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Che la maternità fosse il mio destino non l’avevo mai pensato, immersa com’ero nella politica e nel mio piccolo ambiente famigliare matriarcale, né ero dotata di istinto materno, fino a quando, verso i trent’anni, non mi sono detta: «adesso vorrei un figlio». Da quel momento il desiderio ha cercato la casualità che potesse compierlo e nel giro di poco tempo mio figlio Andrea è stato concepito. Una scelta libera, ma libere non si è mai del tutto, soprattutto dalla cultura che accompagna gli eventi importanti della vita, come la nascita e la morte, e che disegna ogni volta i contorni dei ruoli che in essi toccano alle donne. Volevo un figlio, volevo concepirlo nel pieno di una grande passione e volevo che tutto questo (per cui ero disposta a pagare il prezzo di lasciare la mia città, la mia famiglia, il mio lavoro e trasferirmi a Milano), che questa felicità sognata e scritta nel mio “destino femminile” durasse per sempre. I primi due desideri sono stati soddisfatti, naturalmente il terzo no, mostrando tutta l’illusorietà di quello che Lea Melandri chiamerebbe «il sogno d’amore». Inutile dire che questo infrangersi del sogno ha lasciato dietro di sé ferite che hanno richiesto cura e attenzione per anni. Ma questa è un’altra storia. Io non avevo l’istinto materno e, una volta nato mio figlio, ho conosciuto anch’io quella rapida, terribile vertigine che ti balena nella testa come unica, possibile soluzione immediata alla tua disperazione, alla solitudine e a quel senso di inadeguatezza che prende molte donne subito dopo il parto. Un piccolo gesto folle che può darti pace… l’ho pensato per poi inorridire, ma solo un attimo dopo, quando la lucidità ha ripreso il sopravvento. Ci penso spesso quando leggo le storie di madri che uccidono i propri figli; la maggior parte di loro non ricorda più nulla, la mente ha rimosso tutto, ferma all’attimo prima che la follia guidasse i gesti. Credo si tratti di qualcosa che c’è in ognuna di noi, anche se si fa fatica a concepire l’esistenza stessa della pulsione alla soppressione dei cuccioli da parte della madre, oltre che per l’orrore, per il carico di distruzione archetipa, di sovvertimento violento di paradigmi culturali dai quali le donne sembrano non potersi sottrarre. E’ la nostra ombra, e pronunciare questa indicibilità può liberarci, restituendoci alla nostra complessità. Fuori dalla retorica, le donne sono esseri speciali, ed è anche la possibilità di generare che ne determina la potenza numinosa, che venga agita o meno. Solo una donna, se lo vuole, può incontrare la nascita e la morte non solo all’inizio e alla fine della propria esistenza ma anche durante, generando e partorendo un figlio. Un privilegio speciale e potentissimo che la cultura patriarcale, la storia stessa hanno cercato di ridimensionare, negare, controllare, gestire con tutti gli strumenti possibili: l’intimidazione, il ricatto morale, la costrizione, persino la santificazione. Un tempo quelle che sceglievano volontariamente di non agire la loro “potenza”, quando non venivano costrette, con conseguenze pesanti sulla loro salute mentale e sulla serenità dei figli, il più delle volte subivano un destino di solitudine e di emarginazione culturale, quando non di follia. E se le cose sono cambiate è grazie alle donne che hanno praticato questa libertà, che si sono sottratte ad un destino che non avevano scelto, pagando però spesso prezzi altissimi. Così le donne vivono da sempre queste contraddizioni senza autorizzarsi a farlo, tra sensi di colpa e di inadeguatezza, prigioniere di sentimenti che sembra obbligatorio provare. Non credo che con i sentimenti c’entri poi molto la sofferenza del parto. Francesca Fanciullacci, nel suo scritto su Liberazione, dice qualcosa come «non provavo dolore, ne ero invasa». Si, è un dolore che ti soverchia. Ricordo che durante il travaglio, sola anch’io come Francesca (mia sorella lasciata fuori in corridoio ad aspettare), in un moderno ospedale della capitale, pensavo ad una mucca che avevo visto partorire in campagna da bambina e mi identificavo in lei. Ma il mio parto superò ogni possibile immaginazione: ondate di dolore che ogni volta mi squassavano, facendomi scricchiolare le ossa. Prima di vedere la vita ho intravisto come può essere una morte violenta. Poi la concitazione, troppa attesa, il bambino se ne sta andando, privo di ossigeno. Il ritmo che aumenta, il parto che non si apre. Respiro, una giovane ostetrica mi prende in giro: «Eccone un’altra dei corsi di preparazione al parto!». Invece al consultorio mi hanno preparata bene, penso, ma non alla crudeltà e a tutta questa indifferenza. Poche contrazioni, resto chiusa, non arriva il ginecologo (forse un cesareo sarebbe stata una soluzione, forse...), non arriva nemmeno l’anestesista. Sono tutti spaventati, ma non come me che mi sento un animale disperato, braccato. Provano col parto indotto con ossitocina, ma il bambino sta male. Decidono di praticare l’episiotomia e di inserire una ventosa. Normalmente l’episiotomia, che è il taglio della parete del pavimento pelvico resa sottilissima e quasi insensibile dalla dilatazione e dalla pressione della testa del bambino, non fa troppo male. Ma non quando non c’è nessuna contrazione, il bambino è semiasfissiato (lo hanno dichiarato fuori pericolo solo ventiquattr’ore dopo la nascita) e non c’è dilatazione. Allora senti il bisturi che affonda nella carne viva, la ventosa che entra nella ferita aperta, il tutto da sveglia, perché l’anestesista arriva un attimo dopo. Benedetto quell’ago in vena.... poi più niente. Nei giorni successivi al dolore psicologico e alla paura per la salute di mio figlio, che non ho potuto né allattare né abbracciare per giorni, si accompagna ancora il dolore fisico: il taglio profondo e le contrazioni prodotte dai farmaci (a questo proposito, ho la fortuna di non aver mai abortito, ma credo di sapere che non esiste, dico almeno sul piano fisico, l’idea di un aborto farmacologico che sia davvero indolore, quella «passeggiata» di cui troppi straparlano). E in definitiva, a voler davvero dire tutto fino in fondo, sebbene non dimenticherò mai il mio primo e unico parto, io agirei ancora la mia potenza generatrice, certo in un altro modo e con una diversa consapevolezza di me e dei miei diritti, non solo per quel sottile senso di trionfo, di armonia con i ritmi della natura, di perfetta sintonia con la vita che ti può dare l’esercizio di questa esclusiva potenzialità, ma soprattutto per quel legame d’amore indicibile, unico e speciale che, se hai fortuna, si stabilisce con la tua creatura, dal primo “frullo d’ali” e per sempre. Il sogno vero è che tutto ciò possa compiersi e ricomporsi in un percorso di reale, autentica libertà femminile.
questo articolo è apparso nell'inserto di Liberazione del 17 settembre 2006
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