L’emancipazione malata

Sguardi femministi sul lavoro che cambia

 

presentazione
Casa della Cultura,
Milano, 15 dicembre 2010

registrazione audio della serata

 

recensioni:
Chiara Giorgi

Imma Barbarossa

Alessandra Vincenti

Mariagrazia Rossilli

Chiara Mellini e Marta Garro

 

Indice

Lo spazio pubblico si femminilizza ma scompare il conflitto tra i sessi
di Lea Melandri                                                         

Donne sull’orlo della crisi: casi di lavoro femminile tra produzione e riproduzione
di Maria Grazia Campari                                          

Se il lavoro conquista anche l’ “affetto”
di Cristina Morini                                                      

L’emancipazione malata
di Lidia Cirillo                                                           

I rapporti tra uomini e donne in una prospettiva transculturale
di Paola Melchiori                                                     

La pratica della Rete
di Rosa Calderazzi                                                     

Precarietà è femmina
di Ornella Bolzani                                                      

Cura di sé e cura degli altri
di Liliana Moro                                                           

Non di sola madre
di Nicoletta Buonapace                                            

La rimozione della badante
di Manuela Cartosio                                                   

Le grandi sorelle
di Daniela Pastor                                                        

Corpi e lavoro. Seminario del 30 genanio 2010 (Libera Università delle Donne - Milano)
a cura di Ornella Bolzani                                           

La Banalità dello scambio. Intervista a Paola Tabet.
Il concetto di scambio sessuo-economico
di Mathieu Trachman

 

Prefazione


La crisi economica, divenuta visibile in Europa agli inizi del 2008, impone oggi di tornare sulla questione del lavoro e sul paradosso che lo caratterizza. Lavorare stanca, logora, toglie la vita. Non trovare lavoro o perderlo rende la vita precaria, per qualcuno fino al punto di fargli decidere di abbandonarla. Sono in genere gli uomini coloro che si suicidano per la perdita del posto di lavoro, perché per gli uomini più che per le donne “portare i soldi a casa” ha a che fare con l'identità e l'autostima. La donne sono ancora in viaggio tra la tradizionale immagine di se stesse come casalinghe in libera uscita alla ricerca di un salario complementare e il lavoro salariato come maledizione e diritto.
È del lavoro delle donne che abbiamo deciso di cominciare a scrivere dopo una discussione certo insufficiente a far maturare un punto di vista comune ma mossa dall’esigenza condivisa di costruire  un nucleo di pensiero forte, capace di reggere il confronto con la realtà. Malgrado la diversità dei nostri percorsi e linguaggi, l'insieme dei contributi delinea obiettivamente un femminismo di qualità diversa rispetto ad altri che pure si sono occupati dello stesso tema.
La diversa qualità consiste soprattutto nella consapevolezza che non è possibile comprendere il lavoro e le sue mutazioni, né quello degli uomini né quello delle donne, se non si posiziona il proprio angolo di visuale nell'intersezione genere/classe/cittadinanza. Non esiste una “condizione femminile” uguale per tutte, esiste una molteplicità di posizioni femminili nella gerarchia sociale. Non esistono solo le lavoratrici e i lavoratori italiani, esistono anche le lavoratrici e i lavoratori  immigrati. Inserire nella riflessione le cosiddette “badanti” non è una questione di nobiltà d'animo: è un'esigenza cognitiva, una delle condizioni sine qua non per capire il lavoro che cambia.
L'idea di materializzare una relazione politica in un libro è nata nel collettivo Donne e Politica che si è riunito per oltre due anni nella sede della Libera Università delle Donne. Si è trattato dell'ennesimo tentativo di costruire a Milano qualcosa di simile a una rete femminista. L'occasione per tentare ancora è stata la manifestazione del novembre 2007 contro la violenza alle donne e il tentativo che vi ha fatto seguito di creare una rete nazionale.
Il primo tema su cui si è avviata la discussione è stato il rapporto del femminismo con lo spazio pubblico. Senza un movimento radicato, sapiente e in qualche modo organizzato, il problema della presenza nelle istituzioni si risolve di solito con forme di cooptazione più dannose che benefiche.  Spazio pubblico significava dunque per noi prima di tutto piazze in cui manifestare, luoghi di lavoro in cui resistere, territori in cui radicarsi, università e scuole in cui far vivere altri discorsi. E significava anche e di conseguenza discutere il modo in cui acquistare la consapevolezza e la forza necessaria, stringere le relazioni  indispensabili, sciogliere i nodi teorici inevitabili. In breve, le pratiche per far vivere e crescere la rete che si stava creando.
Come era in un certo senso prevedibile in una ricerca sulla presenza delle donne negli spazi pubblici, l’attenzione del gruppo si è poi venuta spostando sul lavoro, sulla sua femminilizzazione e precarietà, sul suo rapporto con i compiti di riproduzione, o domestici e di cura, come altre preferiscono dire.
Non tutte le donne del collettivo Donne e Politica hanno partecipato alla scrittura del libro e alla discussione supplementare che l'ha accompagnata. Inoltre, i contributi cercati e ricevuti sono anche di amiche che non ne hanno fatto parte. Due seminari sul lavoro, organizzati dalla LUD, hanno infine fornito materiali utili alla riflessione sul lavoro che cambia, sul ruolo delle donne, autoctone e immigrate, nella dinamica delle trasformazioni.
I contributi si collocano su piani diversi (di analisi, di narrazione, di proposta) che non sono però complementari. Per esempio, la proposta di “reddito di esistenza” non è condivisa da  tutte. Anche se tutte hanno condiviso l'idea di un reddito o di un salario senza condizioni, cioè senza l'obbligo della ricerca di un lavoro o dell'accettazione di lavori precari e sottopagati, che non rispondano alle aspettative di chi lo riceve.
Nei limiti del possibile si è cercato di dare alla successione degli articoli una logica. Può interessare a proposito la ragione per cui il libro si apre con un discorso sul femminile. Dopo  un lungo periodo di intossicazione con dosi massicce di “differenza femminile”, una ridefinizione non astratta del significato effettivo di femminilità era indispensabile. Non astratta vuol dire legata a ciò che vediamo e sentiamo nei media, a ciò che sperimentiamo nella vita quotidiana pubblica e privata.
Il lavoro certo si femminilizza e nessuna nega che l'afflusso di donne nel mercato del lavoro abbia messo in moto nuove dinamiche emancipative. Ma quel che significa concretamente femminilizzazione lo spiegano le ragioni, le modalità e le conseguenze con cui questo processo è avvenuto negli ultimi decenni soprattutto in Italia. L'occupazione di spazi pubblici da parte del femminile è avvenuta con una riproposizione su larga scala di stereotipi, obblighi e comportamenti propri della “dominazione maschile”, interiorizzati dalle donne e spesso dalle donne stesse utilizzati come strumenti per una rivalsa sul piano sociale.
La valorizzazione delle doti femminili tradizionali viene oggi dagli ambiti più diversi della sfera pubblica –dall’industria dello spettacolo e dalla pubblicità, dalla nuova economia e da una politica sempre più mediatica- ma sono molte le donne, non escluse alcune componenti del femminismo, che vedono in questo cambiamento “un’opportunità” da volgere a proprio vantaggio.
La tentazione di dare un segno positivo  -di valore e di potere- a quella che è stata storicamente la condizione  della minorità giuridica, sociale e culturale delle donne, non è la prima volta che si affaccia alla storia. Differenza e uguaglianza sono stati finora i poli di un dilemma indotto dall’ideologia maschile, da cui si può pensare di uscire solo prendendo distanza da tutti i dualismi, a partire da quello che ha diviso e contrapposto i ruoli del maschile e del femminile.
Con questa radicalità sono nate le pratiche dei gruppi femministi negli anni ’70 ed è su questo terreno, di memoria e di analisi, che siamo andate cercando strumenti per una modificazione significativa dell’esistente.

L’esperienza transnazionale del movimento femminista pone quesiti sia all’ordine patriarcale sia all’adattabilità femminile che consapevolmente o meno lo sostiene attraverso l’erogazione costante di ammortizzatori materiali e psicologici. I movimenti femminili/femministi  si sono fatti addirittura depredare delle parole d’ordine relative ai diritti di genere, che le istituzioni internazionali hanno volto a proprio vantaggio, realizzando cospicui risparmi sugli investimenti per welfare.
Se la donna puntella il patriarcato famigliare, che a sua volta offre stampelle (anche involontarie) al capitalismo, ci si chiede quali possano essere le strategie di uscita dall’ingiustizia del mercato globale.
Anche in Italia la priorità maschile nell’appropriazione delle risorse ha creato un’alleanza di fatto con le scelte imprenditoriali di precarizzazione della mano d’opera femminile, in seguito estesa a tutta la forza lavoro. Le iniziative per il cambiamento messe in campo dalle donne sono state contrastate dagli apparati di rappresentanza maschili, ma sono state anche troppo debolmente perseguite dalle dirette interessate. Vi è stato qualche tentativo di rafforzare la rappresentanza attraverso l’autorappresentazione delle lavoratrici. Si è percorsa anche la via della proposta di legge (detta dell’ “agentecontrattualefemminile”) ma, di fronte agli ostacoli, non vi è stata perseveranza nel conflitto per ottenere il riconoscimento dei principi essenziali di autonomia, neppure nei confronti delle organizzazioni sindacali di appartenenza. Non si è visto, cioè, un conflitto significativo aperto e durevole per ottenere il diritto a rappresentare direttamente, al di fuori della mediazione maschile, i propri bisogni e desideri. Troppe donne hanno ceduto alla cooptazione, troppe altre hanno semplicemente ceduto.
Nessuna donna dei Consigli di fabbrica (o azienda) o dei Coordinamenti femminili del sindacato, persino nell’avanzata esperienza unitaria della Federazione Metalmeccanica, ha saputo dire ai dirigenti uomini: voi non costituite la rappresentanza generale dei lavoratori, perché io non vedo un soggetto neutro messo al lavoro, vedo donne e uomini messi al lavoro da altri che possiedono i mezzi di produzione e anche i destini di ognuno.
Questo si potrebbe definire il misfatto della divisione sessuale del lavoro: utilizzare le donne come lavoratrici di riserva e ultraflessibili per rompere la compattezza della classe e rendere poi tutti ultraflessibili e precari.  A ciò si accompagna la frantumazione dovuta al lavoro di cura e relazionale che le donne svolgono in funzione di ammortizzatore sociale, sospinte da logiche patriarcali introiettate.
Sembra proprio che uomini e donne si siano accontentati del classico piatto di lenticchie. Si diffonde la gratuità tendenziale del lavoro: stage in aziende, prestazioni giornalistiche, per la moda e nelle università, poco o nulla retribuite. Contemporaneamente, tutti i lavoratori subiscono l’appropriazione complessiva del loro corpo/mente nel corpo d’impresa, la bioeconomia vive e si sviluppa confiscando ogni loro tempo di vita. A questo punto si sente la necessità di mettere in discussione le logiche di fondo dell’esistente, di contrastarle collettivamente, di porre riparo al danno sociale che deriva dall’individualismo. È indispensabile anche dare risposte adeguate ai gravi problemi di giustizia sociale e di tenuta democratica.  

Quali vie di uscita possiamo pensare di sperimentare?
Si può forse ripartire con un’analisi e una pratica politica che mettano al centro i soggetti reali, i bisogni e i desideri diversamente incarnati in donne e uomini, evitando di incapsulare ogni potenzialità nel soggetto unico maschile: una pratica di democrazia che inizi con l’eliminazione della divisione sessista del lavoro fra donne e uomini, che affronti le illibertà materiali ed emotive delle donne nel privato, così ridefinendo anche la sfera pubblica, rimuovendo ingiustificati e svalorizzanti monopoli maschili.
Le proposte su cui varrà la pena di soffermarsi sono diverse. Nel gruppo che ha curato la stesura del libro si è discusso di “reddito di esistenza”, di “salario sociale” accompagnato da un rilancio del welfare, di diritti delle donne. Per quanto riguarda questo ultimo punto, si tratta di prendere atto che le soluzioni più avanzate si fondano su una reciprocità degli uguali diritti, legata alla rimessa in discussione dei ruoli. Va da sé che ogni possibile soluzione rimanda alla prospettiva di un cambiamento radicale del modello di sviluppo e dei rapporti sociali.

 


L’emancipazione malata
Sguardi femministi sul lavoro che cambia

Edizioni LUD, Milano, 2010, pagg. 209


Per richiederlo : universitadelledonne@tin.it

 

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