RUJIEB

9 novembre 2002


Qui domina la solitudine. Sono soprattutto le donne, tutte le donne di  Palestina, a sentirne il peso.

Oggi è sabato e più tardi partirò per tornare a Ramallah. Andrea invece resterà con il gruppo ancora per qualche giorno, andrà con qualcuno degli inglesi nel villaggio di Kafr Qalil che si trova in posizione molto critica, molto vicino al check point. Prima di andarmene, come ho promesso a Rana, l'insegnante di inglese, faccio visita  alla scuola, voglio  cercare di stabilire un rapporto tra la mia scuola a Milano e questa scuola di villaggio. Ci alziamo all'alba, un gruppo parte per il terzo giorno di raccolto con la famiglia Dweiket, un altro gruppo parte per Kafr Qalil.

Verso le otto e mezza mi presento al cancello della scuola femminile. Mi viene incontro Rana, seguita da ragazze vocianti di tutte le età. Mi saluta Rawan, la bella figlia maggiore di Shama, da cui ero a cena ieri sera. L'edificio è disposto intorno ad un grande cortile quadrato e polveroso. Siamo in novembre, ma il sole acceca. Negli ultimi giorni ho sentito molti lamentarsi per la mancanza di pioggia.

Rada mi presenta la preside, una signora austera, dall'apparenza rigida, che non parla per niente l'inglese. Nella piccola stanza della presidenza alcune giovani insegnanti, disperse dalla tempesta del coprifuoco, sono venute a rifugiarsi qui come in un porto di mare e rimangono in attesa di poter raggiungere la loro destinazione. La preside, la signora Swaad Kanaan, si affanna per  organizzare la giornata, ma non è facile. Malgrado la presenza delle  insegnanti “naufraghe”  non si riescono a coprire tutte le classi. 

Le spiego che la mia scuola di Milano vorrebbe iniziare una gemellaggio con la sua. E' difficile intendersi. Difficile perfino immaginarla un’impresa così ardua. Percepisco la sfiducia, la rassegnazione. E poi qui non c'è nemmeno un computer, nemmeno una connessione internet. L'unica persona del paese che ha un recapito di posta elettronica è Kamal Darwish, nel suo ufficio di Nablus.  Lui potrebbe fare da tramite. Ma se poi a Nablus non ci può andare? Come si fa? Dico che forse la mia scuola potrebbe farsi carico della spesa. Le difficoltà sembrano insormontabili. Le cose cambiano, peggiorano sempre, chi può dire che cosa succederà domani? La scuola non ha un conto corrente. Oggi siamo qui, domani dove saremo? Alla peggio, dico io, ricorreremo alla posta normale. Mi guarda. La posta normale. Qui non c'è niente di normale.

Rana mi porta con sé in una delle classi. Sono trentotto ragazze quindicenni. Sono brave: Rana ci tiene a farmi conoscere le allieve migliori. Stanno sedute in tre file di banchi nella piccola aula spoglia. Quando entriamo si alzano tutte insieme e salutano "Good morning, teacher, how are you teacher today?" "I'm very well, thank you, and you?" "We're fine, thank you". E si siedono come bravi soldatini.

Mi guardano, la curiosità sprizza dai loro occhi, sembra che vogliano divorarmi. La voglia di parlare, di raccontare di sé, di ascoltare, di comunicare la sofferenza, lo smarrimento di fronte al  mondo che le ha abbandonate, che non sa della loro esistenza, scoppia fuori all'improvviso, in una selva di mani alzate, come di naufraghi. E' un grande urlo che si alza da quei banchi. "Perché, perché, perché?"  "Sometimes I feel bad, and I can't study" [qualche volta mi sento male e non riesco a studiare], dice Hana in tono sommesso. E poi "E' vero che le ragazze in Italia possono uscire con i ragazzi"? "Ti piace la Palestina, ami la Palestina?" “E’ vero che pensate che siamo tutti terroristi?” "Portami con te in Italia". Mentre passo tra i banchi per far mettere a ciascuna la sua firma sul mio quadernetto, sono molte a dirmi "I love you".

Prometto, prometto, prometto che non le abbandonerò, che me le porterò sempre nel cuore, che scriverò. Ma gli occhi che mi seguono mentre esco dalla porta e per l'ultima volta mi giro a salutarle, esprimono dubbio e disperazione. Me ne vado portando via un fardello di passioni, di desideri, di dolori e di domande, con le lacrime agli occhi.

Rada mi aspetta nella sua casa vuota, tutti se ne sono andati per le loro faccende e tra un po' me ne vado anch'io. In tutti questi giorni ha amorevolmente tenuto in ordine la casa, ricoperto il pavimento di stuoie, ripiegato le coperte. Ha preparato la cena del Ramadan domandandosi perplessa che cosa ci fosse di sbagliato nel cibo che cucinava.

Nel cortiletto ci abbracciamo. Rada è giovanissima, minuta. "Mi ero abituata a voi", dice. "Assomigli alla mia mamma". Le viene da piangere e si scusa per il suo carattere emotivo. D'un tratto si toglie l'anello dal dito e me lo porge. E' un anello d'oro con tre pietre verdi, rappresenta un ramo d'ulivo. "Me lo ha regalato mia madre, dice, si chiama Nawae, che significa achievment [conquista].  Lo regalerai a tua figlia che lo regalerà alla sua, così vi ricorderete sempre di me e della Palestina". Dico che non posso accettare, ma lei insiste.

Mi tolgo dal collo la catenina d'oro e gliela metto. Ha un ciondolo blu che sembra un occhio. Le dico questo è il mio occhio, così anche tu ti ricorderai di me. Sta ferma sul cancello con il bambino piccolo in braccio e guarda giù per la strada. Le chiedo indicazioni per andare fino al check point, ma non sa darmene. Non va mai da nessuna parte.

Scendo giù per la strada verso Nablus con un codazzo di monelli schiamazzanti che chissà perché non sono a scuola. Passo per un uliveto dove una famiglia sta facendo il suo raccolto, attraverso una discarica e raggiungo la strada principale. Sono già rassegnata a camminare fino al check point quando si ferma un furgoncino che mi raccoglie. Mi porta fino al posto di blocco senza una parola, svolta a U e ritorna sui suoi passi.

La solita manfrina sadica di lungaggini e stupidi ordini, messa in atto dai soldati. Mi viene in mente il film che abbiamo visto con Jamil a Ramallah poche sere fa, Divine Intervention, dove si vede un ufficiale dell’IDF che costringe i palestinesi a ballare con lui prima di farli passare al check point di a-Ram. Un tipo che ha voglia di scherzare dice che fanno così perché è il Ramadan e vogliono aiutare i palestinesi a fare penitenza. Chiedo ad un soldato come fare ad andare fino a Gerusalemme. Non voglio dirgli che vado a Ramallah. Mi consiglia di pendere un taxi fino all’insediamento di Ariel e dì là un autobus. Fossi matta. Prendo un taxi e ce ne andiamo caracollando per villaggi e per montagne.

   Adriana

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