‘scrivere di scienza’, approfondendo sempre più il suo interesse per gli aspetti psicologici, filosofici e storici della ricerca, indagando in particolare le connessioni tra genere e scienza.

Dal 1988 al 1992 insegnò alla California University di Berkeley, nel dipartimento di Retorica, Storia e Women's Studies’.  Nel 1993 si trasferì al Massachusetts Institute of Tecnology (MIT), dove tuttora ha la cattedra di storia e filosofia della scienza nel Programma Scienza Tecnologia e Società. Ha lavorato presso il prestigioso Institute for Advanced Study di Princeton; ha ottenuto il premio MacArthur Foundation.
Affianca all’insegnamento un’intensa attività di ricerca e di comunicazione, collabora a parecchie riviste, convinta della necessità di una seria divulgazione e che il sapere scientifico non debba rimanere appannaggio esclusivo degli specialisti.

Evelyn Fox Keller raggiunse notorietà internazionale a metà degli anni '80, quando pubblicò nel giro di pochi anni due importanti testi: A Feeling for the Organism. The Life and Work of Barbara McClintock, nel 1983, e Reflections on Gender and Science, nel 1985. Il primo, tradotto in italiano nel 1987, è una biografia inconsueta della genetista vincitrice del premio Nobel. Fox Keller ne ricostruisce il percorso scientifico, sottolineando le concrete dinamiche che governano la carriera delle scienziate. Pone anche in evidenza l'originalità del metodo di ricerca che permise a McClintock di realizzare scoperte pionieristiche con largo anticipo sui tempi, definendolo ‘sintonia con l’organismo’.

Il secondo saggio (Sul genere e la scienza, 1987) ha segnato anche in Italia una tappa importante nella riflessione femminista: presenta i risultati dell’indagine condotta attorno ai concetti base del linguaggio scientifico e alle implicazioni del dualismo maschile-femminile su di esso. Negli anni successivi Evelyn Fox Keller ha pubblicato: Secrets of Life/Secrets of Death. Essays on Language, Gender and Science (1992), Refiguring Life. Metaphors of Twentieth-century Biology (1995), The Century of the Gene (2000) e Making Sense of Life. Explaining Biological Development with Models, Metaphors and Machines (2002).

In queste opere il suo sguardo critico e razionale si appunta sulla base linguistica che accompagna la ricerca, mostrando le conseguenze operative e scientifiche dei presupposti culturali e di genere di cui gli scienziati sono portatori, presupposti che emergono nelle metafore e nei termini utilizzati. Le donne non fanno scienza in modo diverso dagli uomini - secondo Fox Keller - ma si fa scienza diversamente se l’ideologia di genere agisce in chi fa ricerca. In particolare ha agito nella costruzione del concetto di “gene”. Questo, infatti, è stato pensato dai biologi come elemento attivo, definito e formatore della vita, trascurando clamorosamente il ruolo giocato dal resto della cellula, dal citoplasma. In realtà il genoma, che opera nello sviluppo dei viventi, è fluido, è una realtà complessa. Queste considerazioni hanno portato la scienziata a puntare il dito contro il discorso sui geni, che ormai ha raggiunto il limite della sua efficacia nella ricerca e che non solo genera confusione, ma ha anche iniziato a limitare l'immaginazione dei biologi. Proprio ora che anche nell'immaginario comune il gene è diventato il mattone fondamentale della vita, Evelyn sostiene che sia giunto il momento di sbarazzarsene e che i genetisti debbano arrivare a superare il “riduzionismo genetico”.

Queste sue posizioni sono state fortemente contestate: le accuse si appuntano sulla sua posizione di outsider, di non specialista, cosa che non le permetterebbe di avere una cognizione esatta dei problemi. In realtà proprio la sua autonomia le fornisce uno sguardo distaccato e critico. Del resto Keller è perfettamente conscia dei motivi di tanto scandalo: il gene "è una comoda stenografia per gli scienziati" e inoltre "è uno strumento di persuasione indubbiamente efficace, non solo per promuovere programmi di ricerca e ottenere finanziamenti, ma anche e forse soprattutto per vantare i prodotti di un'industria biotech in rapida espansione" (Il secolo del gene, 2001)

Del suo libro Il secolo del gene, pubblicato in Italia con la vivace traduzione di Sylvie Coyaud, abbiamo parlato in un'intervista con Evelyn Fox Keller.


La biografia è tratta da Scienziate nel tempo. 70 biografie
di Sara Sesti e Liliana Moro, edizioni LUD, Milano, 2010


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