Allora andiamo oltre la Cosa rossa...

di Piero Sansonetti
 


Soo Ja Kim


Ho letto l'articolo di Lea Melandri, e non riesco a trovare campate in aria le sue obiezioni. So che lei, come tante altre compagne femministe, aveva scommesso molto sulla "Cosa rossa" (la chiamo ancora così in questo articolo, e per l'ultima volta e tra qualche riga vi spiegherò perché), e so che oggi è un po' delusa, perché si aspettava una svolta più forte, l'inizio di una nuova politica, di una rivoluzione.

Ho letto anche, ieri, l'articolo di Rossana Rossanda su il manifesto e non posso che condividere molte delle sue considerazioni. Seppure lo spirito delle riflessioni di Rossanda sia quasi opposto allo spirito delle riflessioni di Melandri (ma i giudizi di fondo, paradossalmente, a me sembrano molto simili).
Cosa dice Rossanda ? Se la prende con gli eccessivi snobismi e dunque col disinteresse mostrato da ampi settori di intellettuali verso questo atto di "unificazione" a sinistra che si è celebrato a Roma domenica scorsa. Rossana dice che o la smettiamo di fare gli schifiltosi, e capiamo che per contrastare la società delle merci, del denaro e delle gerarchie occorre "politica", atti, scelte concrete, oppure lasciamo tutto in mano a Veltroni e noi diventiamo frammenti.
E dice che la nascita della "Cosa rossa" comunque è un passo, e sottovalutarlo è suicida. E infine aggiunge che la critica di questo sistema capitalistico, e la lotta per frenarlo, intaccarlo, cambiarlo, devono essere la scelta prioritaria e anche il denominatore comune del processo unitario.

Ho riassunto in modo decisamente grossolano, ma spero di avere capito l'essenziale. Aggiungendo, a questo essenziale, l'appello (che noi di Liberazione raccogliamo senz'altro) ai giornali della sinistra, perché non si lascino sfuggire l'occasione, e non si facciano travolgere da intellettualismi eccessivi, ma entrino nella mischia, ci mettano le proprie capacità di comunicazione e di pensiero.
Come faccio a dare ragione a Rossanda che apprezza gli Stati Generali, e a Lea che invece li critica severamente, e anche un po' malinconicamente?

Credo che Rossana abbia largamente ragione sul giudizio politico, e che non sia infondata la sua "strigliata", che un po' riguarda anche questo giornale. Assistere a un atto di unificazione della sinistra - dopo decenni di frammentazione, liti, scissioni, piccole guerre - senza coglierne l'importanza, è un errore molto grave, che ti spinge fuori dal cuore della politica.
Ma questo ci impedisce di criticare un certo verticismo che ha accompagnato e guidato l'operazione "Cosa rossa"? Credo che questo verticismo vada valutato nel modo giusto, cioè tenendo conto di tutte le circostanze.
Penso sia stato utile ed essenziale a produrre il fatto unitario, che altrimenti sarebbe stato impossibile. E del quale, tutti, avevamo assoluto bisogno. E tuttavia temo che oggi rischi di diventare un ostacolo allo sviluppo del processo politico che si deve avviare.

Intendo dire che condivido pienamente la scelta della priorità indicata da Rossanda, e cioè la messa in discussione del capitalismo. Ma questa priorità non basta a unificare le tante esperienze e i tanti pensieri della sinistra. Perché?
Io credo - come Lea, ma anche come Rossanda - che oggi non sia possibile "attaccare" il capitalismo senza demolirne i pilastri (interni ed esterni al sistema) che sono le gerarchie.
Innanzitutto le gerarchie economiche, e cioè il potere del capitale, e poi le gerarchie sessuali, e cioè il potere del maschio, e infine le gerarchie politiche che sono il potere e il dominio-politico di classe. E però so che già se entriamo in questa discussione, e cioè sulle specifiche caratteristiche del capitalismo moderno e sui modi per combatterlo, non è più automatica l'unità della sinistra e dell'ambientalismo.
Non è pacifico il rapporto tra sinistra e femminismo. E non è pacifico - su un piano diverso - il rapporto tra sinistra e libertà. E non è pacifico neppure - su un piano ancora diverso - il rapporto tra sinistra e riformismo, e dunque l'idea di politica delle alleanze o il rapporto tra sinistra e sviluppo, tra sinistra e ambiente, sinistra e armamenti, ecc. ecc.

Qui entrano in gioco le obiezioni di Melandri. Se vogliamo affrontare questo groviglio di temi, e dunque avviare davvero un processo di rigenerazione della sinistra, che superi il '900 e diventi un movimento in grado di mettere in crisi il potere e le sue gerarchie, possiamo farlo se non superiamo la dimensione strettamente "diplomatica" degli stati maggiori, dei gruppi dirigenti dei partiti (e anche dei movimenti) che sono stati la locomotiva di questa prima fase della Cosa Rossa?

A me questa sembra la domanda fondamentale. E credo che per rispondere a questa domanda bisogna far tornare sulla scena il concetto di «lotta politica».
Aperta e di massa. Collettiva.
Provo a fare un esempio. Nella mia vita di giornalista ho seguito tante volte due avvenimenti politici grandi, emblematici e molto diversi tra loro. I congressi del Pci e le Convenzioni americane.
Badate che la differenza non sta né nella passione politica, né nella forza dei contenuti e delle lotte che contenevano, né nella partecipazione del popolo. Ciascuno dei due avvenimenti, nelle loro abissali diversità, conteneva tutte quelle cose ed era comunque atto politico altissimo e nobile.
La differenza era che nel congresso del Pci c'era lotta politica, nelle Convenzioni no. Al congresso del Pci sapevi come entravi ma non come uscivi, la convenzione americana era invece un fatto conclusivo, di mediazione e di alta propaganda politica. Il congresso del Pci era un momento di crescita politica, le Convenzioni americane (parlo soprattutto delle Convenzioni democratiche) la sanzione di una crescita o di un attestamento.

Io credo che oggi la sinistra abbia bisogno di una crescita. E dunque che non possa affrontare più le sue contraddizioni e differenze attraverso la mediazione dei gruppi dirigenti, la diplomazia alta.
Deve affrontare la lotta politica. La contestazione del Dal Molin (dei pacifisti) e quella delle femministe agli Stati generali, rappresentavano esattamente questa esigenza: si ricomincia la lotta, anche la lotta interna, che non è più una estenuate e vuota battaglia di posizione, è un fatto di movimento, un rimettere in gioco le idee e farle scontrare, confliggere.

Per questo non userò più la metafora della Cosa Rossa. Un po' provocatoriamente e riecheggiando vecchie polemiche, io dico che dobbiamo andare "oltre" la Cosa Rossa.
E cioè precisamente fondare "la Sinistra, l'Arcobaleno", che deve essere molto, molto di più di una federazione di partiti e gruppi. Deve essere la forza fondamentale della sinistra che prova a sopravvivere e a contrattaccare.

 

Questo articolo è uscito su Liberazione del 13 dicembre 2007

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